rimandare 1

Rimandare ovvero l’arte di procrastinare

Rimandare a domani è «l’arte di stare al passo con lo ieri» e «di evitare l’oggi». Wayne Dyer ci da alcuni preziosi consigli su come interrompere “l’arte di rimandare” e sentirci così più padron della nostra vita e responsabili.
Wayne Dyer
Le vostre zone erronee. BUR

Sei solito rimandare a domani? Se sei come la maggior parte della gente, risponderai affermativamente. Ma è altresì probabile che preferiresti non vivere nell’angoscia che s’accompagna all’aggiornamento sistematico delle cose da fare. Forse vuoi veramente portare a termine ciò che hai incominciato; eppure, per una qualche ragione, posponi, sospendi l’azione. Questa faccenda del procrastinare è un aspetto estenuante dell’esistenza. Se il tuo caso è grave, non passa giorno che tu non dica: “So che dovrei farlo adesso. Lo farò più avanti”. Di questa tua propensione erronea è difficile dare la colpa alle forze esterne. È tutta roba tua, tanto il procrastinare quanto lo sconforto che ne trai.
Ma si tratta di un atteggiamento erroneo pressoché universale. Pochissime persone possono dire in tutta onestà di non rimandare mai nulla. Benché a lungo andare si riveli dannoso, non vi è nulla di malsano nel comportamento che caratterizza questa, come del resto ogni altra, fascia erronea. Le cose rimandate non esistono nemmeno. Le cose, o si fanno o non si fanno. Se non si fanno, esse non sono tanto rimandate, quanto piuttosto non fatte, inattuate. Il tratto nevrotico è bensì rappresentato dalla reazione emozionale e dall’immobilizzazione che s’accompagnano al procrastinare. Se sei solito rimandare a domani, e questo ti piace, e non ti affliggono sensi di colpa o angosce o arrabbiature, seguita, per l’amor di Dio, e salta pure questo capitolo. Ma, per quanto riguarda la maggior parte della gente, la procrastinazione equivale a una fuga dal presente: i più, cosi facendo, non vivono il presente con tutta la pienezza possibile.
Le frasi che rivelano il sistema che permette al procrastinatore di mantenere il suo comportamento, sono: “Spero che le cose si aggiustino”.
“Vorrei che le cose andassero meglio”.
“Può darsi che si metta bene”.
Sono la delizia di chi rimanda: coi suoi “forse” “spero” e “magari”, ha un buon motivo per non concludere nulla, adesso. Tutto il suo sperare e tutto il suo auspicare non sono che perdita di tempo, insipienza di chi vive nel mondo delle favole. Per quanto spiri ed auspichi, non porta a termine nulla. Le sue son frasi che gli offrono la possibilità di non rimboccarsi le maniche e non applicarsi alle cose che aveva pur considerate abbastanza importanti da annoverarle fra le sue attività.
Tu puoi compiere tutto ciò che stabilisci di fare. Sei forte, hai delle capacità e non sei nemmeno un tantino fragile. Se rimandi al futuro, è perché cerchi di evadere dalla realtà, cadi in preda al dubbio e all’illusione. Cedi per debolezza nel presente, e speri che in futuro le cose si mettano bene. (…)

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Dice Donald Marquis che procrastinazione è «l’arte di stare al passo con lo ieri» e, aggiungerei, «di evitare l’oggi». Essa funziona in questo modo. Vi sono determinate cose che vuoi fare. Non ti sono state imposte, le hai scelte liberamente. Molte di esse, tuttavia, non risultano mai fatte, sebbene tu ti dica che verranno fatte. La risoluzione di fare in futuro ciò che potresti fare adesso è un accettabile surrogato della sua attuazione, il quale ti permette di prenderti in giro da solo perché è come se ti dicessi che non ti comprometti se non fai ciò che hai deciso di fare. È molto facile: “So che devo farlo, ma veramente temo che non lo farei bene (oppure: che non mi piacerà farlo). Mi dico dunque che lo farò, così non devo ammettere con me stesso che non mi accingo a farlo. In tal modo mi è più facile accettarmi”. Questo è il ragionamento conveniente, ancorché fallace, che puoi far entrare in gioco quando ti si prospetta una cosa sgradevole o difficile.
Sono discorsi vani quelli di colui che vive in un dato modo e dice che in futuro vivrà diversamente. Costui aggiorna di continuo, e non gli si vede mai nulla di fatto.
Vi sono ovviamente dei gradi, nella procrastinazione. È possibile rimandare a un certo giorno, e portare a termine prima della scadenza. Ma anche qui può nascondersi una forma di autoinganno piuttosto comune. Se ti concedi un minimo assoluto di tempo per portare a termine un lavoro, puoi giustificare la sciatteria del risultato o un rendimento al di sotto del livello dell’eccellenza, dicendoti: “È che non ho avuto abbastanza tempo”. Ma di tempo ne hai quanto ne vuoi! Le persone veramente occupate portano a termine le cose. Se passi il tempo a lamentarti di quanto hai da fare (procrastinazione), si capisce che non te ne resta per farlo. (…)

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Alcune tecniche per non più rimandare a domani

  • Decidi di vivere a pieno cinque minuti per volta. Invece di pensare a impegni a lungo termine, pensa al presente e cerca di riempire cinque minuti con la cosa che intendi fare, rifiutandoti di rimandare ciò che potrebbe darti soddisfazione.
  • Mettiti a sedere e incomincia una cosa che hai rimandato. Incomincia una lettera o un libro. Scoprirai che non era il caso di rimandare tanto, giacché è assai probabile che, una volta smesso di procrastinarla, la cosa si riveli godibile. Il solo fatto di averla incominciata ti aiuterà ad eliminare l’ansia che ti procurava quando era soltanto un progetto.
  • Domandati: “Qual è la cosa peggiore che potrebbe capitarmi se facessi quello che sto rimandando?”. La risposta è di solito talmente insignificante che cominci a vibrare e poni mano alla cosa. Pesa, i tuoi timori, e non avrai ragione di continuare ad averne.
  • Fissa il giorno e l’ora (diciamo mercoledì, dalle 10 alle 10,15 di sera) e dedicati esclusivamente alla cosa che da tempo rimandi. Scoprirai che l’impegno di un quarto d’ora basta sovente a far smetter l’abitudine di rimandare.
  • Giudicati troppo importante per lasciarti angosciare dalle tue incombenze. La prossima volta che ti viene l’angoscia da procrastinare, ricorda che coloro che si usano dei riguardi non si recano danno in quel modo.
  • Esamina attentamente il presente. Identifica esattamente che cos’è che stai evitando e affronta la paura di vivere a tutti gli effetti. Procrastinare equivale a sostituire alla pienezza del presente l’ansia intorno a una cosa che si vuole attuare in futuro. Se il futuro viene fatto diventare presente, l’ansia deve, per definizione, sparire.
  • Smetti di fumare… adesso! Mettiti a dieta… in questo momento! Piantala di sbronzarti… in questo istante! Chiudi questo libro e va’ a fare il primo degli esercizi fisici in programma. Così si affrontano i problemi: agendo adesso! Agisci! Le uniche remore siete tu e le tue scelte nevrotiche, scelte che hai compiuto in passato perché non credevi di avere la forza che hai in realtà. Quant’è più semplice agire!
  • Nelle circostanze in cui sei solito annoiarti, comincia a usare il cervello. Imprimi un ritmo più vivace a una riunione ponendo domande pertinenti, oppure divertendoti a comporre mentalmente una poesia, a giocare coi numeri per tenere in esercizio la memoria, ecc. Decidi di non annoiarti mai più.
  • Se qualcuno ti critica, domandagli: “Crede lei che a quest’ora mi serva un critico?”; ovvero, se tu dovessi sorprenderti a criticare, domanda alla persona se le interessa sentire le tue critiche e, in caso affermativo, per quale ragione. Ciò ti aiuterà a passare dalla schiera di chi critica al versante di chi agisce.
  • Considera spietatamente la tua vita. Stai facendo quello che vorresti fare se sapessi che ti restano sei mesi di vita? No? Allora ti conviene cominciare a farlo perché, relativamente parlando, questo è tutto il tempo che ti resta. Che differenza c’è infatti, fra trent’anni e sei mesi, rispetto all’eternità? La durata di una vita è paragonabile a un puntolino. Indugiare non ha senso.

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  • Fatti coraggio e intraprendi l’attività che eviti da un certo tempo. Un solo atto di coraggio può eliminare tutte le tue paure. Smetti di ripeterti che devi svolgerla bene. Rammenta che assai più importante è fare.
  • Decidi di non essere stanco fino a un minuto prima di andare a letto. Non concederti la scusa che sei stanco o ti senti poco bene per rinviare e sottrarti al disbrigo di una data cosa. Potresti scoprire che, eliminata la ragione di quella stanchezza o malessere — ossia l’evasione da una incombenza —, i problemi fisici scompaiono “come per magia”.
  • Elimina le parole “spero”, “vorrei” e “può darsi” dal tuo linguaggio. Sono altrettanti strumenti per rimandare. Se t’accorgi che s’infiltrano, sostituiscile con altre frasi. Cambia: “Spero che le cose si aggiustino”, in “Ora le sistemo io”; “Vorrei che le cose andassero meglio”, in “Ora faccio questo e questo, e mi sentirò risollevato”; “Può darsi che si metta bene” in “Lo sistemo io”.
  • Tieni un diario dei motivi che hai di lamentarti o di criticare. A scriverli, ottieni due cose: vedi la frequenza e le modalità del tuo comportamento critico, nonché i fatti e le persone che sono oggetto delle tue critiche ovvero le determinano, e — seconda cosa — di lì a poco smetti di criticare, perché sarà un dolore tenere un diario simile.
  • Se altre persone sono coinvolte nella cosa che rinvìi (un trasferimento, un nuovo impiego, una cura), riuniscile e chiedi la loro opinione. Parla con coraggio dei tuoi timori, e vedi se le ragioni del tuo indugio non sussistano soltanto nella tua immaginazione. Se ricorri all’aiuto di un confidente, la tua procrastinazione cederà dinanzi ai vostri sforzi congiunti e, per il fatto di essere stata partecipata, sparirà anche l’angoscia connessa al continuo rimandare.
  • Stipula un contratto con le persone a cui vuoi bene e in base ad esso mantieni gl’impegni che hai sempre rimandato alle calende greche. Consegna copia del contratto a ciascuno dei contraenti, e bada che vi siano specificate le penalità se non ottemperi. Che si tratti di portarle alla partita o al ristorante, in vacanza o a teatro, troverai utile questa strategia, e anche vantaggiosa per te, dal momento che ti divertirai.

Se vuoi che il mondo cambi, non stare a lamentarti. Fa’ qualcosa. Anziché riempire il tempo con l’ansia paralizzante che ti procura ciò che rinvìi, prendi di petto questa antipatica “zona erronea” e vivi nel presente. Datti d’attorno: non criticare, non sperare, non auspicare!

