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Sogno ricorrente : l’analisi di Jung

Il sogno ricorrente è il ripresentarsi in varie forme di un tema onirico. In questo breve esempio Carl Gustav Jung interpreta un suo sogno ricorrente, cercando di mostrare la funzione di questo tipo di sogni. Cosa molto importante è quello di sottolinerae come un sogno ricorrente scompaia dopo che nella vita del sognatore si verificano alcune circostante…
Carl Gustav Jung, “L’uomo e i suoi simboli”. TEA

Il sogno ricorrente è un fenomeno interessante. Ci sono casi di persone che hanno continuato ad avere lo stesso sogno dall’infanzia fino all’età adulta. Un sogno di questo tipo rappresenta di solito un tentativo di compensazione di qualche difetto particolare dell’atteggiamento dell’individuo nei riguardi della vita; oppure può avere avuto origine da qualche evento traumatizzante che ha lasciato dietro di sé un pregiudizio specifico. Esso può talvolta anticipare un importante evento del futuro.
Io stesso ho sognato il medesimo motivo per molti anni di seguito: mi trovavo a «scoprire» una parte della mia casa di cui avevo sempre ignorato l’esistenza. Qualche volta si trattava delle stanze in cui avevano vissuto i miei genitori, morti da lungo tempo, e in cui mio padre, con mia grande sorpresa, teneva un laboratorio dove studiava l’anatomia comparata dei pesci e mia madre gestiva un albergo per ospiti dell’aldilà. Di solito quest’ala sconosciuta era un antico edificio storico, da gran tempo dimenticato eppure di mia proprietà ereditaria. Esso conteneva un interessante arredamento antico e verso la fine di questa serie di sogni scoprii una vecchia libreria contenente libri a me sconosciuti.

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Finalmente, nell’ultimo sogno, aprii uno dei libri e vi trovai riprodotte una grande quantità di figurazioni simboliche che suscitarono la mia più profonda meraviglia. Quando mi svegliai, il cuore mi batteva per l’eccitazione.
Poco tempo prima di fare questo sogno particolare, ultimo della serie, avevo ordinato a un libraio antiquario una delle classiche compilazioni di alchimisti medievali. Nel corso dei miei studi sull’argomento avevo trovato una citazione che, a mio parere, aveva qualche rapporto con l’antica alchimia bizantina e desideravo controllarla. Alcune settimane dopo il sogno in cui mi era apparso quel libro sconosciuto, ricevetti un pacco dal libraio. Esso conteneva un volume del sedicesimo secolo rilegato in pergamena. Era illustrato da affascinanti rappresentazioni simboliche che istantaneamente mi riportarono alla mente quelle che avevo visto nel sogno. Poiché la riscoperta dei principi dell’alchimia venne a costituire una parte importante del mio lavoro pionieristico nel campo della psicologia, il motivo del mio sogno ricorrente può essere facilmente compreso. Naturalmente la casa simboleggiava la mia personalità e l’area conscia dei suoi interessi; l’ala sconosciuta dell’edificio rappresentava l’anticipazione di un nuovo campo di interesse e di ricerca di cui la mia mente conscia era a quel tempo inconsapevole. Da quel momento in poi, cioè trent’anni fa, non ho più avuto quel sogno.

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Sacrificio godimento e società

Gli uomini per secoli hanno praticato il sacrificio. Hanno offerto ai loro Dei esseri umani e animali per placarne l’ira e la violenza imperscrutabile o per accattivarsene i favori. Nel nostro tempo il sacrificio si è de-ritualizzato e ha rinunciato al copro dell’animale, pur continuando a permeare la nostra esistenza nella forma dell’autosacrificio. L’ideale morale della vita fatta di sacrifici costituisce l’ombra lunga della violenza sacrificale. Nel simbolo cristiano della croce e nella passione di Gesù (…) il sacrificio diventa il mezzo per raggiungere la propria beatitudine. Si tratta – come Nietzsche ha messo in evidenza – di una economia di scambio (…): sottomettere la vita all’ideale morale o religioso del sacrificio comporterebbe la piena liberazione della vita. Rinunciare a niente (la vita terrena) per avere tutto (vita eterna): la perdita volontaria di se stessi realizzerebbe il guadagno massimo. Il nostro tempo sembra però aver voltato le spalle al culto ascetico-religioso del sacrificio. Esso sospinge piuttosto verso il godimento illimitato che rigetta ogni sacrificio. Eppure, a guardare bene, questa nuova Legge libertina del godimento per il godimento condivide con la vecchia morale del sacrificio l’ideale di una Legge che sovrasta il soggetto cancellando la sua singolarità…
Massimo Recalcati
Contro il sacrificio. Raffaello Cortina Editore

Il sacrificio nella sua dimensione simbolica è un passaggio inaugurale nel processo di umanizzazione della vita. Lo affermava già Freud: il sacrificio di una quota di soddisfacimento pulsionale è il prezzo che bisogna pagare per accedere alla dimensione umana della vita. Non si tratta di una psicopatologia perché non esiste forma di vita umana che non sia obbligata dall’esistenza del linguaggio e dalle sue Leggi a essere sottoposta a questo sacrificio. Freud ripete la sua tesi in modi diversi: la pulsione è destinata a essere “inibita alla meta”; a essa sfugge sempre la possibilità di un appagamento definitivo; non esiste per la realtà umana l’accesso a una soddisfazione pulsionale piena e definitiva.
Il programma della Civiltà impone una “rinuncia pulsionale” – un sacrificio di godimento – come biglietto di entrata del soggetto nella comunità umana Definiamo questo sacrificio “sacrificio simbolico”. I miti hanno proposto diverse sue narrazioni. Tra tutte basti pensare al racconto biblico di Genesi dove alla vita sprofondata nell’innocenza della sua immediatezza viene interdetto l’accesso al frutto dell’albero della conoscenza. L’esistenza di una Legge – generata dalla parola di Dio – scava una discontinuità, una mancanza che rende la vita umana – diversamente da quella animale – marchiata dal senso dell’impossibile. Non è infatti possibile per Adamo ed Eva accedere al sapere di Dio – al sapere assoluto – come non è possibile per loro godere illimitatamente di tutto il creato.
Questo primo statuto (simbolico) del sacrificio non istituisce alcun danno per l’uomo. Non implica nessun fantasma, né alcun godimento perverso. Piuttosto traccia un passaggio obbligato che il vivente è tenuto a compiere. Affinché il suo corpo possa assumere la forma umana della vita, è tenuto a sacrificare una parte del suo godimento; senza questa perdita preliminare e irreversibile non si dà possibilità di costituzione del soggetto. Senza questa “castrazione simbolica” la vita non si umanizza, non può entrare in rapporto con la Legge, non può acquisire lo statuto di soggetto. La vita umana è condannata alla perdita irreversibile di una parte del proprio essere, a essere costantemente a distanza e divisa da se stessa, senza possibilità – diversamente dalla vita animale – dì coincidere con il proprio essere, di realizzare, senza alcun differimento, il programma della pulsione. Piuttosto lo snaturamento dell’istinto provocato dall’incidenza dell’educazione sul corpo comporta la deviazione strutturale della pulsione, il suo zig zag surrealista, il suo montaggio barocco, bizzarro, irregolare. La pulsione – diversamente dall’istinto animale – non può essere una bussola infallibile, non può normare in modo univoco il rapporto dell’essere umano col godimento, ma solo organizzarlo nelle forme più singolari e strambe possibili. Nella follia e nella perversione il carattere anomalo del sacrificio simbolico viene disperatamente negato.

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Né il folle, né il perverso vorrebbero cedere quella quota di godimento che rende il vivente umano. Nondimeno, in questa rivolta di fronte al sacrificio simbolico, si manifesta pienamente la passione fondamentale che attraversa la vita umana: il disegno del folle e del perverso è quello di raggiungere l’immediatezza senza pensiero e senza desiderio della vita piena, della vita colma di vita, quale sarebbe, per citare Sade, quella di Dio o dell’animale, ovvero una forma di vita che esclude la mancanza e con essa ogni esperienza, anche simbolica, dcl sacrificio. Nessun animale è infatti né folle né perverso. Tuttavia il loro errore – l’errore del folle e del perverso – è quello di non cogliere la differenza tra il sacrificio come espressione della castrazione e il sacrificio imposto dalla morale dai valori della tradizione. É quello, più precisamente, di confondere lo statuto simbolico della castrazione con quello immaginario del sacrificio.
L’esistenza della psicoanalisi ha contribuito notevolmente a liberare l’uomo dalla fascinazione perversa per il sacrificio. È l’eredità nietzschiana – sulla quale fra poco tornerò – che caratterizza, in particolare, la riflessione di Freud. Il primo movimento della psicoanalisi verso la morale sacrificale della tradizione è stato un movimento critico. Emancipare la vita dalle vessazioni repressive della Legge, liberarla dalle sue obbligazioni penitenziali, tradizionali, sciogliere i lacci che la vincolano a una concezione “religiosa” della colpa. L’invenzione dell’inconscio ha comportato indubbiamente la rivelazione di una trascendenza – di una eccedenza vitale – che non accetterà di adattarsi passivamente al principio di realtà di cui la morale tradizionale è custode: moti pulsionali, desideri irrequieti, fissazioni libidiche, godimenti pregenitali, fantasmi erotici. Se, per un verso, la realtà umana appare irriducibile a quella animale, per un altro verso essa si rivela simile a quella animale in quanto non si adatta mai a nessuna Legge, esigendo il proprio soddisfacimento al di là della Legge. Non a caso i principi della morale tradizionale vengono descritti da Freud e da Lacan come una reazione “difensiva” alla spinta imperativa e acefala che anima il programma della pulsione. I principi valoriali del Bene e del Male si impongono sulla vita come una sorta di camicia di forza che interpreta paranoicamente l’esistenza del desiderio inconscio come una minaccia all’ordine stabilito dell’Io e della realtà condivisa.
Freud – sulle orme di Schopenhauer e di Nietzsche – smantella l’ordine consolidato della morale valoriale smascherandolo come repressivo, come un sistema di barriere finalizzato a distanziare la vita dalle esperienze singolari e anarchiche del desiderio e del godimento. Di qui la critica radicale al principio cristiano dell’amore per il prossimo, considerato da Freud un principio in sé contraddittorio perché non tiene conto della spinta senza Legge dell’uomo a ricercare il proprio soddisfacimento e a difenderei suoi interessi narcisistici. Non esiste, infatti “altruismo” nel programma della pulsione poiché questo programma resta saldamente nell’orbita di un godimento autistico che esclude l’Altro perché gode solo di se stesso, ovvero della sua stessa spinta. Rinunciare a questo programma in nome dell’amore per il prossimo è un postulato morale e religioso che pretenderebbe di negare il carattere acefalo e brutalmente “egoistico” della pulsione, la sua assenza di fini, o, meglio, la sua tendenza esclusiva a soddisfarsi da sé. L’altruismo che sospinge verso l’amore per il prossimo non sarebbe allora altro che il mascheramento illusorio di questa tendenza autoerotica. Allo stesso modo anche il culto morale del sacrificio di sé assume il significato di una difesa sintomatica dalla realtà scabrosa – al di là del Bene e del Male – della vita pulsionale, un modo per imbrigliare, colonizzare la pulsione, per disciplinare il suo carattere irrequieto, per mettere la museruola alla sua avidità senza fondo.