Leggi articolo Dyer “Intelligenza strumento per l’autorealizzazione”
Leggi “Come smettere di procrastinare”

disordine 1

Disordine ovvero le cose al posto sbagliato

Il disordine che cosa è. Quando le cose finiscono in disordine e rispetto a chi? Gregory Bateson, uno dei padri fondatori del moderno pensiero ecologico e della cibernetica, prova a rispondere a questa domanda ponendo altre domande e invitandoci a riflettere su cosa sia l’ordine.
Gregory Bateson
Verso un’ecologia della mente. Adelphi

FIGLIA: Papà, perché le cose finiscono sempre in disordine?
PADRE: Come? Le cose? Il disordine?
FIGLIA: Be’, la gente è sempre lì a mettere le cose a posto, ma nessuno si preoccupa di metterle in disordine. Sembra proprio che le cose si mettano in disordine da sole. E poi bisogna rimetterle a posto.
PADRE: E le tue cose finiscono in disordine anche se tu non le tocchi?
FIGLIA: No… se nessuno le tocca, no. Ma se qualcuno le tocca, allora si mettono in disordine, e se non sono io è ancora peggio.
PADRE: Già… ecco perché non voglio che tu tocchi le cose che sono sulla mia scrivania, perché il disordine diventa anche peggiore se le mie cose le tocca qualcuno che non sia io.
FIGLIA: Ma perché le persone mettono sempre in disordine le cose degli altri, papà?
PADRE: Be’, un momento, non è così semplice. Prima di tutto, che cosa vuol dire disordine?
FIGLIA: Vuol dire… che non riesco a trovare le cose, e così tutto sembra in disordine. Cioè, quando niente è al suo posto…
PADRE: D’accordo, ma sei sicura di dare a ‘disordine’ il significato che gli darebbe una qualunque altra persona?
FIGLIA: Ma sì, papà, sono sicura… perché io non sono una persona molto ordinata, e se lo dico io che le cose sono in disordine, sono sicura che chiunque altro sarebbe d’accordo.
PADRE: Va bene… ma pensi che quando tu dici ‘a posto’ tu intenda la stessa cosa che intenderebbero gli altri? Se la mamma mette a posto le tue cose, sai dove ritrovarle?
FIGLIA: Mah… a volte… perché, vedi, io so dove mette le cose quando fa ordine…
PADRE: Sì, anch’io cerco di impedirle di fare ordine sulla mia scrivania. Sono convinto che la mamma e io non intendiamo la stessa cosa per ‘ordinato’.
FIGLIA: Papà, e tu e io intendiamo la stessa cosa per ‘ordinato’?
PADRE: Non credo, cara… non credo proprio.
FIGLIA: Ma, papà, non è strano… Tutti vogliono dire la stessa cosa quando dicono ‘disordinato’, ma pensano a cose diverse quando dicono ‘ordinato’? Però ‘ordinato’ è il contrario di ‘disordinato’, non è vero?
PADRE: Qui si entra nel difficile. Ricominciamo daccapo. Tu hai detto: «Perché le cose finiscono sempre in disordine?». Ora abbiamo fatto qualche passo avanti, e cambiamo la domanda così: «Perché le cose finiscono in uno stato che Cathy chiama ‘non ordinato’?». Capisci perché voglio cambiare la domanda in questo modo?
FIGLIA: Be’, credo di sì… perché se ‘ordinato’ vuol dire per me una cosa speciale, allora certi ‘ordini’ delle altre persone mi sembreranno disordini… anche se siamo d’accordo sulla maggior parte di quello che chiamiamo disordini…
PADRE: Proprio così. Ora esaminiamo quello che tu chiami ordinato. Dov’è la tua scatola di colori quando è in un posto ordinato?

disordine 2

FIGLIA: Qui, da questa parte dello scaffale.
PADRE: Bene… e se fosse in qualche altro posto?
FIGLIA: No, allora non sarebbe in ordine.
PADRE: E se fosse qui, dall’altra parte dello scaffale? Così?
FIGLIA: No, quello non è il suo posto, e comunque dovrebbe stare diritta e non tutta storta come la metti tu.
PADRE: Ah, nel posto giusto e diritta.
FIGLIA: Sì.
PADRE: Be’, allora ci sono solo pochissimi posti che sono ‘ordinati’ per la tua scatola di colori…
FIGLIA: Solo un posto…
PADRE: No… pochissimi posti, perché se la muovo un pochino, così, è ancora in ordine.
FIGLIA: Va bene… ma proprio pochissimi posti.
PADRE: D’accordo… pochissimi posti. E allora il tuo orsetto, e la bambola, e il mago di Oz, e il tuo maglione e le scarpe? È vero per ogni cosa, no? – che ci sono pochissimi posti che per quella cosa sono ‘ordinati’.
FIGLIA: Sì, papà… ma il mago di Oz potrebbe stare in un punto qualsiasi di quello scaffale. E sai cosa, papà? Mi secca molto quando i miei libri si confondono coi tuoi e coi libri della mamma.
PADRE: Sì, lo so. (Pausa).
FIGLIA: Papà, non hai finito. Perché le mie cose finiscono sempre nel modo che io dico che non è ordinato?
PADRE: Ma io ho finito… è solo perché ci sono più modi che tu chiami ‘disordinati’ che modi che tu chiami ‘ordinati’.
FIGLIA: Ma questa non è una ragione…
PADRE: Ma sì, lo è. Ed è la vera, unica e importantissima ragione.
FIGLIA: Papà, smettila!
PADRE: Ma non ti sto prendendo in giro. La ragione è questa, e tutta la scienza è appesa a questa ragione. Prendiamo un altro esempio. Se io metto un po’ di sabbia in fondo a questa tazzina, e sopra ci verso un po’ di zucchero, e poi giro con un cucchiaino, la sabbia e lo zucchero si mescolano, no?
FIGLIA: Sì, papà, ma ti sembra giusto adesso metterti a parlare di ‘mescolare’, quando abbiamo cominciato con ‘disordinare’?
PADRE: Ma credo proprio di sì… perché si può pensare che ci sia qualcuno che pensa che sia più ordinato avere tutta la sabbia sopra e tutto lo zucchero sotto. E se vuoi dirò che sono io a pensarla così.
FIGLIA: Uhm…
PADRE: D’accordo… prendiamo un altro esempio. Al cinema a volte vedrai che c’è un mucchio di lettere dell’alfabeto, tutte sparpagliate sullo schermo, tutte alla rinfusa, e qualcuna anche capovolta. E poi qualcosa comincia a scuoterle, e le lettere cominciano a muoversi, e queste scosse continuano e le lettere vanno tutte insieme a comporre il titolo del film.
FIGLIA: Sì, sì, l’ho visto, il titolo era A Capri.
PADRE: Non importa qual era il titolo. Il punto è che tu hai visto qualcosa che veniva scosso e agitato, ma invece di finire in un disordine più grande di prima, le lettere si componevano in bell’ordine, tutte in fila nel modo giusto, e formavano parole… cioè costruivano qualcosa che moltissima gente sarebbe d’accordo nel giudicare sensato.

disordine 3

FIGLIA: Sì, papà, ma vedi…
PADRE: No, non vedo niente; quello che voglio dire è che nel mondo reale le cose non vanno mai a quel modo. Quello succede solo al cinema.
FIGLIA: Ma, papà…
PADRE: Cioè, ti dico che è solo al cinema che si possono scuotere le cose e far loro acquistare più ordine e significato di quanto ne avessero prima…
FIGLIA: Ma, papà…
PADRE: Aspetta che finisca, questa volta… E al cinema ottengono quell’effetto facendo andare tutto all’indietro. Mettono le lettere tutte in fila, che facciano A Capri, poi mettono in moto la macchina da ripresa e cominciano a scuotere la tavola.
FIGLIA: Ma, papà… lo sapevo e volevo proprio dirlo io a te… e poi quando proiettano il film lo fanno all’indietro, così sembra che le cose siano accadute in avanti, invece veramente hanno scosso le lettere all’indietro. E devono filmarle capovolte… Perché fanno così, papà?
PADRE: Oddio!
FIGLIA: Perché devono mettere la macchina capovolta, papà?
PADRE: No, non voglio rispondere ora a questa domanda, perché ora siamo in mezzo al problema del disordine.
FIGLIA: D’accordo, ma non dimenticare, papà, che un’altra volta dovrai rispondere alla mia domanda sulla macchina da presa. Non dimenticartene! Non te ne dimenticherai, vero, papà? Perché io potrei non ricordarmene. Ti prego, papà.
PADRE: D’accordo, ma un’altra volta. Ora, dov’eravamo rimasti? Ah, sì, che le cose non avvengono mai all’indietro. E stavo cercando di dirti perché è un buon motivo che le cose avvengano in un certo modo, se possiamo mostrare che quel modo ha più modi di realizzarsi che non un altro modo.
FIGLIA: Papà, non cominciare a dire cose assurde.
PADRE: Non sto dicendo cose assurde. Ricominciamo daccapo. C’è solo un modo per scrivere A Capri. D’accordo?
FIGLIA: Sì.
PADRE: Bene. E ci sono milioni e milioni di modi di sparpagliare sei lettere sul tavolo. D’accordo?
FIGLIA: Sì, penso di sì. Potrebbero essere anche capovolte?
PADRE: Sì… proprio come hanno fatto in quel film. Ma ci potrebbero essere milioni e milioni e milioni di disordini come quello, no? E solo un A Capri.
FIGLIA: Va bene… sì. Ma papà, con le stesse lettere si potrebbe scrivere Aprica.
PADRE: Lascia perdere, quelli del film non vogliono che sia scritto Aprica. Vogliono solo A Capri.
FIGLIA: Perché vogliono così?
PADRE: Al diavolo quelli del film!
FIGLIA: Ma sei stato tu a parlarne, papà.
PADRE: Sì… ma era solo per cercare di dirti perché le cose vanno a finire in quel modo che ha più maniere di realizzarsi. E adesso è ora di andare a letto.
FIGLIA: Ma, papà, non hai ancora finito di dirmi perché le cose accadono in quel modo… il modo che ha più modi.
PADRE: D’accordo, ma non mettere altra carne al fuoco… ce n’è già abbastanza. Comunque sono stufo di A Capri, prendiamo un altro esempio. Giocare a testa o croce.
FIGLIA: Papà, stai ancora parlando del problema di prima? «Perché le cose finiscono sempre in disordine?».
PADRE: Sì.
FIGLIA: Allora, papà, quello che stai cercando di dire vale per le monete, e per A Capri, e per lo zucchero e la sabbia, e per la mia scatola di colori, e per le monete?

disordine 4

PADRE: Sì… è così.
FIGLIA: Ah… stavo solo pensando, ecco.
PADRE: Vediamo se stavolta riesco a dirlo. Torniamo alla sabbia e allo zucchero, e supponiamo che qualcuno dica che quando la sabbia sta in basso, tutto è ‘a posto’ e ‘ordinato’.
FIGLIA: Papà, bisogna proprio che qualcuno dica una cosa del genere, prima che tu possa andare avanti e dire come le cose finiscono in disordine quando le tocchiamo?
PADRE: Sì… ecco il punto. Loro dicono quello che sperano accada, e io dico che non accadrà perché ci sono tante altre cose che potrebbero accadere. E io so che è più probabile che accada una delle tante cose che una delle poche. Dato che ci sono infiniti modi disordinati le cose andranno sempre verso il disordine e la confusione.
FIGLIA: Ma, papà, perché non hai detto questo fin dall’inizio? Questo lo avrei capito benissimo.
PADRE: Già, credo proprio di sì. Comunque è ora di andare a nanna.
FIGLIA: Papà, perché i grandi fanno le guerre, invece di fare solo la lotta come fanno i bambini?
PADRE: No… a nanna. Basta. Parleremo un’altra volta delle guerre.