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Per Freud la vita umana -diversamente da quella animale è costretta a sopportare i limiti imposti dal principio di realtà. La spinta al soddisfacimento immediato della pulsione è obbligata a rinunciare alla propria meta tenendo conto della inevitabile “rinuncia pulsionale” imposta dal programma della Civiltà. Questa rinuncia ,come ho già sottolineato, non è sacrificale in senso repressivo, non indica alcuna patologia della Legge. Essa si a rimarcare la necessità dcl sacrificio simbolico come prima ed essenziale manifestazione della Legge del linguaggio, la quale -diversamente da ogni precetto morale- non intende in nessun modo opprimere la forza della vita ma è la condizione della sua formazione: il sacrificio simbolico imposto dal programma della Civiltà obbliga la pulsione a compiere un giro più lungo rispetto al cortocircuito con l’oggetto imposto dalla sua “scarica” incestuosa. In questo senso esiste una profonda omologia tra il programma della Civiltà e quello dell’Edipo: l’interdizione edipica del desiderio incestuoso istituisce il sacrificio simbolico – l’impossibilità dell’appagamento immediato della pulsione – da cui può sorgere e differenziarsi la vita del figlio.
Il godimento che rigetta il suo sacrificio simbolico – come accade nella follia e nella perversione – coincide invece con il miraggio di un godimento libero dalla mancanza e dal desiderio, un “godimento mortale”, secondo i termini di Lacan, che non si stacca dalla sua Origine incestuosa. Ne è una raffigurazione radicale la voracità illimitata del padre dell’orda che gode di tutte le donne dettando tirannicamente la sua Legge oscena ai propri figli. Freud sostiene la tesi che è solo dalla proibizione di questo godimento mortale che può nascere una forma di vita umana. È quello che accade dopo l’uccisione mitica del padre dell’orda: il gruppo dei fratelli colpevoli di quella morte si uniscono nel condividere le conseguenze dell’assassinio del padre. Solo l’istituzione del totem come commemorazione del padre morto e come fondamento del tabù che istituisce l’interdizione dell’incesto e il principio esogamico dà luogo alla possibilità della vita insieme.

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Scelta difficile : un sogno risolutore

Spesso la vita ci chiede di compiere una scelta difficile mettendoci nella condizione di dubbio e incertezza. Davanti ad una scelta difficile spesso una analisi razionale non ci aiuta fino in fondo a orientarci. In questi casi è importante saperci “ascoltare” e i sogni, davanti a una scelta difficile , possono aiutarci a dirimere le nostre perplessità. Erich Fromm, interpreta il sogno di un giovane che posto davanti a una scelta difficile riesce a risolvere il suo dilemma seguendo ciò che il suo inconscio gli suggerisce.
Erich Fromm, Il linguaggio dimenticato. Bompiani

Un sogno che esprime un giudizio morale è quello di uno scrittore cui venne offerto un impiego grazie al quale egli avrebbe potuto guadagnare una maggiore somma di denaro, ma dove sarebbe anche stato costretto a scrivere cose alle quali non credeva e a violare la sua integrità personale. Tuttavia, l’offerta era così allettante dal punto di vista finanziario e del prestigio che non si sentiva  sicuro di poterla rifiutare. Passò attraverso tutte le tipiche considerazioni che la maggior parte delle persone fa in casi analoghi. Pensò che forse, dopo tutto, vedeva la situazione più nera di quanto non fosse in realtà e che le concessioni che avrebbe dovuto fare erano irrilevanti; inoltre, anche se non poteva scrivere a suo piacimento, questa condizione sarebbe durata solo pochi anni e poi avrebbe abbandonato il lavoro, trovandosi cosi in possesso di una somma di denaro tale da renderlo completamente indipendente e libero di esplicare l’attività che più gli si confaceva. Pensò agli amici e ai parenti e a quello che avrebbe potuto fare per loro; infatti, talvolta egli presentava a se stesso il problema come se l’accettare quel lavoro fosse per lui un’obbligazione morale, mentre il rifiutarlo sarebbe stato l’espressione di un atteggiamento egoistico e di indulgenza verso se stesso. Tuttavia, nessuna di queste giustificazioni lo soddisfaceva pienamente; continuava a essere in dubbio ed era incapace di decidersi, finché una notte non fece qu sto sogno:

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Ero seduto in un’automobile ai piedi di un’alta montagna all’imbocco di una strada stretta e ripidissima che conduceva alla cima della montagna. Ero in dubbio se avventurarmi su quella strada, dato che sembrava molto pericolosa. Ma un uomo, che si fermò accanto alla mia auto, mi disse di andare e di non aver paura. Lo ascoltai e decisi di seguire il suo consiglio. Cominciai a guidare, e la strada si fece sempre più pericolosa. Ma non potevo fermarmi, perché non era possibile girare l’auto. Quando fui vicino alla cima il motore s’inceppò, i freni non funzionarono, e l’auto cominciò a retrocedere fino a cadere in un precipizio! Mi svegliai in preda al terrore.
A questo punto dobbiamo riferire un’associazione, per riuscire a comprendere completamente il sogno. Il sognatore disse che l’uomo che lo aveva incoraggiato a salire per la strada di montagna era un suo ex-amico, un pittore, che aveva “sfondato”, era diventato un ritrattista alla moda e guadagnava un sacco di quattrini ma al quale, allo stesso tempo, si era inaridita la . vena creativa. Egli sapeva che, nonostante il successo, questo suo amico era infelice e soffriva del fatto di aver tradito se stesso. Non è difficile comprendere tutto il sogno: la ripida montagna su cui l’uomo doveva salire è l’espressione simbolica della brillante carriera per la quale egli doveva fare la sua scelta ; egli sa che questa via è pericolosa; è consapevole del fatto che, se accettasse l’offerta, ricadrebbe nell’errore  dell’amico, per il quale egli lo aveva biasimato e aveva rotto la loro amicizia; nel sogno egli sa perfettamente che questa decisione lo condurrà inevitabilmente alla rovina e l’immagine della distruzione che si riferisce alla sua individualità fisica simboleggia il fatto che la sua individualità intellettuale e spirituale corre il rischio di essere distrutta.
Il sognatore, durante il sonno, “vide” lucidamente il problema etico e si rese conto che doveva scegliere fra il “successo” da una parte, e l’integrità e la felicità dall’altra. Egli immaginò quale sarebbe stata la sua sorte se avesse preso la decisione errata, mentre nel suo stato di veglia non poteva vedere chiaramente questa alternativa. A tal punto era influenzato dal “rumore” secondo cui è stolto non cogliere l’occasione per avere più denaro, potenza e prestigio e dalle voci che definiscono puerile e privo di senso pratico l’essere “idealisti”, da ricorrere alle molte giustificazioni atte a inibire la voce della propria coscienza. Questo sognatore, essendo consapevole del fatto che spesso si sa di più durante i sogni che non da svegli, fu talmente colpito da questo sogno che la nebbia che avvolgeva la sua mente si dissipò, fu in grado di comprendere sino in fondo l’alternativa e decise a favore della sua integrità e contro la tentazione autolesionistica.