Leggi su Gregory Bateson
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sofferenza 4

Sofferenza e angoscia esistenziale

La sofferenza è un ospite inquietante che chiede con insistenza all’uomo di dare un senso alla propria esistenza. Apparentemente questa è una domanda vecchia quanto il mondo, perché, dal giorno in cui sono nati, gli uomini hanno conosciuto il dolore, la miseria, la malattia, il disgusto, l’infelicità e persino il “disagio della civiltà” a cui prima le pratiche religiose, e poi quelle terapeutiche, con la psicoanalisi in prima fila, hanno tentato di porre rimedio. La sofferenza però insiste nel dire che nell’età della tecnica la domanda di senso è radicalmente diversa, perché non è più provocata dal prevalere del dolore sulle gioie della vita, ma dal fatto che la tecnica rimuove ogni senso alla vita che non si risolva nella pura funzionalità ed efficienza dei suoi apparati. All’interno di questi apparati, l’individuo soffre per l’“insensatezza” del suo lavoro, per il suo sentirsi “soltanto un mezzo” nell’“universo dei mezzi”, senza che all’orizzonte appaia una finalità prossima o una finalità ultima in grado di conferire senso.
Umberto Galimberti
La casa di psiche. Feltrinelli

La morte di Dio non è passata invano sulle vicende umane, e tanto meno su quella vicenda di tutte le vicende che è l’umano patire, a conforto o a rimedio del quale sono state senza fine ideate pratiche di cura. Ultima in ordine di tempo è la pratica filosofica1 che, al contrario di quanto comunemente si pensa, non contende lo spazio alle altre terapie, perché non è una terapia. Non crede infatti che dal dolore si possa guarire, perché pensa che il dolore non è un inconveniente che capita all’esistenza come effetto di una causa conscia o inconscia a cui si può porre rimedio con una cura, ma ritiene che il dolore non sia separabile dall’esistenza e, in quanto suo costitutivo, non sia suscettibile di guarigione, ma governabile con la cura di sé. (…)
Evocando la morte, il vero rimosso della cultura occidentale, evochiamo il limite costitutivo dell’esistenza umana, la sua finitudine, di cui la sofferenza che costella la vita, la vita di tutti, è anticipazione e ineludibile richiamo. Diciamo di tutti, anche di chi al momento non soffre, perché di fronte alla sofferenza fa breccia anche in lui, inquietante, la possibilità di soffrire. Questa possibilità universalizza il dolore facendolo apparire in tutta la sua ineluttabilità come tratto ineludibile dell’esistenza. Qui nasce la domanda circa il senso della sofferenza, che poi si estende alla domanda che chiede il senso della vita, se è vero che la sofferenza le è costitutiva. Il senso, infatti, è come la fame che si avverte non quando si è sazi, ma quando manca il cibo. È l’esperienza del negativo a promuovere la ricerca, è la malattia, il dolore, l’angoscia, non la felicità, sul cui senso nessuno si è mai posto domande. Lamentare la mancanza di senso significa allora lamentarsi del dolore, della malattia, della morte, per cui la “domanda di senso” è un’espressione nobile che nasconde il rifiuto da parte dell’uomo dell’esperienza del negativo, la non accettazione della propria finitezza, del proprio limite. Ma indaghiamo questo limite e soprattutto vediamo di capire cosa diventa il dolore, qualora fossimo in grado di interiorizzare e far pace con il nostro limite. La domanda di senso si fa più acuta nell’età della tecnica, perché la tecnica tende a mortificare l’individuo nella sua peculiarità, per ridurlo a puro funzionario di un apparato, la cui efficienza è garantita più dalla sostituibilità degli individui che dalla loro specificità. Questa omologazione, che cancella tutte le individuazioni, mortifica le singole soggettività, a cui viene sottratto l’agire in vista di uno scopo, sostituito da un puro e semplice fare azioni descritte e prescritte, senza una visibile finalità che possa giustificare e rinsaldare la loro identità. Questo processo di de-individuazione, ampiamente trattato in Psiche e techne, confligge con l’esperienza del dolore che, come ci ricorda Natoli, “è la modalità classica tramite cui si fa esperienza della propria individualità […] per la semplice ragione che nessuno è sostituibile nel proprio dolore, così come non lo è nella propria morte”. L’età della tecnica, de-individualizzando i singoli soggetti di cui mortifica la specificità, offre sempre meno strumenti per reperire un senso all’esperienza del dolore, nella quale il singolo tocca drammaticamente con mano la propria dimensione individuale e insostituibile. Nella sofferenza siamo insostituibili perché siamo insostituibili nella morte, di cui la sofferenza è un’anticipazione, in quanto sottrazione di vita, sua estenuazione, riduzione della sua espansività, suo ripiegamento.

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Come tale la sofferenza, oltre che evento fisico o psichico, di fronte al quale si arrestano la medicina e la psicoanalisi con i loro rimedi, segnala la condizione ineludibile dell’umano: la condizione mortale. Qui la medicina e la psicoanalisi sono impotenti, mentre la pratica filosofica, che discende dalla consapevolezza della condizione umana, comincia a parlare come parlava la sapienza degli antichi Greci che, pur disponendo di due parole per dire “uomo”, anér e ánthropos, impiegano quasi sempre le espressioni brotós e thnetós che significano “mortale”. Della morte non ci addolora l’evento in sé, ma la consapevolezza della sua ineludibilità e quindi l’attesa di cui la sofferenza è l’avvisaglia. Non soffriamo, infatti, solo del male fisico o psichico che ci tocca, ma soprattutto del suo segnale premonitore. Patire significa infatti subire quel che non si può scegliere. Nel patimento fisico o psichico, oltre al dolore della sofferenza, c’è il dolore dell’attesa di morte, di cui la sofferenza, che restringe le possibilità di vita, è inequivoco segnale. Per questo la pazienza, che è l’arte del saper patire, è virtù riconosciuta nei pazienti, non tanto perché si attende la guarigione prossima o ventura, quanto perché si è consapevoli di non poter evitare la propria sorte mortale. Nel patire quel che non possiamo evitare, la sofferenza, fisica o psichica che sia, ci mette a contatto con il nostro limite, anzi ci consegna al nostro limite che ci descrive come esseri sospesi sul nulla. Dal nulla venuti, al nulla destinati. Puri eventi consegnati alla precarietà dell’esistere che chiedono il senso della loro precarietà. In questa radicale mancanza di senso fa la sua comparsa l’angoscia, che, come Freud e Heidegger ci hanno insegnato, a differenza della paura, non ha un oggetto che la scatena. (…)
Non ci si angoscia dunque per “questo” o per “quello”, ma per il nulla che ci precede e che ci attende: “L’angoscia rivela il niente” scrive Heidegger. Di “questo” o di “quello” si occupa la pratica psicoanalitica; del nulla, di cui “questo” o “quello” sono semplici premonizioni, si occupa la pratica filosofica, che non prende in considerazione questa o quella sofferenza, questa o quella restrizione della vita, se non per inscriverle in quella più ampia esperienza che mostra l’ineludibile precarietà della nostra esistenza, la cui rimozione è la via regia per la consegna alla disperazione. Può disperarsi, infatti, solo chi ha sperato di poter superare il limite costitutivo dell’esistenza. Qui gli antichi Greci scorgevano la massima colpa che l’uomo potesse commettere. E la chiamarono hÿbris, tracotanza, pretesa di oltrepassare il limite, non riconoscere che tutto ciò che nell’esistenza si genera in essa si dissolve. (…)
La pratica analitica coglie l’angoscia nevrotica che ha la sua causa-colpa (in greco le due parole sono rese dallo stesso termine aitía) nei trascorsi del sofferente, nel suo passato, nella sua biografia; la pratica filosofica coglie l’angoscia esistenziale che alle sue spalle non ha né una causa né una colpa, perché nasce dall’anticipazione della morte futura, di cui la sofferenza, come riduzione delle possibilità di vita, è segno e anticipazione. Dall’angoscia nevrotica si può guarire limitatamente ai sintomi con cui questa angoscia si manifesta, ma non in ordine allo sfondo a cui tali sintomi rinviano, che è poi lo sfondo dell’esistenza percepita come assoluta precarietà.

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Qui la pratica analitica è impotente, mentre la pratica filosofica ha ancora una parola da dire. E la dice inscrivendo la caducità dell’esistenza nell’universale caducità, che non è una malattia da cui si può anche guarire, perché è la condizione di ogni esistenza che vuol vederci chiaro e non illudersi con cieche speranze. da Freud là dove racconta:
“Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi, ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato o potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato. […] L’idea che tutta quella bellezza fosse effimera faceva presentire a queste due anime sensibili il lutto per la sua fine; e, poiché l’animo umano rifugge istintivamente da tutto ciò che è doloroso, essi avvertivano nel loro godimento del bello l’interferenza perturbatrice del pensiero della caducità.”
Per non compromettere il proprio impianto psicoanalitico, dal pensiero della caducità Freud si è subito allontanato con la motivazione che “l’animo umano rifugge istintivamente da tutto ciò che è doloroso”. Eppure è stato proprio Freud a insegnarci che non è con la rimozione che si risolvono i problemi. E perciò è proprio nel “doloroso” che la pratica filosofica vuole entrare per interrogare il senso dell’esistenza a partire dalla sua caducità.

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Leggi articolo di Galimberti: Desiderio e amore

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Partner : i comportamenti di coppia sbagliati

Partner  : quali sono i modi sbagliati di esprimere una critica all’altro? Cosa nascondono gli atteggiamenti di disprezzo e collera verso il/la partner? Daniel Goleman analizza le conseguenze di questi comportamenti distruttivi per una sana vita di coppia
Daniel Goleman
Intelligenza emotiva. BUR

Fred: Hai ritirato la mia roba in tintoria?
Ingrid: (Con tono di scherno) “Hai ritirato la mia roba in tintoria?” Vattela a prendere da te la tua maledetta roba. Che cosa sono, la tua serva?
Fred: Magari. Se lo fossi, almeno sapresti fare il bucato.

Se si trattasse di uno scambio di battute in una “sitcom”, potrebbe essere anche divertente. Ma questo dialogo dolorosamente caustico ebbe luogo in una coppia che (fatto non molto sorprendente) divorziò nel giro di pochi anni.161 Teatro del loro scontro fu il laboratorio diretto da John Gottman, uno psicologo della Chicago University che ha compiuto l’analisi più dettagliata forse mai condotta sulle emozioni che cementano le unioni e sui sentimenti corrosivi che possono invece distruggerle.162 Nel suo laboratorio, la conversazione dei due partner viene videoregistrata e poi sottoposta a ore e ore di microanalisi per rivelare eventuali correnti emozionali sotterranee. Questa mappatura dei comportamenti distruttivi che possono portare una coppia al divorzio dimostra l’importanza cruciale dell’intelligenza emotiva nella sopravvivenza di un matrimonio.
Negli ultimi vent’anni, Gottman ha monitorato gli alti e bassi di più di duecento coppie, alcune appena sposate, altre convolate a nozze da decenni. Gottman ha studiato l’ecologia emozionale del matrimonio con una tale precisione che in uno studio è stato in grado di prevedere – “con un’accuratezza del 94 per cento” – quali coppie, fra quelle osservate nel suo laboratorio (come Fred e Ingrid, la cui discussione sulla tintoria era stata così aspra) avrebbero divorziato nei tre anni successivi: una precisione mai vista negli studi sulle coppie!
Il potere dell’analisi di Gottman sta nel suo metodo meticoloso e nella precisione dei suoi sondaggi. Mentre i partner parlano, alcuni sensori registrano cambiamenti fisiologici anche minimi; un’analisi istante per istante delle loro espressioni facciali (usando il sistema per la lettura delle emozioni sviluppato da Paul Ekman) rileva le sfumature emozionali più fugaci e impercettibili. Dopo la seduta, ciascun partner ritorna da solo al laboratorio, rivede la registrazione della conversazione e racconta ciò che pensava durante i momenti più roventi dello scambio. Il risultato è simile a una radiografia emozionale del matrimonio.
Secondo Gottman, un atteggiamento aspramente critico da parte dei partner costituisce un segnale di avvertimento precoce del fatto che il matrimonio è in pericolo. In un matrimonio sano, marito e moglie si sentono liberi di dar voce a un rimprovero. Ma troppo spesso nella foga del momento, i rimproveri vengono espressi in modo distruttivo, come un attacco diretto alla personalità del coniuge. Consideriamo, ad esempio, questo caso: mentre il marito, Tom, si era recato in libreria, Pamela era andata in giro con la figlia per acquistare delle scarpe. Erano rimasti d’accordo che si sarebbero incontrati di fronte all’ufficio postale di lì a un’ora, per poi recarsi insieme al cinema. Al momento stabilito, Pamela era puntuale, ma non c’era traccia di Tom. “Ma dov’è? Il film comincia fra dieci minuti”, si lamentò Pamela con la figlia. “Se c’è un solo modo per mandare a monte qualcosa, sta’ tranquilla che tuo padre non se lo lascia sfuggire.”