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Ipersensibili : vantaggi e svantaggi

Ipersensibili : qual è la natura delle persone con questa caratteristica. Come imparare a gestire questa dote per vivere bene in una società che sembra essere poco adatta a chi presenta l’ipersensibilità come caratteristica? Come si può percepire, pensare, sentire, comunicare e gestire la propria energia in modo diverso, così che il dono di una sensibilità particolarmente sviluppata divenga un vantaggio? 
Rolf Sellin
Le persone sensibili hanno una marcia in più. Feltrinelli

Gli ipersensibili si dimostrano spesso più aperti verso le tematiche psicologiche rispetto ad altri individui. Hanno voglia di capire sé stessi e il mondo. Sono disposti a indagare dietro le quinte e a mettere in dubbio se stessi e quanto li circonda. Molte persone ipersensibili, consapevoli della propria particolare condizione, si rendono conto di poter solo scegliere tra accettarla come uno stato di sofferenza o intraprendere la strada verso uria maggiore consapevolezza e lo sviluppo di una nuova coscienza.
La maggior parte degli ipersensibili prova un profondo desiderio di rendere il mondo più umano ed è pronta ad agire in prima persona. Proprio in questo può consistere il loro contributo alla società. Sono loro, infatti, a rilevare per primi soprusi o ingiustizie; sono i primi a riconoscere mancanze e spesso a intuire le conseguenze di un agire poco corretto e benevolo.
Agli ipersensibili sono richiesti un maggiore sforzo mentale e una certa conoscenza, se vogliono mantenersi sani a livello psichico e affermarsi a livello professionale e privato. Sono costretti a chiarirsi continuamente le idee e a svolgere più lavoro interiore degli altri, per non rimanere ingarbugliati in conflitti e soddisfare le richieste che si vedono porre da se stessi e dal mondo esterno. Questo lavoro interiore, tuttavia, assicura loro anche un grande vantaggio: ciò che da persona ipersensibile si apprezza particolarmente è, infatti, l’acquisizione della consapevolezza. Una volta raggiunto questo traguardo si ha a disposizione un tesoro meraviglioso: un’enorme ricchezza interiore. Per la società si tratta di un contributo prezioso e importante, che può aiutarla a guadagnare sempre più in termini di umanità e che nessuno meglio di un ipersensibile è in grado di fornire!
Quando un ipersensibile passeggia in un bosco, percepisce molti più stimoli di chi è al suo fianco. Inoltre è in grado di individuare più correlazioni tra quanto percepisce e altri oggetti o fenomeni. Quando si reca a un concerto o al museo, in realtà dovrebbe pagare più degli altri visitatori, perché grazie alla sua particolare modalità percettiva è in grado di rilevare e apprezzare molto di più – sempre che non venga sopraffatto dai troppi stimoli, come accadeva a me in passato. Anche in assenza di eventi particolari, l’esistenza di un ipersensibile può risultare particolarmente intensa e ricca di esperienze. È per questo che non abbiamo bisogno di particolari spunti o sensazioni (…). Percepiamo più stimoli degli altri e in modo più intenso, ma questo vale anche per gli aspetti negativi dell’esistenza. I soggetti ipersensibili possono rimanere sopraffatti da tutta la sofferenza, la povertà, le ingiustizie e il dolore del mondo. La loro propensione all’empatia può portarli ad avvertire tutto ciò con intensità ancora maggiore, rischiando di rimanerne vittima e di non riuscire più ad agire. Anche il dolore li colpisce in modo più violento.
Ipersensibilità non significa comunque sentire per forza in modo più profondo di altri. Ci sono ipersensibili che lo fanno e altri no. Questo non impedisce, tuttavia, che anche questi ultimi risentano dell’eccesso di stimoli percepiti, che li costringe a una pesante, ma indispensabile, rielaborazione.
In realtà esistono combinazioni molto diverse di ipersensibilità, ognuna con caratteristiche proprie, come avviene per qualsiasi particolare talento.
Ipersensibilità significa fondamentalmente percepire stimoli in numero maggiore e in modo più intenso di altri. Non indica assolutamente che una persona sia forte o debole, introversa o estroversa, particolarmente dotata nel suo campo o intelligente, anche se intelligenza e ipersensibilità sono innegabilmente in rapporto tra loro. Esistono ipersensibili di ogni genere. Molto dipende, inoltre, da come un individuo gestisce questa sua condizione: se riesce a trame vantaggio o la vive in modo negativo.

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Così come esistono modi diversi per tagliare una torta e suddividerla in porzioni, anche le persone possono essere distinte in base a differenti criteri, come il gruppo sanguigno, il colore degli occhi o l’altezza. Dato che viviamo in un’epoca nella quale tutti sono sottoposti a un numero sempre crescente di stimoli e informazioni, è senz’altro sensato e utile provare a classificare i vari individui in base al modo in cui percepiscono gli stimoli. Quelli che lo fanno con maggiore sensibilità e intensità risentono sicuramente di più dell’eccesso di informazioni del mondo attuale rispetto a coloro che ne percepiscono un numero inferiore. Vengono colpiti nel loro punto debole e si vedono costretti a registrare e rielaborare una quantità davvero enorme di materiale e a cercare di gestirlo in modo costruttivo, se non vogliono che si rivolti contro di loro.
Il motivo per cui gli ipersensibili percepiscono la realtà in modo più sottile e intenso di altri non è ancora stato chiarito del tutto. Forse la causa è un sistema nervoso più raffinato? Oppure la presenza di un numero maggiore di recettori nel cervello? Forse, per qualche motivo sconosciuto, producono più neurotrasmettitori? E se sì, quali? Hanno più neuroni specchio, che permettono loro un’immedesimazione più immediata nell’altro? Esiste una causa per questa caratteristica o si tratta invece di un insieme di più cause? Tutte queste sono domande di cui si deve occupare la scienza e noi non possiamo che attenderne con ansia i risultati! (…)
La psicologa americana Elaine N. Aron vanta il merito di aver “scoperto” al momento giusto l’ipersensibilità da un punto di vista specialistico e di aver coniato il concetto di High Sensitive Person. Nell’ambito di una terapia svolta con una collega, Aron fu colpita da un’osservazione della sua terapeuta: “Certo che lei è una persona estremamente sensibile!”. Questa formulatone le diede da pensare. Fino a quel momento non si era mai occupata di ipersensibilità e anche le ricerche svolte successivamente dimostrarono che, per quanto suonasse strano, stava camminando su un terreno ancora vergine. (…)Nemmeno la psicologia ha degnato della meritata attenzione il fenomeno degli individui con una particolare facoltà percettiva. Questo spiega il motivo per cui, spesso, gli psicoterapeuti non sono in grado di prestare loro aiuto.
Molti ipersensibili riferiscono che gli psicoterapeuti tendono a concentrarsi esclusivamente sulle conseguenze della loro particolare modalità percettiva, ossia, per esempio, sulla loro tendenza alla timidezza, alla paura e alla depressione, alla scarsa resistenza allo stress e ai sintomi patologici cronicizzati. Nessuno mette al centro dell’analisi il loro modo di percepire la realtà. Non ci si è nemmeno resi conto che con le loro terapie, spesso inadeguate ai pazienti ipersensibili, molti terapeuti hanno solo contribuito a renderli ancora più depressi e rassegnati alla loro condizione. (…)
L’ipersensibilità è una dote. Questo non presuppone, tuttavia, che chi può vantarla la riconosca come tale e sappia sfruttarla al meglio. Chi percepisce con maggiore sensibilità di altri è potenzialmente in grado di trarre dalla vita più gioia, più piacere e più ricchezza interiore. Una sensibilità particolare, inoltre, può avere ripercussioni positive anche sul successo di un individuo. In ogni settore della vita può rivelarsi di vantaggio sia per l’ipersensibile stesso, sia per chi gli è accanto: ne sono un esempio il caporeparto che riesce a capire con precisione quanto può arrivare a chiedere ai sottoposti, il negoziante che capisce al volo cosa desidera il cliente, l’ingegnere che intuisce che direzione sta prendendo un determinato sviluppo tecnologico, il tecnico che individua con esattezza l’origine del guasto, la gallerista che scopre le potenzialità di un determinato artista e per prima se ne assicura la collaborazione, l’atleta che sa esattamente fino a che punto può spingersi con la prestazione e da che punto l’allenamento comincia a essergli dannoso, la madre che sa aiutare il figlio senza per questo limitarne l’indipendenza e l’autonomia.
Nonostante questo, però, ci sono anche ipersensibili di altro genere: quelli che percepiscono i bisogni altrui ancor più dei propri, che non si prendono cura di sé e poi ne pagano le conseguenze e sono scontenti, quelli che evitano ogni conflitto e non sono capaci di riconoscere e difendere per tempo la propria posizione, finendo per vivere in conflitto con gli altri per tutta la vita.