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Quando Tom comparve, dieci minuti dopo, tutto felice per aver incontrato un amico e scusandosi per il ritardo, Pamela lo attaccò sarcastica: “Non preoccuparti, va tutto bene: aspettando abbiamo avuto la possibilità di discutere della tua sorprendente abilità a mandare all’aria ogni progetto. Sei talmente menefreghista ed egocentrico!”. Il rimprovero di Pamela è qualcosa di più di una protesta: è l’assassinio di una personalità, una critica rivolta alla persona, non al suo operato. Dopo tutto, Tom si era scusato. Ma irritata dal suo errore, Pamela gli dà del “menefreghista ed egocentrico”. Moltissime coppie, di tanto in tanto, passano attraverso momenti come questo, nei quali un rimprovero, invece di limitarsi a censurare l’azione di uno dei due partner, assume la forma di un attacco contro la sua persona. Ma queste aspre critiche personali hanno un impatto emozionale di gran lunga più corrosivo di quello di una protesta più ragionevole. E tali attacchi, comprensibilmente, diventano sempre più probabili quando un coniuge ha la sensazione che le proprie lamentele restino inascoltate o ignorate.
Le differenze fra una protesta e una critica personale sono semplici. In una protesta, la moglie indica specificamente che cosa l’ha infastidita e critica l’azione del marito, spiegando come essa l’abbia fatta sentire, senza scagliarsi direttamente contro di lui: “Il fatto che hai dimenticato di prendere i miei vestiti in tintoria mi ha dato la sensazione di essere trascurata”. Questa è un’espressione di elementare intelligenza emotiva: sicura, senza aggredire né mostrare passività. Ma in una critica personale, la donna avrebbe usato la rimostranza specifica per lanciare al marito un attacco globale: “Sei così egoista e privo di attenzioni. Questo non fa che dimostrare che faccio bene a pensare che tu non ne possa mai combinare una giusta”. Questo tipo di critica provoca in chi la riceve sentimenti di vergogna e di colpa, oltre alla sensazione di non essere amato – tutte percezioni che scateneranno con maggiori probabilità una reazione difensiva, e non un reale tentativo di migliorare le cose.
Questo è più che mai vero quando alle critiche va ad aggiungersi il disprezzo, un’emozione particolarmente distruttiva. Il disprezzo compare facilmente associato alla collera; di solito esso viene espresso non solo attraverso le parole usate, ma anche dal tono di voce e da un’espressione di collera. La sua forma più ovvia, naturalmente, è lo scherno o l’insulto – “scemo”, “puttana”, “smidollato”. Ma il linguaggio corporeo che trasmette il disprezzo non ferisce certo di meno: si pensi soprattutto al sogghigno, o al labbro sollevato, che sono i segni facciali universali per esprimere il disgusto, oppure al gesto di alzare gli occhi al cielo, come per dire “Oh, Dio!”.
L’espressione facciale caratteristica del disprezzo è una contrazione del muscolo che tende gli angoli della bocca verso i lati (di solito verso sinistra), mentre gli occhi ruotano verso l’alto. Quando uno dei due partner assume rapidamente questa espressione, l’altro, in un tacito scambio emozionale, va incontro a un aumento della frequenza cardiaca di due-tre battiti per minuto. Questa conversazione non verbale ha il suo prezzo; Gottman scoprì che se in una coppia il marito mostra regolarmente disprezzo, la moglie andrà più soggetta a tutta una serie di problemi di salute che vanno dai frequenti raffreddori e agli attacchi di influenza, alle infezioni vescicali, alla candidiasi, e ai sintomi di interesse gastroenterico. E se nel corso di una conversazione di quindici minuti il volto di una moglie assume quattro o cinque volte un’espressione di disgusto – un parente prossimo del disprezzo – questo è un tacito segnale del fatto che probabilmente quella coppia si separerà nel giro di quattro anni.

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Naturalmente, l’esibizione occasionale di disprezzo o disgusto non compromette un matrimonio. Piuttosto, queste scariche emozionali hanno un ruolo simile, come fattori di rischio, a quello del fumo e del colesterolo alto per le cardiopatie – quanto più sono intense e prolungate, tanto maggiore è il pericolo. Sulla via che porta al divorzio, la presenza di uno di questi fattori lascia prevedere la comparsa del secondo, in un’escalation di infelicità. Un abituale atteggiamento critico, e il disprezzo o il disgusto, sono segni di pericolo perché indicano che il coniuge ha silenziosamente formulato un giudizio molto negativo sul proprio partner, che nei suoi pensieri è fatto oggetto di costante condanna. Questi pensieri negativi e ostili portano naturalmente ad attacchi che mettono chi li subisce sulla difensiva – o lo preparano a passare al contrattacco.
Nella reazione di combattimento o fuga, ciascuna delle due opzioni rappresenta un modo in cui un coniuge può rispondere all’attacco dell’altro. La soluzione più ovvia è quella di rispondere contrattaccando, con un’esplosione di collera. Questa via solitamente porta a uno scontro verbale violento e privo di frutti. Ma la risposta alternativa, la fuga, può essere ancora più pericolosa, soprattutto quando consiste nel ritirarsi in un silenzio ostile.
L’ostruzionismo è l’ultima difesa. L’ostruzionista è inespressivo, e si ritira dalla conversazione rispondendo con impassibilità e silenzio. In tal modo, invia un messaggio potente e snervante, qualcosa di simile a una combinazione di distacco glaciale, superiorità e disgusto. L’ostruzionismo compare soprattutto nei matrimoni che vanno verso la crisi; nell’85 per cento di questi casi il marito fa l’ostruzionismo in risposta a una moglie che lo attacca con disprezzo e atteggiamento critico.163 Come risposta abituale, l’ostruzionismo è devastante per la salute di una relazione: esclude infatti ogni possibilità di ricomporre il disaccordo.

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Jung parla della vita

Jung in una intervista ci parla dei valori della vita, di ciò che a suo parere la rende piena e significativa. Jung affronta in maniera semplice e in uno colloquiale i grandi temi dell’esistenza umana. Jung ci invita a una vita più piena e consapevole.
Carl Gustav Jung
Jung parla. Interviste e incontri. Adelphi

Benché oggi la durata della vita si sia allungata di molto, ci si aspetta tuttora che uno vada in pensione verso i sessant’anni, obbligando così l’anziano all’inattività forzata e a volte alla solitudine. Secondo lei, come potrebbero le persone anziane trovare un adattamento soddisfacente?
Jung : Da tanto tempo sostengo la necessità di scuole per adulti Dopotutto, ai giovani cerchiamo di fornire tutta l’istruzione necessaria per costruirsi una vita socialmente positiva. Ma questo tipo di educazione è valido fino alla metà della vita, fino a, diciamo, i trentacinque, quarant’anni. L’uomo oggi ha la possibilità di vivere due volte tanto, e per molti la seconda metà della vita ha una struttura radicalmente diversa dalla prima metà. Ma questo fatto rimane il più delle volte inconscio: non ci si rende conto che la corrente stessa della vita trascina il giovane in avanti fino a una certa vetta di sicurezza, realizzazione o successo. In quel periodo si possono ignorare le esperienze negative; la vita è ancora nuova e intatta e ogni giorno rinnova la speranza che ci saranno offerte le cose desiderate che finora non abbiamo ottenuto. È quando ci si avvicina alla fatale regione dei quarant’anni che ci si guarda indietro, al passato che si è accumulato alle nostre spalle, e ci si presenta, furtivamente o apertamente, la muta domanda: A che punto sono? Si sono avverati i miei sogni? Ho realizzato le aspettative di una vita felice e riuscita che nutrivo vent’anni fa? Sono stato forte, coerente, attivo, intelligente, fidato e paziente abbastanza da cogliere le mie opportunità o da compiere la scelta giusta ai crocevia e da fornire la giusta risposta al problema al quale il destino o il caso mi hanno posto di fronte? E poi arriva la domanda ultima: Qual è la probabilità che io venga meno nel cercare di realizzare ciò che ovviamente non sono riuscito a fare nei primi quarant’anni di vita?

E allora?
Jung : Allora, inesorabilmente, con l’inizio della seconda metà della vita, si impone un cambiamento,  impercettibile sulle prime, ma poi di peso crescente. Ciò che abbiamo conquistato finora non ci appare più uguale a come ci appariva quando ancora ci stava dinanzi: ha perduto un po’ del suo fascino, del suo splendore, della sua attrazione. Ciò che un tempo era avventura, adesso è diventato routine. Anche i fiori alla fine appassiscono ed è difficile trovare qualcosa che duri per sempre. Guardare al passato a poco a poco diventa un’abitudine, per quanto lo detestiamo e cerchiamo di rimuoverlo. Come Euridice, che, nel risalire dal mondo infero, non seppe resistere alla tentazione di gettare lo sguardo proibito alle sue spalle e per questo dovette tornare da dove era venuta. Si potrebbe chiamarlo uno « stile di vita à revers » ed è caratteristico di molte persone, che all’inizio lo adottano quasi inconsapevolmente: si continua a vivere secondo lo stile abituale, anzi, se possibile, lo si accentua, con l’idea di perfezionarlo rispetto al passato, come se il nostro temperamento, che è la causa dei fallimenti passati, potesse modificarsi in futuro.

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Ma, senza che ce ne accorgiamo, la nostra energia non è più attratta allo stesso modo verso gli obiettivi di un tempo, l’entusiasmo è diventato routine e l’ardore abitudine. Quello sguardo all’indietro non mancherà di farci vedere lati e aspetti di noi stessi che avevamo dimenticato e anche altri possibili modi di vivere che avevamo trascurato o evitato. Più la vita presente diventa rigida e abitudinaria, meno soddisfazione ci darà. Ben presto fantasie inconsce incominceranno a trastullarsi con altre possibilità che, se non si portano a coscienza in tempo, possono diventare un fattore di turbamento: può trattarsi di una pura e semplice regressione all’infanzia, che non ci aiuta certo ad affrontare il difficile compito di costruirci un nuovo scopo per la vecchiaia. Se non si ha altro da aspettarsi tranne le cose abituali, la vita non può più rinnovarsi; diventa stantia, si congela e si pietrifica, come accadde alla moglie di Lot, incapace di distogliere gli occhi dalle cose a cui aveva attribuito valore in precedenza. Tuttavia, queste insipide fantasie possono anche contenere i germi di reali nuove possibilità o di un nuovo scopo degno di essere raggiunto. C’è sempre qualcosa più avanti, e nonostante la forza schiacciante dello schema della storia, le cose non sono mai esattamente uguali. Sono sempre « come nuove », al pari degli esseri umani stessi o anche dei cristalli, i quali, nonostante la loro struttura estremamente semplice, non sono mai l’uno uguale all’altro.

Che consiglio darei alle persone avanti con gli anni?
Jung : Quello di vivere al passo con i tempi, nella consapevolezza che il tempo fornirà loro tutte le novità necessarie. Ma è un consiglio troppo semplicistico, dà per scontato che una persona anziana sia capace di percepire e di trovarsi in consonanza con le cose nuove, con le nuove abitudini e i nuovi strumenti. Invece è proprio questo il problema: nuove finalità richiedono occhi nuovi capaci di vederle e un cuore nuovo capace di desiderarle. In troppi casi la vita è deludente e neppure le illusioni più care durano per sempre; è troppo facile concludere: plus ça change, plus ça reste la meme chose. Ma è una. conclusione letale: blocca il flusso della vita e causa un’infinità di disturbi di natura fisica o psichica. I vostri inossidabili razionalisti, che basano le proprie aspettative sulle verità statistiche, rimangono sconcertati di fronte a casi del genere, perché ignorano un dato pratico decisivo: il fatto che la vita rappresenta sempre l’eccezione, è «un fenomeno statistico casuale». Ed è tale perché è sempre la vita di un particolare individuo, di un essere distinto, unico e inimitabile, e non  la vita in generale , perché la vita in generale non esiste.

Che cosa consiglia, dunque, a questo inimitabile essere, una volta oltrepassata la soglia fatale dei quarant’anni?
Jung : Una conoscenza di sé sempre più approfondita è, temo, indispensabile per una vera continuazione della vita nella vecchiaia, per quanto impopolare possa essere la conoscenza di sé. Non c’è niente di più ridicolo o di stolto di un vecchio che finge di essere giovane: si perde anche la dignità, che è l’unica prerogativa della vecchiaia. Lo sguardo deve volgersi dall’esterno verso l’interno, dentro di noi. La scoperta di noi stessi ci mette a disposizione tutto ciò che siamo, ciò che era nostro compito diventare, le basi e lo scopo della nostra vita. La totalità del nostro essere è certamente un’entità irrazionale, ma è questo appunto ciò che siamo, ciò che è destinato a esistere come esperienza unica e irripetibile. Perciò, qualunque cosa scopriamo nel temperamento che ci è stato dato, è UQ. fattore vitale a cui dobbiamo tutta la nostra considerazione. Se dovessimo scoprire in noi, per esempio, un’inestirpabile tendenza a credere in Dio o nell’immortalità, non lasciamoci turbare dalle chiacchiere dei cosiddetti liberi pensatori. E se scopriamo invece una tendenza, altrettanto radicata, a rifiutare ogni idea religiosa, ebbene non esitiamo: rifiutiamola e stiamo a vedere quali effetti ha questo sul nostro benessere generale e sul nostro stato di nutrizione mentale o spirituale. Ma attenti agli infantilismi: chiamare l’ignoto ultimo «Dio» o chiamarlo «Materia» è altrettanto futile, dal momento che non conosciamo né l’uno né l’altra, benché indubbiamente abbiamo esperienza di entrambi. Ma, al di là di questo, noi non sappiamo nulla, e non possiamo crearli noi, né l’uno né l’altra. (…)

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Quali sono a suo avviso i fattori diciamo fondamentali per la felicità interiore dell’uomo?
Jung : Primo: una buona salute fisica e mentale. Secondo: relazioni personali e intime soddisfacenti, nel matrimonio, nella famiglia, nelle amicizie. Terzo: la capacità di percepire la bellezza nell’arte e nella natura. Quarto: un livello di vita sufficiente e un lavoro soddisfacente. Quinto: un punto di vista filosofico o religioso capace di farci affrontare bene le vicissitudini della vita. Livello di vita e lavoro soddisfacenti dipendono naturalmente in gran parte dalla ragionevolezza delle nostre aspettative e dal nostro senso di responsabilità. Gli eccessi possono essere fonte di felicità come di infelicità. E la visione filosofica o religiosa deve essere accompagnata da una coerente moralità pratica, perché senza di essa filosofia e religione rimangono pure finzioni, prive di efficacia concreta. Molto più lungo sarebbe l’elenco dei fattori che determinano l’infelicità! Ciò che avversiamo e temiamo sembra aspettarci al varco e ciò che cerchiamo e desideriamo è così elusivo e quando finalmente lo otteniamo, non è mai senza difetti. La felicità non si può ottenere attraverso idee preconcette, bisognerebbe dire piuttosto che è un dono degli dèi. Viene, poi va, e ciò che ci ha reso felici una volta non è detto che ci renda felici la volta successiva. Tutti i fattori ai quali viene generalmente attribuita la capacità di dare la felicità possono, in certe condizioni, produrre l’effetto contrario: neppure una situazione ideale garantisce necessariamente la felicità. Può bastare a volte una minima interferenza nel nostro equilibrio biologico o psicologico per distruggerla. Non c’è buona salute, non ci sono condizioni economiche favorevoli né rapporti familiari sereni che possano proteggerei, per esempio, da un’indicibile noia, una noia che potrebbe renderei gradito perfino il cambiamento provocato da una malattia non troppo grave.

Dunque lei crede fermamente nella possibilità della felicità nella vita, anche nel matrimonio?
Jung : Ha toccato il più elusivo degli imponderabili! Comunque sia, una cosa è certa: le notti sono tante quanti i giorni e nel corso dell’anno la loro durata si equivale. Neppure la vita più felice è priva di una misura di tenebra, anzi la parola stessa « felicità » perderebbe significato se questa non fosse controbilanciata dalla tristezza. Beninteso è comprensibile che si cerchi la felicità e si vogliano evitare le situazioni infelici e sgradevoli, anche se la ragione ci insegna che un simile atteggiamento è illogico, perché equivale a darsi la zappa sui piedi: quanto più accanitamente si insegue la felicità, tanto più sicuramente ce ne si allontana. E molto meglio, dunque, prendere le cose come vengono, con pazienza ed equanimità. Dopotutto, di tanto in tanto ci sarà pure in serbo per noi qualcosa di bello, di felice o di piacevole nella sacca della dea Fortuna, in mezzo ai suoi doni, grandi e piccoli.

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Responsabilità di parole e gesti

Responsabilità, parola oggi scomoda e spesso dimenticata nelle valutare le parole che diciamo o scriviamo. Anche i gesti non dovrebbero sfuggire a questa valutazione, persino i gesti che non compiamo e che invece avremmo potuto fare. Eugenio Borgna con la sua consueta lucidità e “dolcezza” ci ricorda tutto questo.
Eugenio Borgna
Responsabilità e speranza. Einaudi

La responsabilità non è se non la possibilità di prevedere gli effetti delle nostre azioni, e delle nostre parole, di modificarle, e di correggerle, in base a tale previsione. Non è facile scegliere le parole, scritte o dette, che esprimano le cose che pensiamo, e sentiamo, e che corrispondano alle attese di chi ci ascolta, e di chi ci parla, ma dovremmo sentirci responsabili di questo. Prendere coscienza di questi problemi è premessa alla ricerca di parole gentili e umane che aprano ponti fra noi e gli altri, fra gli altri e noi. Sono i ponti di cui parla Nietzsche, e sono i ponti che ci uniscono; e questo anche perché la parola responsabilità contiene al suo interno «risposta», «rispondere», e sottintende il dialogo, il non rimanere indifferenti alle forme di vita e di esperienza dell’altro. (…) Noi non siamo solo responsabili delle nostre azioni, ma anche delle parole che diciamo, o scriviamo, e allora come conoscere, e come scegliere, le parole che fanno del bene, e quelle che fanno del male, quelle che sono donatrici di speranza, e sono di aiuto agli altri, e quelle che non lo sono? Al di là di ogni nostra intenzione, siamo sempre responsabili delle parole che diciamo, delle parole che scriviamo, delle parole che non diciamo, e che dovremmo invece dire. Sì, le parole nascono e muoiono senza fine, ed è così facile, ed è così frequente, che sulla scia di leggerezze e di dimenticanze, di disattenzioni anche involontarie, si parli senza valutare le conseguenze delle nostre parole.
Certo, siamo responsabili delle parole che diciamo, e che sono talora inconsistenti, e volubili, come farfalle che sfrecciano nell’azzurro del cielo, affascinandoci, e straziandoci, con i loro colori, la loro ebbrezza e la loro futilità; ma le parole dette lasciano talora tracce che la memoria trattiene, rielabora, o modifica, senza che si possa ricordarne l’origine e la verità, le intenzioni, con cui sono state pronunciate. Delle parole che diciamo, grande e bruciante è la nostra responsabilità, e dovremmo ogni volta tenerne presenti le conseguenze sugli stati d’animo e sulla sensibilità, sulle fragilità e sulle debolezze, di chiunque le ascolti. Una parola, una sola parola, quanta fatica a volte cercarla, e trovarla, ma quanta fatica a volte dimenticarla: quando ferisce, non si cancella dalla memoria, e continua a richiamare intono a sé come una medusa altri pensieri e altre immagini. Le angosce, che si sprigionano da una parola infelice, o sbagliata, possono talora estendersi nel tempo, e non oscurarsi più.

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Le risonanze emozionali alle parole che diciamo si rispecchiano nei volti e negli occhi, negli sguardi e nelle lacrime, di chi le ascolti; e questo aiuta le parole a essere piú umane, e piú luminose. Essere responsabili di questo, in famiglia, nella scuola, nelle quotidiane relazioni sociali, alla radio, alla televisione, nei social network, è dovere, e nondimeno quante volte ci si dimentica di pensare alle parole che si dicono: al peso umano e psicologico che anche una sola parola può avere. Certo, il mio non è un invito a selezionare le parole, a scegliere parola per parola, nella articolazione di un discorso, perché ovviamente verrebbero meno spontaneità e naturalezza, chiarezza e comunicatività. Sí, basterebbe tenere presenti questi problemi, e, se il nostro cuore è limpido e aperto all’ascolto, non correremmo questi pericoli, e saremmo testimoni di accoglienza e di comprensione del dolore dell’anima, e della gioia, che vivano nelle relazioni che dovremmo costruire ogni giorno: nel segno della speranza. Ovviamente, non illudiamoci sulla possibilità che questa esigenza di parole aperte alla accoglienza e alla speranza possa di solito ritrovare una qualche risonanza nelle parole della televisione, o dei social network. O almeno temo che sia così in molte circostanze della comunicazione televisiva e digitale. (…)
Ma vorrei ora dire come sia diversa invece la responsabilità verso le parole scritte.
Le parole scritte non sono solo quelle dei testi di letteratura, o di filosofia, di psichiatria, o di scienze naturali, ma sono quelle delle lettere, o delle e-mail, che si inviano, e si leggono, e dovremmo sempre ricordarci delle responsabilità che abbiamo anche in queste nostre comuni forme di espressione. Ma cosa distingue la responsabilità delle parole, che si dicono, da quella delle parole che si scrivono?
Nel Fedro, uno dei suoi celebri dialoghi, Platone fa dire a Socrate cose bellissime su questo tema: «Una volta che sia stato scritto, ogni discorso rotola da tutte le parti, indifferentemente, nelle mani di chi se ne intende e in quelle di chi non è interessato, ignorando a chi deve parlare e a chi no. E se è offeso o ingiustamente vituperato, ha sempre bisogno del soccorso del padre: da solo è incapace di rintuzzare un attacco o difendersi».
Cosa può significare questo discorso se pensiamo alle cose talora banali, e ovvie, che scriviamo e leggiamo nelle nostre lettere e nelle nostre e-mail? Fra le altre cose, significa che nello scrivere un testo, di qualsiasi natura sia, e anche una semplice lettera, non dovremmo mai dimenticare che delle parole scritte siamo (forse) ancora più responsabili (ogni testo scritto non può non essere esposto a mille possibili interpretazioni) che delle parole che diciamo. Questo è il pensiero di Platone ma non so quanto sia oggi pienamente accettabile in un’epoca storica nella quale siamo immersi in un fiume inarrestabile di parole che si intrecciano alle immagini, e nella quale non si legge molto, e non si parla, ma si chiacchiera senza fine. Non è allora possibile distinguere radicalmente quelle che sono le risonanze emozionali ed esistenziali alle parole dette, e alle parole scritte? Non lo so. Ma Platone non esclude che ci siano discorsi scritti capaci di difendersi da soli, e lo fa dire ancora a Socrate: «Vogliamo vedere come nasce un altro discorso, fratello legittimo di questo, e di quanto cresce migliore e più vigoroso di questo?» E questa ne è la risposta: «Il discorso che viene scritto, grazie alla conoscenza, nell’anima di chi apprende, un discorso che sa venire in soccorso a se stesso, e che sa con chi parlare e con chi tacere». Come non dire allora che Platone ci invita a ripensare a quanto grande sia la nostra responsabilità quando parliamo, e quando scriviamo, nel creare ogni giorno relazioni umane che si aprano, o si chiudano, al dialogo e all’ascolto, alla tolleranza e alla solidarietà, alle attese e alle speranze, in una vita oggi lacerata dall’indifferenza, e dalla glaciale insensibilità ai valori, dalla violenza dilagante?

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Noi siamo chiamati a rispondere delle parole, dei silenzi, dei gesti, degli sguardi, delle lacrime e del sorriso, delle forme infinite con cui parla, o tace, il nostro corpo, ma siamo anche chiamati a rispondere di parole, di gesti semplici e banali, mancati: una stretta di mano, una lacrima, un sorriso che avrebbero potuto dire la nostra capacità di partecipare alla sofferenza, o alla gioia, all’angoscia, o alla disperazione, di una persona. Sono cose molto semplici, ma sono buone azioni, e Nietzsche ha scritto una volta che, ridestandoci la mattina, dovremmo augurarci di compiere nella giornata una buona azione: basterebbe questa a farci uscire dalle barriere del nostro egoismo, e della nostra indifferenza.
Ma come non essere anche responsabili di non fare attenzione al silenzio, ai suoi molteplici significati, e in particolare al silenzio degli adolescenti, che rinasce dal male di vivere, dal dolore dell’anima, dal rifiuto di persone e di situazioni, da problematiche autistiche, dalla nostalgia dell’infanzia, da incomprensioni familiari e scolastiche, dai deserti luoghi che sono divenute talora le famiglie, dalla sfida alla autorità, e da altre cause ancora, e come riconoscerle? Un compito al quale sono chiamati genitori e insegnanti, e in casi estremi psichiatri: un compito al quale non è possibile abdicare, e al quale ci si avvicina se si riesce a fare maturare una climax di fiducia: ma come crearla? Sfuggendo alle certezze, e rimettendosi ogni volta in gioco, ripensando magari a quelle che sono state le nostre adolescenze, rivivendole, e sulla loro scia cercando di immedesimarci nei modi di fare silenzio degli adolescenti, e affidandoci alla intuizione che in alcuni di noi, al di là della nostra cultura, consente di cogliere l’indicibile nella vita.
(Il silenzio in una bellissima poesia di Ungaretti si intreccia misteriosamente alla parola: «Quando trovo | in questo mio silenzio | una parola | scavata è nella mia vita | come un abisso». Basta allora una sola parola a spalancare abissi dentro di noi?)