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Ci sono quelli che non si reputano sufficientemente in gamba sui lavoro, perché non si limitano a fare quanto loro richiesto, ma esigono da se stessi molto di più, si fanno carico dei problemi altrui, finendo per non accorgersi più dei propri; vedono sempre e solo l’aspetto negativo delle cose e si precludono le tante possibilità che la vita offre.
Nella letteratura specifica sull’argomento, finora il soggetto ipersensibile è sempre stato descritto come un individuo di estrema delicatezza fisica e di nobiltà d’animo. I nostri Iati oscuri sembrano essere messi da parte. Eufemismi e mezze verità, tuttavia, non sono di alcuna utilità, tanto meno per i diretti interessati. Noi ipersensibili, in effetti, abbiamo un’unica scelta: possiamo rassegnarci a soffrire più o meno della nostra condizione oppure decidere di imparare a gestirla in modo consapevole e costruttivo.
Anche se noi ipersensibili tendiamo a pensare di essere i soli al mondo a trovarci nella nostra condizione, l’ipersensibilità è molto più diffusa di quanto pensiamo: ne è interessato dal 15 al 20 percento della popolazione.
Gli ipersensibili, quindi, non sono affatto rari. Che non saltino all’occhio e si considerino casi isolati può dipendere dal fatto che, in genere, tendono ad adeguarsi alla propria situazione e a rinnegare la propria natura. In effetti risultano piuttosto irritanti quando, per esempio, reagiscono in maniera esagerata perché sottoposti a stimoli eccessivi. Un ipersensibile viene senz’altro apprezzato per la sua disponibilità e capacità di empatia, ma spesso è talmente timido e riservato da non lasciar nemmeno trapelare le proprie qualità.
Si potrebbe magari ipotizzare che l’ipersensibilità sia una conseguenza della civiltà occidentale, ma in realtà gli individui ipersensibili sono presenti da sempre, in ogni popolo e cultura. A cambiare è il modo di valutarli e di gestire la loro condizione. Ci sono culture, per esempio, nelle quali gli ipersensibili sono particolarmente apprezzati e altre che esercitano una fortissima pressione affinché tali soggetti si adeguino alla condizione di tutti gli altri individui. Di certo l’ipersensibilità non era degnata del minimo rispetto all’epoca in cui a un individuo si richiedeva fin dalla giovane età di essere “veloce come il levriero, resistente come il cuoio e duro come l’acciaio Krupp”.
La predisposizione all’ipersensibilità non si limita agli esseri umani, ma è presente anche nel regno animale. Avere al proprio interno alcuni esemplari dotati di una sensibilità particolare torna a vantaggio della sopravvivenza di un branco: sono loro a percepire per primi il pericolo e ad allertare gli altri. Persino nelle specie animali che non vivono in branco, la presenza di soggetti ipersensibili si rivela di grande vantaggio: questi ultimi non si mettono a rischio lasciandosi coinvolgere in battaglie per l’approvvigionamento di cibo, ma si ritraggono e si mettono al sicuro evitando la lotta. Il vantaggio degli ipersensibili nell’ambito della sopravvivenza risiede proprio in quello che per molti di loro oggi si è trasformato in un fardello: una capacità percettiva differenziata e molto più estesa rispetto a quella dei normali individui.
Elaine N. Aron parte dal presupposto che l’ipersensibilità sia ereditaria. La psicologa, tuttavia, individua un ulteriore fattore in grado di influenzarla, vale a dire l’esitazione del bambino di fronte al mondo ancora inesplorato. Quando muove i primi passi, si sente un po’ più sicuro grazie alla presenza dei genitori o non trova alcun sostegno affidabile? Si sente incoraggiato da loro o piuttosto intimorito quando osa un minimo di indipendenza?
Spero che il concetto risulti chiaro; Per riassumere: attraverso il patrimonio genetico si eredita anche la caratteristica della sensibilità spiccata. A essere trasmesso, però, è anche qualcos’altro, che a sua volta determina se quel tipo di sensibilità si rivelerà per l’interessato un problema o un vantaggio. I genitori ipersensibili trasmettono anche il proprio atteggiamento (eventualmente problematico) nei confronti di questa loro caratteristica. Riescono ad accettarla o la rifiutano? Combattono l’ipersensibilità nel figlio o lo tengono nella bambagia perché per primi sono stati costretti a reprimere questa loro natura? E come gestiscono la loro modalità percettiva, i loro limiti? Come vivono questa loro dote?
Fino a che punto è realmente determinante l’ereditarietà genetica e quanta parte gioca, invece, la socializzazione? A questa domanda non si riuscirà mai a dare una risposta convincente. In realtà non è nemmeno del tutto corretto porsela: già da tempo l’epigenetica ha riconosciuto che alla base vi è sempre una concomitanza di patrimonio genetico e fattori esterni. Sono gli influssi ambientali ad attivare o disattivare i vari geni!

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Verità su se stessi: l’opinione di noi nei sogni

Verità su noi stessi: ecco cosa spesso rivelano i sogni. Il pensiero onirico non maschera seuendo desideri coscienti neppure l’immagine che abbiamo di noi stessi. Ci propone la verità su chi siamo e come, infondo, ci consideriamo. Una verità talvolta scomoda; una verità che se scorta puà portare a profonde riflessioni sulla nostra persona.
Carl Gustav Jung, “L’uomo e i suoi simboli”. TEA

(…) Una signora era ben nota per i suoi stupidi pregiudizi e per la sua ottusa resistenza a qualunque argomento ragionato. Si sarebbe potuto discutere con lei un giorno intero senza ottenere alcun risultato: essa non avrebbe imparato la benché minima cosa. Tuttavia i suoi sogni rivelavano un atteggiamento ben diverso. Una notte essa sognò di intervenire a una importante riunione mondana. Essa venne salutata dalla padrona di casa con queste parole: «È  stato gentile da parte sua venire. Tutti i suoi amici sono già qui e la stanno aspettando». Quindi la padrona di casa la condusse alla porta, l’aprì e la signora fu introdotta in una… stalla!

verità su di noi 1

Il linguaggio di questo sogno era tanto semplice da poter essere compreso anche da uno sciocco. Inizialmente la donna non voleva ammettere il significato effettivo di un sogno che ledeva in maniera così diretta il suo prestigio personale. Tuttavia il messaggio del sogno aveva raggiunto il segno e dopo un po’ di tempo essa dovette accettarlo perché non sopportava la vista della burla di cui era rimasta vittima per suo stesso mezzo.
Questi messaggi dell’inconscio sono più importanti di quello che si pensi comunemente. Al livello della vita conscia noi siamo esposti a influenze di ogni specie: le altre persone ci stimolano o ci deprimono, il lavoro d’ufficio o la vita sociale ci distraggono. Tutto ciò ci porta ad assumere atteggiamenti che non si adattano alla nostra personalità. Possiamo essere consapevoli o meno degli effetti subiti dalla nostra coscienza: tuttavia essa ne è disturbata ed è esposta a essi quasi senza alcuna possibilità di difesa. Ciò si verifica specialmente nel caso di persone il cui atteggiamento mentale estroverso è tutto assorbito dagli oggetti esterni, o di coloro che nutrono sentimenti di inferiorità e di dubbio sul conto della propria personalità interiore.

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Adolescente : una difficile accettazione

L’ adolescente è in un periodo in cui si fanno le prove di un’identità indipendente. Per l’adolescente la famiglia, non è più il metro di paragone, i genitori non sono più le persone che i figli desiderano emulare. L’ adolescenza ricerca modelli al di fuori della famiglia, modelli con i quali possa misurarsi. Per questo motivo spesso l’ adolescente con i suoi comportamenti può generare nei genitori una grande difficoltà di accettazione…
Asha Phillips
I no che aiutano a crescere. Feltrinelli

La presenza di un adolescente in casa può trasformare la vita  di tutta la famiglia. Se lo accettiamo a braccia aperte nel suo nuovo  ruolo possiamo ritrovarci la casa invasa da orde di ragazzi chiassosi  e vederci costrette a nutrire molte bocche affamate. Oppure è  sempre in giro e ci dà poche notizie di quello che fa. É inevitabile  che la questione dei limiti provochi attriti. Quali esigenze hanno  la precedenza? Se pensiamo che abbia bisogno di stare in gruppo  e vogliamo che sia libero di farlo, tenendolo però accanto a noi,  dovremo accettare alcuni inconvenienti. Ma che ne sarà degli altri  componenti della famiglia? Il più piccolo non rischia di sentirsi  terribilmente isolato vedendo il fratello così circondato da amici?  Il rumore ed il disordine non interferiranno con il lavoro o con  il tempo libero dei genitori? Chi dice “no” a chi? Se vostro figlio è  sempre fuori, come sopportate il fatto di sentirvi escluse?  Si tratta anche questa volta di trovare una soluzione equilibrata.  La vostra disponibilità ad accettare i cambiamenti della  sua vita sociale incoraggia l’adolescente a rimanervi vicino senza  sentirsi prigioniero o rifiutato. Dobbiamo essere pronte a scoprirlo  molto diverso da com’era prima e diverso da noi. Anche  questo fa parte della sua scoperta di sé, della sua ricerca del tipo  di persona che vuole essere.  Ricky a quindici anni venne inviato da una psicoterapeuta infantile perché  i suoi genitori pensavano che fosse “matto”. Ci riferirono che vestiva  in modo assurdo, era molto chiuso, non rispettava le regole della  famiglia, stava fuori fino a tardi, non era puntuale a scuola, era disordinato… Al primo incontro la psicoterapeuta si aspettava di vedere una specie di mostro. Le comparve davanti un tipico teenager, con vestiti  sgargianti, leggermente eccentrici. Dalle sue parole fu subito chiaro che era alle prese con l’immagine che i genitori avevano di lui. Pensava di essere come la maggior parte dei suoi amici. Vedendo insieme tutta la famiglia emerse un quadro piuttosto chiaro. Ricky era il minore di tre figli, e aveva dieci anni di differenza dal fratello più vicino di età. I genitori non erano più giovanissimi ed erano entrambi figli unici. Erano stati più coinvolti nella vita sociale dei due figli maggiori, avevano conosciuto i loro amici, sapevano come si comportavano e avevano anche scambiato quattro chiacchiere con gli altri genitori. Parlando con loro la terapeuta si stupì di quanto si sentissero ormai lontani dalla propria adolescenza e da quella degli altri figli. L’avevano completamente scordata. Erano stati entrambi dei ragazzi tranquilli, non certo ribelli, e non riuscivano a capire Ricky. Il suo comportamento li feriva, si sentivano poco apprezzati. A questo si aggiungeva il fatto che era il piccolo di casa ed era difficile per tutti lasciarlo crescere. Con l’aiuto della terapia, i genitori capirono che Ricky non era chiuso, ma voleva solo proteggere la sua vita privata, e non era matto, ma avventuroso. Si resero conto di essere stati spaventati da quella che a loro sembrava sregolatezza, e che probabilmente lo sarebbero stati meno se fossero stati più giovani o più in contatto con altri genitori con figli della stessa età. Adesso si sentivano rassicurati riguardo a Ricky, ma avevano ancora molta strada da fare: dovevano adattarsi ai cambiamenti del ragazzo e affrontare le proprie difficoltà senza attribuirle alla sua presunta follia. Siccome avevano già due figli grandi, era difficile ricominciare. Quando Ricky era più piccolo gli altri due li avevano aiutati a crescerlo; adesso i genitori si sentivano soli, preoccupati e risentiti. Per loro sarebbe stato più facile pensare che il ragazzo avesse dei problemi. L’adolescenza può risvegliare negli adulti molte ansie, la paura della sregolatezza, di perdere il controllo. Se per i genitori questi problemi hanno una forte valenza emotiva, gli adolescenti rischiano di essere come il gatto in mezzo ai piccioni.