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Scuola : elogio dell’insegnamento

Scuola non è più un apparato ideologico dello Stato con la missione di realizzare un intruppamento ideologico del consenso. Il suo prestigio simbolico si è indebolito, afflosciato, la sua massa è divenuta molle. I suoi edifici si sgretolano, i suoi insegnanti vengono umiliati socialmente ed economicamente. Il suo dispositivo non è più disciplinare, ma, casomai, «indisciplinare». Eppure la Scuola e gli insegnanti svolgono possono svolgere ancora un ruolo fondamentale…
Massimo Recalcati
L’ora di lezione. Einaudi

Abbiamo conosciuto un tempo dove bastava che un insegnante entrasse in classe per far calare il silenzio. Era lo stesso tempo dove era sufficiente che un padre alzasse il tono della voce per incutere nei suoi figli un rispetto misto a timore. La parola dell’insegnante come quella del pater familias appariva una parola dotata di peso simbolico e di autorità a prescindere dai contenuti che sapeva trasmettere. Era la potenza della tradizione che la garantiva. La parola di un insegnante e di un padre acquistava uno spessore simbolico non tanto a partire dai suoi enunciati ma dal punto di enunciazione dal quale essi scaturivano. Il ruolo simbolico prevaleva su chi realmente lo incarnava più o meno difettosamente. Questo non impediva che le teste degli allievi cadessero sui banchi e che i loro sguardi vagassero annoiati nel vuoto, o che i figli lasciassero immediatamente uscire dalle loro orecchie le parole senza appello dei padri.
Ebbene questo tempo è finito, defunto, irreversibilmente alle nostre spalle. Non bisogna rimpiangerlo, non bisogna avere nostalgia della voce severa del maestro, né dello sguardo feroce del padre. Se il nostro tempo è il tempo della dissoluzione della potenza della tradizione, se è il tempo dove il padre è evaporato, nessun insegnante può più vivere di rendita. Quando un insegnante entra in aula (o quando un padre prende la parola in famiglia), deve ogni volta guadagnare il silenzio che onora la sua parola, non potendosi più appoggiare sulla forza della tradizione – che nel frattempo si è sbriciolata – ma facendo appello alla sola forza dei suoi atti. Ogni volta che un insegnante entra in classe si deve confrontare con la propria solitudine, con un vuoto di senso entro il quale è costretto a misurare la propria parola. Lo stesso accade nelle famiglie dove l’autorità della parola del padre non si trasmette più come un dato di natura, ma deve essere ogni volta riconquistata dai piedi. È la cifra fondamentale del nostro tempo: nell’epoca dell’indebolimento generalizzato di ogni autorità simbolica è ancora possibile una parola degna di rispetto? Cosa può restare della parola di un insegnante o di un padre nel tempo della loro evaporazione? La pratica dell’insegnamento può accontentarsi di essere ridotta alla trasmissione di informazioni – o, come si preferisce dire, di competenze – o deve mantenere vivo il rapporto erotico del soggetto con il sapere?

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È un bivio culturale con il quale siamo confrontati. Ma per scegliere la via dell’erotizzazione del sapere occorre che l’insegnante sappia preservare il giusto posto dell’impossibile. È il tratto che contrassegna ogni trasmissione autentica: la trasmissione del sapere di cui la Scuola si incarica a ogni livello, dalle scuole elementari sino a quelle post-universitarie, non è la chiarificazione dell’esistenza o la riduzione della verità a una somma di informazioni, ma la messa in evidenza di come ruoti attorno a un impossibile da trasmettere. Il maestro non è colui che possiede il sapere, ma colui che sa entrare in un rapporto singolare con l’impossibilità che attraversa il sapere, che è l’impossibilità di sapere tutto il sapere. Non perché non esista una Biblioteca delle Biblioteche capace di raccogliere tutto il sapere, ma perché, anche se esistesse e se leggessimo ogni suo libro, non avremmo affatto risolto il limite che attraversa il sapere come tale. Il sapere non si può mai sapere tutto perché è per sua struttura bucato, non-tutto, impossibile. Uno scarto irriducibile lo separa dal reale della vita. Si deve dire allora che un insegnamento ha come tratto distintivo il confronto con il limite del sapere attraverso il sapere, mentre il maestro che mostra di possedere il sapere può essere solo una caricatura risibile del sapere.
Di qui la centralità che assume lo stile. Ogni insegnante insegna a partire da uno stile che lo contraddistingue. Non si tratta di tecnica né di metodo. Lo stile è il rapporto che l’insegnante sa stabilire con ciò che insegna a partire dalla singolarità della sua esistenza e del suo desiderio di sapere. La tesi principale di questo libro è che quel che resta della Scuola è la funzione insostituibile dell’insegnante. Questa funzione è quella di aprire il soggetto alla cultura come luogo di «umanizzazione della vita», è quella di rendere possibile l’incontro con la dimensione erotica del sapere.
Mi è capitato qualche anno fa di voler continuare a insegnare mentre venivo interrotto in aula dagli studenti che protestavano (giustamente) contro la legge Gelmini. Condividevo le loro ragioni, ma non potevo e non volevo perdere la mia ora di lezione perché non avrei potuto recuperarla. Ho parlato francamente ai miei interlocutori mentre ironizzavano su quale importanza potesse mai avere un’ora di lezione di fronte allo sfascio generale dell’Università che la legge Gelmini avrebbe provocato. Avevano ragione, ma non ho smesso per questo di sostenere le mie ragioni. Pensavo che non si potesse ironizzare sul peso che un’ora di lezione può avere per la vita di uno studente. Volevo proseguire nella mia lezione – che, come al solito, avevo preparato con cura – perché un’ora di lezione non è mai robetta, non è lo scorrere di un tempo nato già morto, non è un automatismo svuotato di senso, non è routine senza desiderio, come invece sembrava pensassero i miei interlocutori.

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Questo, piuttosto, è l’automatismo, il morbo della Scuola, è la patologia propria del discorso dell’Università che ricicla un sapere che tende anonimamente alla ripetizione annullando la sorpresa, l’imprevisto, il non ancora sentito e il non ancora conosciuto, rendendo impossibile l’evento della parola. È uno dei nemici acerrimi del lavoro dell’insegnante: la tendenza al riciclo e alla riproduzione di un sapere sempre uguale a se stesso. È lo spettro che sovrasta e può condizionare mortalmente questo mestiere: adagiarsi sul già fatto, sul già detto, sul già visto, ridurre l’amore per il sapere a pura amministrazione di un sapere che non riserva più alcuna sorpresa. A quel punto non c’è trasmissione di una conoscenza viva ma burocrazia intellettuale, parassitismo, noia, plagio, conformismo. Un sapere di questo genere non può essere assimilato senza generare un effetto di soffocamento, anoressia intellettuale, disgusto. Ma la Scuola non è innanzitutto questo. Cercano di mostrarlo quotidianamente insegnanti a qualunque livello operino: il vero cuore della Scuola è fatto di ore di lezione che possono essere avventure, incontri, esperienze intellettuali ed emotive profonde. Perché quello che resta della Scuola, nel tempo della sua evaporazione, è la bellezza dell’ora di lezione. Questa è stata per me la Scuola e questo mi ha salvato. Per questo di fronte ai giovani che protestavano ho voluto continuare a insegnare e l’ho fatto per onorare tutti i maestri che mi hanno insegnato che un’ora di lezione può sempre aprire un mondo, può sempre essere il tempo di un vero incontro.
Oggi segnaliamo una crisi senza precedenti del discorso educativo. Le famiglie appaiono come turaccioli sulle onde di una società che ha smarrito il significato virtuoso e paziente della formazione, rimpiazzandolo con l’illusione di carriere prive di sacrificio, rapide e, soprattutto, economicamente gratificanti. Come può una famiglia dare senso alla rinuncia se tutto fuori dai suoi confini sospinge verso il rifiuto di ogni forma di rinuncia? Per questa ragione di fondo la Scuola viene invocata dalle famiglie come un’istituzione «paterna», che può separare i nostri figli dall’ipnosi telematica o televisiva in cui sono immersi, dal torpore del godimento «incestuoso», per risvegliarli al mondo. Ma anche come un’istituzione capace di preservare l’importanza dei libri in quanto oggetti irriducibili alle merci, oggetti capaci di fare esistere nuovi mondi.
Capissero almeno questo i suoi censori implacabili! Capissero che sono innanzitutto i libri – e i mondi che ci aprono – a ostacolare la via a quel godimento mortale che sospinge i nostri giovani verso la dissipazione della vita (tossicomania, bulimia, anoressia, depressione, violenza, alcolismo, ecc.). Lo sapeva bene Freud quando riteneva che solo la cultura poteva difendere la Civiltà dalla spinta alla distruzione animata dalla pulsione di morte. La Scuola contribuisce a fare esistere il mondo perché un insegnamento, in particolare quello che accompagna la crescita (la cosiddetta «Scuola dell’obbligo»), non si misura dalla somma nozionistica delle informazioni che dispensa, ma dalla sua capacità di rendere disponibile la cultura come un nuovo mondo, un altro mondo rispetto a quello di cui si nutre il legame familiare. Quando questo mondo, il nuovo mondo della cultura, non esiste o il suo accesso viene sbarrato, come faceva notare il Pasolini luterano, c’è solo cultura senza mondo, dunque cultura di morte, cultura della droga.
Se tutto sospinge i nostri giovani verso l’assenza di mondo, verso il ritiro autistico, verso la coltivazione di mondi isolati (tecnologici, virtuali, sintomatici), la Scuola è ancora ciò che salvaguarda l’umano, l’incontro, le relazioni, gli scambi, le amicizie, le scoperte intellettuali, l’eros. Un bravo insegnante non è forse quello che sa fare esistere nuovi mondi? Non è quello che crede ancora che un’ora di lezione possa cambiare la vita?

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Gioco d’azzardo : la dipendenza dal gioco

Gioco d’azzardo rappresenta un problema sotto gli occhi di tutti. Il gioco d’azzardo alimenta il mercato delle illusioni, proponendosi come una fabbrica di false speranze. Il gioco d’azzardo coinvolge tutti e, come ogni dipendenza, provoca danni non solo a chi ne soffre ma anche ai suoi familiari.
Mauro Croce, Francesca Rascazzo
Il gioco d’azzardo, giovani e famiglie. Giunti

Chi  non  ha  mai avuto  la  tentazione  di  acquistare  un  biglietto  della lotteria o un tagliando da grattare? Di scommettere sulla squadra del cuore o di giocare alle macchinette elettroniche? L’elenco dei giochi d’azzardo, quelli il cui esito è dettato dalla sorte, potrebbe continuare sino a includere le più avanzate e nuove forme di gioco, quelle online, di fronte allo schermo del computer. Il gioco d’azzardo per molte persone è un comportamento privo di rischi, un passatempo che offre l’illusione momentanea di provare l’emozione di una vincita. Ma può anche essere un incontro, quello con l’azzardo ,in grado di innescare una spirale inarrestabile, e con conseguenze spesso drammatiche.
Il consumo di gioco d’azzardo è molto più vicino alla nostra esperienza quotidiana di quanto immaginiamo. È dentro il mercato dei beni di prima necessità, è nelle pubblicità, nella musica, nei film. L’azzardo stesso è diventato un potente prodotto di mercato, un prodotto che gioca con le nostre debolezze e speranze, un bene non più di lusso, ma alla portata di tutti. Se in passato era essenzialmente uno svago “d’élite”, o il rituale della schedina della domenica, oggi chiunque s’illude di acquistare con il gioco la speranza di vincere, di cambiare vita al costo di un biglietto della lotteria. Ed è soprattutto nei periodi di crisi economica, come sostengono gli esperti, che l’azzardo funziona bene come antidoto alla disperazione, quasi fosse l’ultima e unica speranza in un futuro migliore.
Il gioco d’azzardo è alla portata di tutti – uomini, donne, anziani e ragazzi – in luoghi quanto mai accessibili: bar, tabaccherie, sale scommesse, sale Bingo. In realtà non occorre necessariamente andare da qualche parte per poter giocare: l’azzardo attraversa molti spazi della nostra quotidianità. Si può giocare negli uffici postali, al supermercato e, con la diffusione del gioco online, grazie ai cellulari di ultima generazione è possibile farlo ovunque e in qualsiasi momento. (…)

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Ma quanti e quali tipi di giochi esistono? (…) Esistono quattro categorie di giochi di diversa  natura:

  1. giochi di Mimicry. sono i giochi di travestimento, di mimetizzazione, nei quali si fantastica sulla realtà trasformandola in qualcosa di Giochi che offrono la possibilità di assumere un altro ruolo, un’altra identità, una maschera che, nella finzione, possiamo permetterci di “indossare”, ma che nella realtà non potremmo “giocare” ad assumere (in inglese il verbo to play significa sia giocare, sia recitare). Giocare con le bambole, travestirsi per Carnevale, fare imitazioni. oppure celare la propria identità dietro soprannomi, compresi i più recenti tag (es. le sigle con cui i graffitari firmano i murales) e nick-name;
  2. giochi di llinx: sono i giochi di vertigine, nei quali si cerca il brivido, come al luna park, sulle giostre, sull’altalena, nel jumping , ecc.;
  3. giochi di Aqon: sono i giochi di competizione, di agonismo, in cui sono centrali le abilità del giocatore. Le discipline sportive sono un esempio, cosi come gli scacchi, il sudoku, il bridge, ecc.;
  4. giochi di Alea: sono i giochi regolati dal caso, in cui il giocatore si affida alla fortuna e la sua abilità non ha alcuna influenza sul risultato. È in questa categoria che rientrano i giochi d’azzardo, da quelli più antichi come il lancio dei dadi, sino alle lotterie, alle scommesse, ai “Gratta e Vinci” dei nostri tempi.

Le categorie proposte non vanno intese in senso esclusivo. Nei giochi d’abilità, come in molte competizioni sportive, può ricorrere la vertigine, il brivido. Allo stesso modo, nel paracadutismo, dove la vertigine è predominante, è molto importante anche l’abilità, la preparazione dell’atleta. I giochi d’agonismo, a loro volta, possono essere drasticamente condizionati dal caso: vano sarà stato l’allenamento del ciclista se buca la gomma nell’ultimo chilometro della corsa!
Curioso è il caso del poker, gioco nel quale ricorrono tutte le caratteristiche citate dalla classificazione dei giochi: l’alea, il caso che regala al giocatore “la mano buona”; la mimicry, la capacità di simulare, di bluffare; la vertigine, la sensazione di smarrimento nel gioco, di totale assorbimento; e, infine, la capacità di essere lucidi, di controllare le emozioni, capire le debolezze e le caratteristiche degli altri giocatori. «In un tavolo da poker hai mezz’ora per capire chi è il pollo. Se non l’hai capito, il pollo sei tu» dice Matt Damon, pokerista di professione nel film Rounders ·Il giocatore.
Caratteristica centrale dei giochi d’azzardo è, però, il fatto che il giocatore non si confronta unicamente con l’avversario; anzitutto egli sfida la sorte, il destino, e se avrà vinto o perso al gioco sarà stato il fato a deciderlo. Quale che sia l’esito del gioco d’azzardo, non potrà dire di essersi “meritato” il risultato, dal momento che la sorte. e non la sua abilità, avrà dettato il corso degli avvenimenti. È l’esatto contrario del lavoro, un’ ”insolente e sovrana derisione del merito” come ha sostenuto Caillois in I giochi e gli uomini, perché da esso il giocatore fortunato (ma solo lui…) può trarre molto più di quanto il lavoro e la fatica gli possano procurare. (…)

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Nei giochi d’agonismo, d’abilità, il risultato dipende dall’impegno del giocatore, dalla sua preparazione, dalla costanza nell’allenamento. Il giocatore, cioè, fa unicamente appello alle sue capacità, sia che abbia dì fronte un avversario da battere, sia che si impegni in una sfida contro se stesso, ad esempio per superare il proprio  record di salto. Allenandosi acquisisce esperienza e, di conseguenza , tenderà a migliorare le sue prestazioni. Attraverso l’applicazione, l’osservazione degli altri, le continue prove e gli errori. è certamente possibile migliorarsi in un’attività agonistica. Fare canestro al primo tentativo può essere molto difficile, ma dopo aver tentato più volte, osservato il rapporto tra distanza. direzione e forza del lancio, velocità, ci si può gradualmente riuscire.
Nei giochi d’alea tutto ciò non accade. Non c’è altro esito se non quello dettato dalla fortuna, eppure per molti giocatori questa evidenza non è per nulla scontata. Ed è proprio qui che può iniziare il “problema” azzardo: il giocatore tende a non considerare la caratteristica aleatoria della sfida, confonde alea e agon, pensa di poter maturare abilità nei giochi d’azzardo, proprio come farebbe in un gioco di agonismo. Può credere di conoscere i trucchi del gioco , e se vince si compiace di battute come: «Che bravo! Ma come hai fatto?»;anche lo schermo della slot, o quello del pc possono contribuire a fargli credere di essere stato “capace” di vincere, complimentandosi con lui.
L’errore sta nel pensare che ci sia una regola, una concatenazione di eventi, cause ed effetti, quando in realtà tutto è dovuto al caso. Così, il giocatore può convincersi che, nel tempo, le sessioni di gioco possano promettere risultati sempre migliori, non considerando, però, un fattore essenziale: ogni sessione di gioco è una storia a sé, e l’esito del gioco sarà identico, tanto per il principiante (talvolta fortunato a dispetto del veterano. come vuole il popolare detto}, quanto per il giocatore cosiddetto “incallito”.
Annebbiato  da  questa  erronea   considerazione  il  giocatore  può cercare in sé e nella situazione di gioco ogni minimo dettaglio che, a suo giudizio può aver condizionato la vincita o la perdita . “Quella volta che ho vinto indossavo quell’abito.., “Ho sognato qualcosa·, “Avevo appena incontrato qualcuno”, sono esempi di situazioni che nella mente del giocatore si trasformano in avvertimenti, in segni premonitori che accompagnano molto spesso comportamenti superstiziosi. Se, del tutto casualmente, a essi corrisponde la perdita al gioco, il loro potere cessa di esistere e il giocatore li sostituirà con altri segni. Se invece, altrettanto casualmente, il giocatore vince, i suoi segni premonitori, gli “amuleti” che porta con sé, conserveranno intatto il loro “potere magico” .
Di fondo c’è, nella mente di chi gioca d’azzardo, la negazione del caso come fattore determinante per la sfida. Si gioca e si rigioca “come se” la fortuna non avesse alcun ruolo, oppure sfidandola, provocandola, costruendo strategie, illudendosi di controllare ciò che non può essere controllato.

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Ascolto di sé : il coraggio di ritrovasi

L’  ascolto degli altri è fondamentale per costruire relazioni sane e soddisfacenti. Eppure questa capacità non può partire che dalla capacità di ascolto di noi stessi. Riflessione, calma e soprattutto sincerità verso di noi sono i prerequisiti per venire in contatto con la nostra interiorità.
Ivana Castoldi
Piccolo dizionario delle emozioni. Feltrinelli

Sappiamo come siano rare le persone che sono veramente in grado non solo di prestare ascolto alla comunicazione verbale degli altri, ma anche di interpretare correttamente intenzioni e richieste sottese ai loro comportamento. Tuttavia, qualche volta capita di incontrarne. Si tratta di interlocutori per i quali le parole che pronunciamo diventano dense di significati, perché ci “vedono” realmente e sono sinceramente interessati a colmare la distanza emotiva che spesso separa gli esseri umani e a cercare uno spazio di condivisione, facendoci sentire non più viaggiatori solitari e dispersi nel vasto mondo, ma depositari di un comune destino che ci affratella.
Questo tipo di ascolto va ben al di là delle parole, perché include un’attenzione più profonda, che viene estesa, oltre il verbale, ai diversi canali analogici da noi tutti utilizzati, perlopiù inconsapevolmente, per esprimere pensieri ed emozioni. Si tratta, dunque, di un genere di ascolto più raffinato e potente, che rivela un’evidente capacità di empatia e un desiderio sincero di ampliamento della conoscenza, rivolti a ogni persona con cui ci troviamo a interagire nell’ambito della nostra esperienza di vita.
Più spesso invece, quando avviamo un dialogo con qualcuno, non troviamo ascolto e non ne diamo, perché nella comunicazione con gli altri siamo portati a ricercare prevalentemente l’eco delle nostre parole e il riverbero delle nostre percezioni. Ascoltiamo noi stessi e non siamo in grado di recepire veramente i messaggi dei nostri interlocutori. Interpretiamo i loro discorsi e i loro comportamenti secondo le nostre esigenze e i nostri propositi, fuorviati dal pressante bisogno – oltre che magari di ottenere eventuali vantaggi concreti – di trovare conferme, di ricevere attestazioni di affetto e apprezzamento.
Anche se la diversità ci attrae e ci incuriosisce, soprattutto nell’ambito delle relazioni stabili e significative, siamo alla ricerca della somiglianza e delle analogie. Il disaccordo delle opinioni e la dissonanza degli intenti ci disturbano e ci predispongono a un atteggiamento di chiusura e di sospetto. Non c’è nulla poi che susciti in noi maggior timore o fastidio del giudizio altrui, che molto spesso tendiamo a vedere persino quando non c’è. Fosse solo anche un’ombra di biasimo che sembra trapelare da un gesto o da un’occhiata- Dobbiamo ammettere infatti che, nelle situazioni in cui percepiamo dei segnali di disapprovazione, siamo solitamente poco inclini a un dialogo costruttivo,  vale a dire: un confronto leale, teso a risolvere i contrasti, a colmare la distanza e a chiarire eventuali malintesi. Piuttosto, l’inquietudine e l’irritazione prendono il sopravvento, rendendoci incapaci di costruire un spazio di efficace condivisione con il prossimo.

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In molti casi, il dissenso sfocia in aperto conflitto e in uno scontro diretto che può lasciare tracce indelebili nelle relazioni interpersonali. Oppure, l’incomprensione genera una chiusura silenziosa e ostile tra gli interlocutori che, se non risolta tempestivamente, può diventare definitiva: l’inevitabile epilogo di una storia. Come capita alle numerose coppie che non riescono a preservare l’integrità del loro rapporto attraverso la capacità di confronto e rinnovamento continuo. Oppure a genitori e figli che sembrano parlare linguaggi così incompatibili da creare solchi profondi di diffidenza e rancore, che con il passare del tempo potrebbero rendere il rapporto irrecuperabile.
La difficoltà a comunicare o addirittura l’assenza del dialogo sono da sempre grandi temi della terapia familiare, che impegnano chi svolge la mia professione in una ricerca, talvolta davvero ardua, di indicazioni e strategie volte a sbloccare situazioni di impasse ormai cristallizzate negli anni. Le cattive abitudini sono dure a morire: occorrono grande pazienza e una buona dose di creatività per riuscire a smantellare pregiudizi radicati e a modificare rigide convinzioni personali che pregiudicano le possibilità di intesa tra i componenti della famiglia o i partner della coppia.
Se nell’ambito di una relazione affettiva risulta così difficile introdurre cambiamenti nello stile della comunicazione (cioè nel linguaggio verbale e nei comportamenti), è anche perché ciascuno non si rende disponibile all’ ascolto dell’altro, alle sue richieste, ai suoi bisogni. Siamo solo sintonizzati sui nostri: sembriamo un disco rotto che ripete la stessa nota all’infinito- Se non si immette un elemento dissonante che interrompe la ripetitività, il dialogo risulterà bloccato, vanificando la speranza di trovare un accordo. Sembrerebbe dunque che siamo talmente concentrati sulle nostre convinzioni, sulle nostre pretese e sulle nostre aspettative che le parole dei nostri interlocutori rischiano di diventare solo un fluire ininterrotto di suoni che neppure ci scalfisce. É una sorta di rassicurante rumore di fondo che ci tiene compagnia e ci trasmette la consolante, per quanto illusoria, sensazione di non essere soli, di essere in contatto con altri essere umani, integrati in un sistema sociale che ci rimanda un gratificante, seppur precario, senso di appartenenza. Con tali presupposti, verrebbe da concludere che siamo almeno capaci di comunicare con noi stessi. Eppure questa autoreferenzialità, questa centratura sulla nostra personale visione del mondo e sulla nostra peculiare esperienza affettiva, non ci deve illudere. L’attenzione che rivolgiamo a noi stessi non va confusa con un’effettiva capacità di ascolto, non significa necessariamente essere in contatto con se stessi, con la propria sfera più intima e genuina.
Esiste, infatti, un tipo di ascolto più intenso e profondo che abitualmente non pratichiamo e tendiamo a ignorare. Non riguarda solo la comunicazione con il prossimo, ma, in primo luogo, il dialogo che intratteniamo con noi stessi. Chi sa ascoltare veramente la voce del proprio Io? Chi sa cogliere i propri bisogni più autentici, sa individuare e interpretare correttamente i propri stati  emotivi nella grande variabilità delle sfumature espressive? Chi può garantire a se stesso una tale competenza e un’effettiva conoscenza della propria individualità?