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Si scatena un pandemonio. Invece di guardarsi dentro per cercare di capire le proprie paure, i genitori attribuiscono al figlio la colpa di tutte le loro preoccupazioni, come nel caso dei genitori di Ricky, che lo avevano fatto sentire un pazzo, un caso patologico, mentre non era altro che un normale adolescente. Senza l’aiuto della terapeuta Ricky rischiava di accettare l’immagine che stava prendendo forma, comportandosi davvero da matto. Se a un ragazzo non viene permesso di fare le sue esperienze, se non può saggiare i limiti a casa, lo farà altrove: Adam ha quattordici anni, è figlio unico e vive solo con la madre, che lo ha avuto quando aveva sedici anni. A scuola è molto aggressivo, viene continuamente sospeso per la maleducazione e si caccia sempre nei guai. A casa la madre è molto rigida e gli dice continuamente di no. Durante la settimana non ha il permesso di guardare la televisione e di uscire, deve andare a letto presto e così via. Adam è obbediente a casa e ribelle a scuola. Nei colloqui con la sua terapeuta, la signora A. disse che rimpiangeva di aver avuto il bambino così presto e di non aver potuto vivere spensieratamente l’adolescenza. Adesso che Adam era abbastanza grande, usciva spesso per conto suo e si divertiva. Adam obbediva alle sue regole, anche quando lei era fuori. Sembrava che potesse comportarsi male solo a scuola. Nelle sedute insieme, la signora A. fu stupitissima di scoprire che Adam era molto preoccupato per lei. Si sentiva responsabile della sua felicità. Non poteva disobbedirle o lamentarsi perché sentiva che lei non l’avrebbe sopportato. Aveva avuto la percezione esatta che il suo bisogno di regole rigide era un modo, per lei, di proteggersi dal caos, e così ubbidiva. Potersi parlare fu per loro utile; venne trovata una forma di supporto per la madre, in modo da sollevare Adam di parte della responsabilità. Quello appena descritto è uno scenario piuttosto comune: i figli assumono in casa un ruolo parentale, ma poi non sanno dove sfogare le ansie e la ribellione che hanno dentro, non hanno più un luogo dove poter affrontare le proprie difficoltà. Il desiderio dei genitori di conservare le cose come sono, di non cambiare troppo la propria vita, ostacola lo sviluppo dell’adolescente. I genitori devono dire no al proprio timore di cambiare ed essere aperti alla novità e alla dissonanza. La famiglia D. chiese un colloquio con me e con una mia collega perché temevano che la figlia quindicenne, Sharon, rubasse. Non erano ricchi, e vivevano in un quartiere molto povero della città. Benché tutta la famiglia fosse invitata (madre, padre, le figlie Tracy di diciotto anni e Sharon di quindici e un maschio di nove anni), il padre si presentò solo due volte. Era chiaramente una figura marginale nella famiglia, che era dominata dalla moglie. Quando entrarono ci colpì la somiglianza fra la madre e Tracy. Indossavano una quantità enorme di gioielli, soprattutto anelli e orecchini, avevano i capelli freschi di parrucchiere ed indossavano fuseaux aderenti e giacca di pelle. Erano entrambe molto loquaci, vivaci e dominanti. Era evidente che spendevano parecchio tempo e denaro per il loro aspetto e che provavano piacere a farlo insieme. Anche il bambino portava un orecchino d’oro e vestiti molto eleganti. Invece Sharon era sovrappeso, trasandata e imbronciata. La signora D. e Tracy si misero a elencare tutte le manchevolezze di Sharon; seduta dopo seduta, era una litania di lamentele per le sue pecche, che le esasperavano. Parlavano come una sola persona, aggiungendo esempi alle lamentele dell’altra e arricchendo di particolari quello che era con tutta evidenza un unico punto di vista. Ma quando provammo a saggiare il terreno scoprimmo che in quella casa era molto difficile avere un punto di vista diverso da quello della signora D. Il signor D. se la cavava con l’assenza, se non fisica, almeno emotiva. Saltò fuori che Tracy trascorreva tutto il tempo libero con la madre. La madre la accompagnava al lavoro, che cominciava molto presto la mattina, e poi da metà mattina la ragazza era libera di passare il resto della giornata a casa. Gli amici della sua età non la interessavano e preferiva uscire a far compere o andare in palestra con la mamma.

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La parola d’ordine in famiglia era che il punto di vista della mamma era il migliore. Sharon si ribellava in tutti i modi che poteva, rubando alla madre, dando via i vestiti della sorella, mettendo in disordine la stanza, lasciando indumenti sporchi e cibo sotto il letto… Era come se non riuscisse a trovare un altro modo di separarsi dalla madre. Doveva essere uguale a lei, oppure l’esatto opposto. All’inizio sembrava lei la più problematica, ma con l’andare del tempo cominciammo a preoccuparci molto di più per Tracy. Sharon si comportava da disadattata, ma cercava di raggiungere una qualche forma di indipendenza. I suoi sintomi erano direttamente collegati ai suoi rapporti con i componenti della famiglia. Se fossimo riuscite ad aiutarla a trovare una sua dimensione ed a escogitare un modo più accettabile di essere diversa, sentivamo che tutto sarebbe andato a posto. Tracy invece aveva un modo di essere più strutturato, era una specie di gemella o di clone della madre, e non dimostrava nessun desiderio di cambiare. C’era poca differenziazione fra loro, come se fossero entrambe adolescenti o entrambe madri (della cattiva Sharon), ed eravamo preoccupate per i rapporti futuri di Tracy. Sappiamo che si può provare odio per chi si ama, ma a volte è molto difficile ammetterlo. Un modo di gestire questi sentimenti è di scinderli, così da poter pensare che X è fantastico, mentre Y è terribile. E’ un metodo usato comunemente per continuare a considerare “buoni” coloro che amiamo, per far filare liscio il rapporto con loro. Così per Tracy essere uguale alla madre ed idealizzarla, rifiutando invece la sorella che era così diversa, era un modo di restare vicina alla madre. E infatti, quando cominciammo a spostare gradualmente l’attenzione su Tracy, rifiutandoci di unirci al coro e di accusare e umiliare Sharon, la famiglia interruppe la terapia: Tracy e la madre non volevano essere affrontate separatamente, avevano troppo da perdere. Ma nel breve periodo del trattamento avevamo visto Sharon acquisire un po’ di fiducia in se stessa, iscriversi a dei corsi e trovare un lavoro per le vacanze. Questo caso illustra quanto possa essere difficile agire in modo diverso da un genitore. La spinta a conformarsi, a essere uguali, può essere rafforzata da norme culturali e religiose. La non accettazione di modi di essere diversi, però, ha sempre un costo, sia per l’individuo che per la famiglia. C’è un prezzo da pagare. Come il bambino che impàra a camminare e continua a cadere ed a rialzarsi, o il bambino di nove anni che insiste per fare i compiti senza aiuto, anche se gli costa molta fatica, l’adolescente ha bisogno di ampliare il proprio campo d’azione, di provare per vedere cosa gli piace e cosa non gli piace, cosa vuole per sé. Può darsi che abbia bisogno di cadere e di rialzarsi da solo, come faceva quando era piccolo. Avremo magari paura che si faccia male o che faccia male agli altri. Possiamo offrirgli il nostro aiuto come quando era piccolo, ma adesso non possiamo più limitarlo molto. Il nostro intervento è meno concreto, meno fisico, è più che altro un’offerta di presenza e di sollecitudine. Negli esempi di Tracy e di Ricky è evidente che i genitori non riuscivano a comprendere la diversità dei figli. Una resistenza così forte può significare che alcuni elementi della personalità dei genitori sono molto fragili. Nessuno è immune da simili reazioni, anche se probabilmente per la maggior parte di noi assumerebbero toni meno estremi. Se un padre va sempre al lavoro in giacca e cravatta, non capirà il figlio che va a un colloquio di lavoro in maniche di camicia. Può darsi che sia irritato per aver dovuto uniformarsi per tutta la vita a certe regole e non veda perché mai suo figlio dovrebbe cavarsela così a buon mercato. Vuol dire allora che i suoi sforzi sono stati inutili? O peggio ancora significa che quello che per lui era valido, adesso non lo è più? La sua esperienza non ha più valore? Quello che succede tra padre e figlio, allora, non ha tanto a che fare con il fatto che il ragazzo debba o meno portare la cravatta, quanto con problemi di autostima. Il desiderio di un figlio di apparire e di comportarsi in modo diverso può essere vissuto come una critica, come un rifiuto. Alcuni vi leggeranno provocazione e disprezzo. Per chi pensa che possano esservi poche variazioni a ciò che è accettabile, qualsiasi divergenza viene vissuta come una minaccia. Spinto all’estremo, questo atteggiamento può diventare xenofobia, razzismo e bigottismo religioso. Per chi è convinto che esista una sola verità, un punto di vista diverso è una sfida, piuttosto che un contributo. Tutto dipende dal punto di partenza. Ho un ricordo molto vivido delle diverse reazioni di mia madre e di mia nonna, negli anni sessanta, di fronte ai ragazzi con i capelli lunghi. Mia nonna era allarmata, le sembravano sporchi e diceva che non si distinguevano i maschi dalle femmine. Mia madre invece li trovava tanto più dolci e più nobili di quelli con un nitido taglio militaresco; le ricordavano i moschettieri! Il nostro modo di accogliere una nuova moda, un nuovo comportamento influenza lo sviluppo dei ragazzi.

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Quando un adolescente adotta un nuovo look particolare, un nuovo linguaggio od un nuovo atteggiamento, non è indispensabile che ci piaccia. Non è fatto per piacere a noi, ma ai compagni e agli amici. Se i suoi tentativi di trovare un proprio modo di fare non suscitano nessuna reazione, se li accettiamo subito, potrebbe avere l’impressione di non essere visto o sentito. Magari preferisce che disapproviamo lo stile che ha scelto; è essenziale però che ci piaccia il ragazzo. Se lo rifiutiamo in toto quando adotta mode ed atteggiamenti lontanissimi dal nostro modo di vedere, se diciamo no alle identità che sta sperimentando, gli faremo un cattivo servizio. Un adolescente che viene continuamente rifiutato perché è diverso soffocherà il suo sviluppo per farsi accettare, oppure si ribellerà in modo estremo, o cercherà approvazione altrove.

Leggi articolo: Figli e genitori, un legame di solidarietà
Leggi: Come trattare con un adolescente

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Desideri : il sogno come appagamento

Desideri : è questo per Freud l’obiettivo dei sogni e il loro movente. Sogniamo per appagare desideri più o meno inconsci. I sogni riportati offrono l’occasione di comprendere come Freud interpreti il materiale onirico alla luce di questo suo assunto e di come i desideri possono sorgere anche da questioni quotidiane.
Sigmund Freud
Interpretazione dei sogni. Bollati Boringhieri

È facile dimostrare che i sogni rivelano spesso palesemente il loro carattere di appagamento di desideri, tanto che desta meraviglia il fatto che il linguaggio onirico non sia stato compreso già da molto tempo. Esiste per esempio un sogno che posso creare quando voglio, per così dire sperimentalmente. Se alla sera mangio acciughe, olive o altri cibi salati, la sete di cui soffro di notte mi sveglia. Il risveglio però è preceduto da un sogno, ogni volta di identico contenuto, il sogno cioè di stare bevendo. Bevo acqua a grandi sorsate, mi piace come solo può piacere una bevanda fresca quando si muore di sete, poi mi sveglio e sono costretto effettivamente a bere. Questo semplice sogno è causato dalla sete, che io sento al momento del risveglio. Da questa sensazione nasce il desideri di bere e il sogno a sua volta mi presenta questo desiderio esaudito. Il sogno è al servizio di una funzione che mi è facile indovinare. Dormo bene e non ho l’abitudine di essere svegliato da un bisogno. Se riesco a placare la mia sete con un sogno in cui bevo, non ho bisogno di svegliarmi per soddisfarla. Si tratta dunque di un sogno di comodità. All’agire si sostituisce il sognare, come del resto succede in altre occasioni della vita. (…)Poco tempo fa, lo stesso sogno ha subito qualche variazione. Avevo sete già prima di addormentarmi e vuotai il bicchier d’acqua posto sul comodino accanto al mio letto. Alcune ore dopo, nel corso della notte, ebbi un nuovo attacco di sete con tutti gli inconvenienti del caso. Per procurarmi l’acqua mi sarei dovuto alzare e andare a prendere il bicchiere sul comodino di mia moglie. Sognai dunque, opportunamente, che mia moglie mi offriva da bere in un vaso; il vaso era un’urna cineraria etrusca che avevo portato a casa da un viaggio in Italia e poi regalato. L’acqua che esso conteneva era così salata (evidentemente a causa della cenere) che fui costretto a svegliarmi. Si noti come il sogno disponga ogni cosa in modo conveniente. Dato che l’unica sua intenzione è l’appagamento di un desiderio, può essere perfettamente egoista. In realtà l’amore per la comodità non è compatibile con certi riguardi per altre persone. Probabilmente l’intervento dell’urna cineraria rappresenta un desiderio esaudito: mi dispiace di non possedere più il vaso, come del resto di non poter raggiungere il bicchiere di mia moglie. L’urna cineraria conviene inoltre alla sensazione, diventata ora più intensa, di sapore salino che, come so, mi costringerà al risveglio.
Avevo spesso simili sogni di comodità negli anni giovanili. Abituato da sempre a lavorare fino a notte tarda, svegliarmi presto mi è sempre stato difficile. Sognavo di solito di essermi alzato e di trovarmi al lavabo. Dopo un po’ di tempo non potevo non rendermi conto di non essermi ancora alzato, ma nel frattempo avevo dormito ancora un poco. Un mio giovane collega, che sembra condividere la mia inclinazione al sonno, presenta in forma particolarmente spiritosa lo stesso sogno determinato da pigrizia. La padrona di casa presso cui abitava, nei dintorni dell’ospedale, aveva l’ordine tassativo di svegliarlo in tempo ogni mattina, ma durava fatica a eseguirlo. Una mattina il sonno gli era particolarmente gradevole. La donna gridò nella stanza: “Signor Pepi, si alzi, deve andare all’ospedale.”

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Dopodiché egli sognò una camera d’ospedale, un letto nel quale giaceva, e una tabella clinica su cui si leggeva: Pepi H., studente in medicina, anni 22. In sogno egli si disse: “Se mi trovo già all’ospedale, non occorre che ci vada.” Si girò dall’altra parte e continuò a dormire. Aveva confessato apertamente a sé stesso il motivo del proprio sogno.
Altrettanto facile è scoprire l’appagamento di un desiderio in alcuni sogni che ho raccolto fra persone sane. Un amico che conosce la mia teoria sul sogno, e ne ha parlato con sua moglie, mi disse una volta: “Mia moglie m’incarica di dirti che ha sognato ieri di avere le mestruazioni. Saprai certo che cosa significhi.” Lo so certo: se la giovane ha sognato di essere mestruata, vuol dire che le mestruazioni non ci sono state. Posso immaginare che vorrebbe godere della sua libertà per qualche tempo ancora, prima che incomincino i disagi della maternità. Era un modo garbato di comunicare la sua prima gravidanza. Un altro amico mi scrive che sua moglie ha sognato recentemente macchie di latte sul petto della sua camicetta. Anche questo è un annuncio di gravidanza, ma non della prima: la giovane madre desidera per il suo secondo bambino più latte di quanto abbia avuto per il primo.
Una giovane donna, rimasta isolata per parecchie settimane per una malattia infettiva del suo bambino, sogna, a guarigione avvenuta, di trovarsi in una riunione, cui partecipano Alphonse Daudet, Paul Bourget, Marcel Prévost e altri, tutti molto gentili con lei e che la divertono moltissimo. Anche in sogno questi scrittori hanno i tratti che ella conosce dalle loro fotografie, mentre Marcel Prévost, che non ha mai visto in fotografia, somiglia all’uomo della disinfezione, suo primo visitatore dopo molto tempo, che il giorno prima ha disinfettato la stanza dell’infermo. Sembra si possa tradurre il sogno senza alcuna lacuna: “Sarebbe ora che capitasse qualche cosa di più divertente di questa eterna assistenza a un malato.”

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Figlio e genitore: un legame di solidarietà

Figlio e genitore, un legame su cui poggia in buona parte l’esito dell’equilibrio individuale su cui potrà fare conto la persona adulta. Brno Bettelheim, con il suo solito linguaggio semplice e diretto, ci spiega il concetto di solidarietà familiare e come questo sia fondamentale nella comprensione e nel sostegno che i genitori possono dare al proprio figlio di fronte a una difficoltà.
Bruno Bettelheim
Un genitore quasi perfetto. Feltrinelli