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Sono tanti coloro che nelle diverse circostanze della vita non riescono a essere vigili e presenti a se stessi e non sanno cogliere i significati reali delle loro intenzioni e del loro stesso agire. Rifuggono da un atteggiamento di riflessione e di ascolto dei segnali e delle suggestioni che normalmente provengono non solo dall’interazione con il prossimo, ma anche e soprattutto dalla ricettività della propria esperienza emotiva. Forse pensano, ma non “sentono”; o meglio non si soffermano a registrare e a decodificare il loro sentire. Preferiscono tenersi occupati con mille distrazioni pur di non immergersi in un’atmosfera di calma e di silenzio che favorisce appunto l’ ascolto della propria voce interiore.
La nostra consapevolezza è, troppo spesso, alquanto carente. Il più delle volte ci accontentiamo di un’approssimativa e superficiale raccolta di dati, saltando frettolosamente a conclusioni poco o nulla aderenti alla realtà della nostra essenza originaria. Lo facciamo per risparmiarci la fatica di impegnare il cuore e la mente; per paura di scoprire aspetti del nostro carattere che potrebbero imbarazzarci; o, ancora, per il bisogno di coltivare un’immagine di noi stessi idealizzata e perciò accattivante, che possa garantirci l’apprezzamento altrui. Sono invece convinta che l’ ascolto degli altri non possa prescindere dalla conquista di una consapevolezza di sé che implicherà un benefico affrancamento dall’insicurezza personale e dalle proprie paure. Non dobbiamo avere timore di indagare. Se scaviamo nel profondo del nostro animo, troveremo un tesoro di risorse che potranno alimentare la nostra autostima e la nostra competenza relazionale. Solo confidando in noi stessi, nella ricchezza della nostra vita interiore e nell’acquisita capacità di espressione delle nostre potenzialità, saremo anche finalmente in grado di avere accesso al mondo dell’altro, ponendoci in un atteggiamento di ascolto fruttuoso. É chiedere troppo?

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Baciare : considerazioni psicoanalitiche

Baciare. Con lo straordinario virtuosismo della bocca, coinvolge alcuni piaceri del mangiare anche in assenza di nutrimento. Ma di tutto le attività autoconsolanti e autoerotiche la più ridicola, la più insoddisfacente e di conseguenza la più infrequente è il baciare se stessi. Il bambino si può carezzare o succhiare da solo, o può baciare altre persone e cose, ma non può baciare se stesso. Alla fine, scrive Freud nei Tre saggi sulla teoria sessuale, bacerà altre persone sulla bocca perché lì non gli è possibile baciarsi. Il baciare vedremo – il che a posteriori non sorprende – è, indirettamente, un elemento centrale nella teoria freudiana dello sviluppo sessuale.
Adam Philips
Sul baciare, il solleticare e l’essere annoiati. Il Pensiero Scientifico Editore

Gli adulti provano sentimenti intensi di riservatezza e imbarazzo riguardo al baciare. Ma questa ritrosia – sarebbe stupido o malizioso interessarsi ai baci – nasconde una forte curiosità, che ha origine nell’infanzia, per il baciare e il repertorio dei baci possibili. Ad esempio, una delle più comuni teorie sessuali infantili è quella che i bambini siano concepiti con un bacio. Teoria inesatta, come la maggior parte delle teorie sessuali dell’infanzia, ma suggestiva e metonomicamente corretta. I bambini, allusivamente, hanno ragione riguardo il baciarsi e del resto, come Freud riconosce, queste teorie infantile non svaniscono dopo che i bambini sono stati informati dei cosiddetti fatti della vita. Dopo la spiegazione, scrive Freud: “ i bambini conoscono ora qualche cosa che prima non conoscevano, ma non sanno che farsene di queste nuove nozioni che sono state loro elargite. (…) I bambini si comportano come quei popoli primitivi a cui è stato imposto il cristianesimo e che però continuano in segreto ad adorare i loro vecchi idoli.”
Vale la pena a questo punto di domandarsi quali siano i desideri impliciti nel baciare.
In certi periodi della vita spendiamo un sacco di tempo tramando per i baci, non solo come preliminari al rapporto sessuale, ma per se stessi. È un’esperienza che viene in genere considerata propria dell’adolescenza – ma già gli adolescenti di sesso maschile la giudicano indice di effeminatezza –  anche se l’adolescenza comporta molto facilmente come solo gli adulti possono sapere, il mettere da parte le cose sbagliate dell’infanzia. Nei romanzi e nei film romantici, del genere più popolare e sottovalutato, i baci ci sono ostentatamente mostrati nonostante ci siano, in letteratura come nella vita, delle convenzioni che regolano il dare e ricevere baci, è solo dai film che possiamo davvero imparare quali possono essere le convenzioni contemporanee al riguardo. I modi di un bacio possono essere visivamente rappresentati ma non facilmente descritti, come se il baciare resista alla rappresentazione verbale. Colpisce, inoltre, che, diversamente da altre forme di sessualità, ci siano pochi sinonimi per il baciarsi. Esso non ha prodotto un gergo familiare, né un linguaggio virtuale con cui possa essere descritto. E non è semplicemente perché nella storia dell’appetito i dettagli della salivazione sono tutt’altro che irresistibile. Apparentemente per problemi di interesse i racconti spesso ignorano, diversamente dai film, il fatto che il bacio stesso è una storia in miniatura, un intreccio secondario.

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Da un punto di vista psicoanalitico, il bacio è una sequenza rivelatrice che contiene una storia personale. Il modo in cui una persona bacia e ama essere baciata mostra in forma condensata qualcosa del suo carattere. In quel che Freud vedeva come lo sviluppo sessuale in due tempi dell’individuo, il baciare, come versione relativamente tarda dell’erotismo orale, ci collega alle nostre più precoci relazioni con noi stessi e con gli altri. L’attività della bocca è componente essenziale del progetto di individuo in corso di elaborazione. Nella forte bramosia di altre bocche, esperienza centrale dell’adolescenza e che sembra cominciare proprio allora, l’individuo riassume con ritrovata intensità di desiderio e inibizione la sua educazione orale, connessa adesso con la capacità emergente di sessualità genitale. Vi è il ritorno dell’esperienza sensibile primaria del sentire il sapore di un’altra persona, un’esperienza in cui la differenza tra i sessi può presumibilmente essere attenuata – il bacio è l’immagine della reciprocità, non del dominio –  ma che è anche senza precedenti nello sviluppo, poiché include l’assaporare la bocca di qualcun altro. Sebbene questo sia prefigurato nel gioco infantile del toccarsi reciprocamente la lingua, i bambini sono di solito spaventati all’idea di mettere la loro lingua nella bocca di un altro, in parte perché il baciarsi implica una ripetizione inibita del rapporto sessuale e di altre pratiche dello stesso genere con tutte le angosce conseguenti. Attraverso il bacio l’elemento erotico dell’avidità combatte di nuovo, come nell’infanzia, con le rassicurazioni della sollecitudine e, di nuovo, direttamente in relazione al corpo di un’altra persona. “Si possono domare gli animali non le bocche”, scriveva Winnicott in maniera un po’ inquietante. Il baciare, però, è il segno dell’addomesticamento, del controllo potenziale – almeno nella fantasia – addentare e ingerire l’altra persona. Le labbra, per così dire, sono la cosa più vicina ai denti, e i denti sono dei grandi educatori.
Le bocche imparano a baciare. Così in termini psicoanalitici il baciare può essere, tra le altre cose, una soluzione di compromesso a quel che Freud vedeva come l’ambivalenza primaria dell’individuo e un modo di gratificare l’altro appetito che egli riconosceva: l’appetito relativo al piacere indipendente dal desiderio di nutrimento o di riproduzione. Quando baciamo divoriamo l’oggetto carezzandolo: in un certo senso lo mangiamo, ma manteniamo la sua presenza. Baciando sulla bocca possiamo avere una reciprocità che offusca la distinzione tra dare e prendere (“Quando baciate, date o ricevete?”, domanda Cressida in Troito e Cressida). Se in una sommaria interpretazione psicoanalitica il baciare può essere descritto come un mangiare inibito alla meta, dobbiamo anche considerare la più assurda alternativa che il mangiare possa essere, come Freud suggerisce, un baciare inibito alla meta.
Nei Tre saggi sulla teoria sessuale, Freud enfatizza l’importanza del fatto che la prima e più formativa relazione dell’individuo col mondo sia di tipo orale, che “succhiare al seno della madre è divenuto il prototipo di ogni relazione amorosa”. Egli descrive il baciare nel suo schema evolutivo principale come quel che può dirsi una perversione normale, un’ordinaria attività sessuale che è perversa solo nel senso psicoanalitico che può essere usata come sostituto o può divenire un sostituto del rapporto genitale (è interessante notare che non ci sono perversioni sessuali comuni comprendenti il baciare come opposto al leccare, al succhiare, o al mangiare).

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Freud scrive: “Già il bacio può pretendere l’appellativo di un atto perverso, poiché consiste nel congiungimento di due zone erogene orali al posto dei due genitali. Nessuno però lo respinge come perverso; al contrario, esso viene ammesso nella rappresentazione scenica come allusione mitigata dell’atto sessuale”.
Il bacio, confondendo il confine tra normale e perverso, costituisce – forse proprio per questa ragione – l’immagine pubblicamente accettabile della vita sessuale privata, un’allusione agita ad essa. Rivelando più di ogni altra attività orale la forte connessione, nella fantasia come in fisiologia, tra la bocca e i genitali, il baciare è davvero un’Allusione mitigata all’atto sessuale. Quando Bob Dylan descrive un bacio in una canzone dicendo “la sua bocca era acquosa e umida”, si sta riferendo al fatto che non ogni cosa che è umida è acquosa. (…)
Allora, con una semplice domanda psicoanalitica, quali fantasie ci sono nel baciare? Di solito prima sorridiamo, e spesso chiudiamo gli occhi. Baciamo i nostri bambini per augurare la buona notte, anche se non è immediatamente ovvio perché lo facciamo; e, naturalmente, non siamo sorpresi che per tradizione le prostitute non bacino mai i loro clienti sulla bocca. I baci – di cui si può dire, malgrado i nostri timori, che ne esistono molti tipi e che hanno sempre punteggiato le nostre vite – sono una minaccia e una promessa, la sigla, come cliché, dell’erotismo. E dunque, come Freud sapeva, essi ci coinvolgono, con un’attrazione pericolosa, in una confusione di errori di persona, di pasticci in arrivo. In The Anatomy of Melancholy, Burton scrive: “Baciare ed essere baciati (…) tra le altre cose, è come il ritornello in una canzone, come un’impetuosa aggressione, così velenoso, pensa Senofonte, come la puntura di un ragno.” Veramente velenoso, il baciare può essere il nostro più furtivo, il nostro più riservato atto sessuale, l’elegia della bocca per se stessa.

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