La solidarietà reciproca all’interno della famiglia continua a essere desiderata con la medesima intensità di prima, ma oggi è più difficile da realizzare appunto per la forza delle emozioni, e dei conflitti, che sorgono tra persone che vivono insieme e sono tese ciascuna a conseguire la propria autonomia. Rimane vivo tuttavia il bisogno di essere aiutati nello sforzo di divenire degli individui unici e autonomi, e si prova risentimento se tale aiuto non viene dato. Se nella famiglia non viene meno la solidarietà reciproca, allora i suoi membri sono felici di vivere insieme, non tanto perché non incontrino problemi e difficoltà nella convivenza, quanto perché, anziché dare la colpa agli altri o a se stessi dei loro fastidi, li affrontano insieme. Gli interventi psichiatrici e psicoterapeutici, oggi, sono rivolti soprattutto ad alleviare l’angoscia di quanti non hanno potuto sperimentare in famiglia questo genere di solidarietà. È questo dunque il paradosso che si è creato: benché solo la solidarietà familiare possa evitare i contraccolpi emotivi del processo di individuazione, l’individualità personale tende a definirsi in contrapposizione agli altri, soprattutto a chi ci è più vicino, con effetti disgreganti sulla buona armonia del gruppo.
Esiste un unico antidoto, un’unica cura per questo stato di cose: la sicurezza interiore. Nella misura in cui ci sentiamo importanti agli occhi delle persone significative della nostra vita, ci sentiamo sicuri di noi stessi, e le pressioni della gelosia diminuiscono nella stessa misura. Una famiglia può essere definita felice se, quando le cose vanno male per uno dei suoi membri, tutti gli altri lo sostengono e fanno dei suoi problemi il problema di tutti. La famiglia felice non è quella in cui non succede mai nulla di brutto; è quella in cui, quando qualcosa di brutto succede, colui che ne è causa o che ne soffre non viene colpevolizzato, ma è anzi sostenuto nella sua disgrazia. Infatti, se ci sentiamo depressi e nessuno ci aiuta, come possiamo pensare che la nostra famiglia sia un rifugio sicuro? Che cosa può fare, allora, la famiglia della classe media del nostro tempo per mantenere la sua coesione? (…)
Proviamo ora a pensare a quello che succede, tipicamente, quando un bambino di una normale famiglia della classe media ha un disperato bisogno della sicurezza affettiva che solo la sua famiglia può dargli. Il bambino, dunque, torna da scuola, abbattuto perché ha preso un brutto voto; pensa di non valere nulla, che la sua vita è finita, che l’insegnante, e forse il mondo intero, l’hanno trattato ingiustamente. A questo punto che cosa faranno suo padre e sua madre? Ubbidiranno al comandamento biblico di sollevare i diseredati, o scoraggeranno ulteriormente il figlio, che già ha la sensazione di non poter camminare a testa alta, sgridandolo perché non ha studiato abbastanza? È questo il momento in cui il bambino ha più bisogno di sperimentare il sostegno della famiglia, di constatare che i suoi genitori gli stanno accanto di fronte ai primi dolori della sua giovane vita. Quanti genitori avvertiranno la sua sofferenza e lo incoraggeranno a non considerarsi sconfitto? E quanti, invece, acuiranno con le loro critiche la sua sensazione di non valere nulla?

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E vero che, quando il bambino torna da scuola tutto contento perché ha meritato un bel voto, il padre e la madre gli esprimeranno, come è giusto, il loro piacere. Ma se riceve approvazione e sostegno quando già è contento di sé, e disapprovazione quando è scontento, come potrà il bambino non avere l’impressione che i suoi genitori siano come gli amici negli anni dell’abbondanza, che ci lasciano soli nel momento del bisogno?
E che cosa succede in una normale famiglia della classe media quando un ragazzo soffre per la delusione di avere visto spezzarsi un importante legame emotivo? Supponiamo che un adolescente abbia subito appunto una delle più grosse delusioni della sua vita: il compagno di classe, che era il suo migliore amico, gli ha fatto un torto, e il ragazzo si sente d’improvviso abbandonato e tradito. I rapporti tra adolescenti sono molto più volubili di quelli tra adulti, ma non per questo meno intensi e sofferti sul momento. Può darsi che il nostro ragazzo non si senta in grado di guardare in faccia l’amico di prima, che l’ha così gravemente ferito e deluso. In un caso del genere, che cosa faremo noi, che dovremmo cercare di costruire la famiglia sulla capacità di soddisfare ai bisogni emotivi di tutti i suoi membri? Gli esprimeremo la nostra comprensione per la serietà del suo stato d’animo, in modo che il ragazzo comprenda come tale comprensione dei sentimenti altrui sia appunto la base di ogni legame affettivo, a maggior ragione di quelli familiari?
Tutti noi, dopo aver ricevuto un colpo del genere, tendiamo a evitare di incontrare la persona che secondo noi ce l’ha inferto; non vogliamo che il traditore veda la nostra angoscia, né che il rivale gioisca del nostro dolore. Ho conosciuto più di un adulto che, dopo la rottura di un’amicizia intima o la delusione procurata da un caro amico, ha evitato per mesi, addirittura per anni, di vedere la persona responsabile di tanta sofferenza. Se un simile dramma getta nella disperazione nostro figlio adolescente, noi lo incoraggiamo a concentrarsi sull’elaborazione del suo lutto? Lo teniamo a casa da scuola per qualche giorno, finché si sia ripreso dalla malattia della sua anima, finché la ferita abbia avuto il tempo di rimarginarsi un poco, prima di dover incontrare di nuovo chi gliel’ha inferta? Oppure insistiamo perché torni a scuola la mattina dopo, anche se inevitabilmente vi incontrerà l’amico traditore, come se perdere il migliore amico fosse molto meno importante di un comune raffreddore, nel qual caso saremmo pronti a fargli saltare qualche giorno di lezione? Molti genitori si comportano così anche se il figlio va benissimo a scuola e potrebbe facilmente recuperare i giorni di assenza, dimostrandogli in tal modo che, nella loro scala di valori, la riuscita scolastica (o, il che sarebbe molto più grave, il desiderio di non vederselo girare per casa triste e depresso) ha la priorità sul bisogno di dare alle sue più profonde ferite psicologiche il tempo di guarire.

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E questi sarebbero i genitori che vogliono costruire la famiglia sui legami affettivi, quando con le loro azioni li hanno completamente svuotati di senso! Di solito, quando il figlio confida il motivo della sua infelicità, i genitori tendono a cercare di convincerlo a non dare troppo peso all’accaduto, come se bastasse dirgli di non prendersela tanto a cuore per fargli passare in parte il dispiacere. Un’autentica simpatia per i sentimenti del ragazzo dovrebbe, nel caso ipotizzato, esprimersi nel lasciare che eviti di affrontare chi gli ha causato tanta pena; e questo è il minimo che i genitori possano fare per convincere il figlio di avere realmente a cuore i legami affettivi.
Insistendo perché vada a scuola ugualmente, è come se gli dicessimo che deve prendere sul serio soltanto i legami affettivi con noi come suoi genitori, e non anche quelli con altre persone. Ma le emozioni non possono essere schizofrenicamente suddivise in emozioni “importanti”, quelle per i familiari, e “poco importanti”, quelle per gli amici. I legami di intimità o sono importanti o non lo sono: e i nostri figli deducono qual è il nostro vero atteggiamento dalla nostra reazione alle loro emozioni. E se non rispondiamo in modo appropriato ai loro sentimenti, non con belle parole soltanto, ma con le nostre azioni, possono decidere per il futuro di tenersi per sé quello che provano, impedendoci così di dargli qualunque aiuto. (…)Quando parlo con i genitori, cercando di far loro capire quanto siano poco disposti a prendere sul serio i dolori dei figli, mi viene spesso la tentazione di rammentare loro le parole di Shakespeare: “Tutti sono bravi a dominare un dolore, tranne colui che ce l’ha.”
Di fronte alle pene e ai dolori dei figli, molti genitori si comportano come se, per il fatto che il figlio è piccolo e immaturo, anche le sue afflizioni debbano essere piccole e immature. Se solo ci riflettessero un istante, e osservassero il bambino quando è infelice, si accorgerebbero che non è vero. Di solito, però, non è una forma di insensibilità che fa attribuire scarsa importanza ai dispiaceri dei bambini, o pensare che siano facilmente superabili. Il più delle volte, il genitore vorrebbe dal profondo dell’anima che a suo figlio fosse risparmiata ogni sofferenza: vorrebbe che fosse felice, che non dovesse subire in così tenera età le pene che la vita infligge a tutti, non quand’è ancora così piccolo.
(…) Se noi dessimo davvero importanza a quello che prova nostro figlio, allora, quando è triste e addolorato per una perdita, non cercheremmo di distrarlo dal suo dolore. Se noi stessimo piangendo per la morte di una persona cara, ci parrebbe un segno di scarsa sensibilità se un amico volesse distrarci dal nostro dolore. Da un vero amico ci aspetteremmo che rispettasse la nostra tristezza, che piangesse con noi, e cercasse in questo modo di aiutarci. E rimarremmo allibiti se volesse farci ridere. Ebbene, così si sentono i nostri figli quando mettiamo in atto qualche tattica per fargli dimenticare il dolore che provano. Solo che loro non possono dirci quanto li offenda e quanto li ferisca il fatto che noi possiamo trattarli con tanta leggerezza, anziché piangere con loro. Tuttavia il loro risentimento è uguale a quello che proveremmo noi se un amico volesse fare lo spiritoso quando noi siamo profondamente addolorati.

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Sogni rivelatori

Sogni rivelatori sono quelli che ci svelano ciò che noi abbiamo intuito riguardo una situazione o una persona ma che non abbiamo consapevolmente elaborato nella forma di “percezione” cosciente. I sogni rivelatori ci svelano la capacità del nostro inconscio di percepire la realtà e allo steso tempo i sogni rivelatori mostrano tutti i limiti delle nostre percezioni correnti. Erich Fromm analizza due sogni rivelatori che se ascoltati possono dare al sognatore utili indicazioni sudecisioni da prendere. I sogni rivelatori non sono, dunue, premonizioni ma rivelano lo sguardo attento e saggio del nostro inconscio.
Erich Fromm, Il linguaggio dimenticato. Bompiani

Due sogni rivelatori
Il sogno che sto per spiegare fu riferito da un uomo che, il giorno prima di farlo, aveva incontrato una “persona molto importante”. Essa era reputata saggia e gentile e il sognatore la vide sotto l’influsso di ciò che ognuno diceva sul suo conto. Si trattava di un anziano signore che egli aveva lasciato dopo un’ora circa con l’impressione di aver incontrato una persona di riguardo e gentile.
Vedo il Sig. X (la persona molto importante); il suo viso appare del tutto diverso da come appariva ieri. Vedo una bocca crudele e un viso duro. Sogghignando racconta a qualcuno che è appena riuscito a estorcere a una povera vedova le sue ultime lire. Provo un senso di repulsione.
Quando gli venne chiesto di riferire ciò che gli era accaduto in relazione a questo sogno, il sognatore osservò che poteva ricordare di aver provato una fugace sensazione di delusione quando entrò nella stanza del Sig. X e gettò per la prima volta una rapida occhiata al suo viso; tuttavia questa sensazione scomparve non appena X avviò un’amichevole e avvincente conversazione. Come possiamo interpretare questo sogno? Forse il sognatore è invidioso della fama del Sig. X e per questa ragione non ha simpatia per lui? Il sogno sarebbe allora l’espressione di un odio irrazionale che il sognatore alberga in sé senza rendersene conto. Ma non si tratta del nostro caso. Durante  successivi incontri, dopo che il nostro sognatore  era  divenuto  consapevole del suo sospetto attraverso i suoi sogni, osservò X più attentamente e scoprì che nell’uomo vi era quell’elemento di crudeltà che per la prima volta aveva visto nel suo sogno. La sua impressione venne confermata dai pochi che osavano nutrire dei dubbi sull’opinione della maggioranza, secondo la quale X era un uomo tanto gentile. Venne pure convalidata da alcuni episodi della vita di X che non erano crudeli come quello del sogno, ma che tuttavia rispecchiavano uno spirito analogo. Possiamo perciò dedurre che la intuizione che il sognatore ebbe del carattere di X fu molto più acuta nel suo stato di sonno che non nel suo stato di veglia. Il “rumore ” dell’opinione pubblica, secondo la quale X era un uomo meraviglioso, gli impedì di divenire consapevole delle sue capacità critiche nei confronti di X quando lo vide. Fu soltanto più tardi, dopo che ebbe fatto questo sogno, che poté ricordare quella frazione di secondo in cui aveva provato quel senso di diffidenza e di dubbio.

sogni rivelatori 3

Nel suo sogno, al riparo dal rumore e in grado di stare solo con se stesso, con le sue impressioni e i suoi sentimenti, egli poté dare un giudizio più preciso e più vero di quello formulato nel suo stato di veglia. In questo come in altri casi, possiamo stabilire se il sogno è l’espressione di una passione irrazionale o della ragione, soltanto se consideriamo la persona del sognatore, lo stato d’animo in cui si trovava al momento di addormentarsi, e qualsiasi altro dato che abbiamo a disposizione sull’aspetto realistico della situazione di cui egli ha sognato. In questo caso la nostra interpretazione è convalidata da un certo numero di fattori. Il sognatore poteva ricordarsi quella fugace impressione iniziale di antipatia. Non aveva . alcun motivo di nutrire sentimenti ostili nei confronti di X e non lo fece. I fatti della vita di X e le osservazioni successive confermarono l’impressione che il sognatore aveva avuto nel sonno. Se tutti questi fattori fossero mancati, la nostra interpretazione sarebbe stata diversa. Per esempio, se egli fosse stato incline alla gelosia per le persone in vista, non avrebbe potuto trovare alcuna prova per il giudizio formulato su X durante il sogno, non avrebbe potuto ricordarsi della sensazione di repulsione avvertita quando lo vide per la prima volta, e quindi, naturalmente, saremmo stati propensi a ritenere che questo sogno non fosse un’espressione di ciò che aveva intuito, bensì di un odio irrazionale. (…)
Una predizione di diverso genere accade nel seguente sogno: A, incontrato B per discutere una futura combinazione d’affari, ne riportò un’impressione favorevole e decise di assumere B nella sua ditta come socio. La notte successiva all’incontro, A fece questo sogno:
Vedo B seduto nel nostro ufficio comune. Sta rivedendo i registri, cambiandovi alcune cifre, in modo da nascondere il fatto che ha truffato una ingente somma di denaro.
A si sveglia e credendo nei sogni, rimane leggermente perplesso. Ma essendo convinto che i sogni sono sempre l’espressione dei nostri desideri irrazionali, dice a se stesso che questo è l’espressione della sua ostilità e del suo senso di antagonismo verso altre persone e che tale ostilità e diffidenza l’hanno portato a immaginare che B sia un ladro. Avendo in tal guisa interpretato il sogno, egli cerca di liberarsi da questi sospetti irrazionali. Dopo che si fu associato a B, si verificarono alcuni incidenti che ridestarono le sue preoccupazioni; ma, ricordandosi del sogno e della sua interpretazione, si convinse di nuovo di essere preda di sospetti e di sentimenti di ostilità affatto irrazionali e decise di non dare peso a quelle circostanze che lo avevano indotto a diffidare. Tuttavia, dopo un anno, scopri che B aveva truffato ingenti somme di denaro e che le aveva nascoste con false registrazioni nei libri contabili. Il suo sogno si era avverato quasi alla lettera. Questo fatto dimostrò che il sogno di A esprimeva un’intuizione nei riguardi di B che egli aveva avuto al suo primo incontro con lui, ma di cui non si era reso conto nei suoi pensieri da sveglio. Quelle numerose e complesse osservazioni che noi facciamo riguardo ad altre persone nella frazione di un secondo, senza neppure renderci conto dei nostri processi psichici, avevano fatto in modo che A riconoscesse che B era disonesto. Ma, dato che non esisteva “prova” alcuna di questa sua supposizione e dato che dall’atteggiamento di B riusciva difficile al pensiero cosciente di A stabilire la disonestà di B, A si era completamente inibito questo pensiero o, piuttosto, non lo aveva neppure registrato nella sua mente durante la veglia. Nel suo sogno, invece, egli ebbe la chiara consapevolezza del suo sospetto e se avesse dato retta a questa comunicazione che gli veniva dal suo intimo avrebbe evitato molti fastidi. La sua convinzione che i sogni siano sempre l’espressione delle nostre fantasie e dei nostri desideri irrazionali gli aveva fatto interpretare erroneamente il sogno in questione e persino, più tardi, certe osservazioni reali.

Leggi articolo: Interpretazione del sogno, pensare dormendo

autoconsapevolezza 1

Autoconsapevolezza delle emozioni

L’ autoconsapevolezza delle proprie emozioni ci permette non solo una più profonda conoscenza di noi stessi ma apre la strada anche alla possibilità di avere un controllo su di esse. L’ autoconsapevolezza è un importante strumento di monitoraggio della nostra vita psicologica, in grado di farci sfruttare al meglio la nostra vita emotiva.
Daniel Golemn
Intelligenza emotiva. Rizzoli

In un’antica leggenda giapponese si narra di un samurai bellicoso che un giorno sfidò un maestro Zen chiedendogli di spiegare i concetti di paradiso e inferno. Il monaco, però, replicò con disprezzo: “Non sei che un rozzo villano; non posso perdere il mio tempo con gente come te!”. Sentendosi attaccato nel suo stesso onore, il samurai si infuriò e sguainata la spada gridò: “Potrei ucciderti per la tua impertinenza”.
“Ecco” replicò con calma il monaco “questo è l’inferno.” Riconoscendo che il maestro diceva la verità sulla collera che lo aveva invaso, il samurai, colpito, si calmò, ringuainò la spada e si inchinò, ringraziando il monaco per la lezione. “Ecco” disse allora il maestro Zen “questo è il paradiso.”
L’improvviso risveglio del samurai e il suo aprire gli occhi sul proprio stato di agitazione ci mostra quanto sia fondamentale la differenza fra l’essere schiavi di un’emozione e il divenire consapevoli del fatto che essa ci sta travolgendo. Il consiglio di Socrate, “conosci te stesso”, fa proprio riferimento a questa chiave di volta dell’intelligenza emotiva: la consapevolezza dei propri sentimenti nel momento stesso in cui essi si presentano.
Di primo acchito potrebbe sembrare che i nostri sentimenti siano ovvi; ma se riflettiamo più attentamente ci ricordiamo di tutte quelle volte che li abbiamo troppo trascurati o che siamo diventati consapevoli di essi troppo tardi. Gli psicologi usano il termine piuttosto pomposo di “metacognizione” per riferirsi a una consapevolezza dei processi di pensiero, e quello di “metaemozione” per indicare la consapevolezza delle proprie emozioni. Io preferisco parlare di “autoconsapevolezza”, per indicare la continua attenzione ai propri stati interiori. In questa consapevolezza introspettiva la mente osserva e studia l’esperienza, ivi comprese le emozioni.
Questo aspetto della consapevolezza è simile a ciò che Freud descrisse come un’“attenzione che si libra imparziale” e che egli raccomandava a chi dovesse intraprendere la psicoanalisi. Questa attenzione considera con imparzialità tutto ciò che passa attraverso la consapevolezza, proprio come farebbe un testimone interessato agli eventi e tuttavia non reattivo. Alcuni psicoanalisti, la chiamano l’“ego osservatore”: in altre parole, si tratta dell’autoconsapevolezza che consente all’analista di monitorare le proprie reazioni verso ciò che il paziente sta dicendo e che nel paziente è alimentata dal processo delle libere associazioni.
Sembra che questa autoconsapevolezza richieda l’attivazione della neocorteccia, e particolarmente delle aree del linguaggio, che consentono di dare un nome alle emozioni risvegliate. L’autoconsapevolezza non è una forma di attenzione che – reagendo eccessivamente alle percezioni e amplificandole – venga spazzata via dalle emozioni. Piuttosto, è una modalità neutrale della mente che sostiene l’introspezione anche in mezzo a emozioni turbolente. William Styron sembra descrivere qualcosa di simile a questa facoltà della mente quando, scrivendo della sua profonda depressione, parla della sensazione “di essere accompagnato da un secondo sé – un osservatore simile a un fantasma che, senza condividere la demenza del suo doppio, è in grado di osservare con curiosità spassionata le lotte del suo compagno”.

autoconsapevolezza 2

Nei migliore dei casi, l’osservazione di sé permette questa consapevolezza equilibrata di sentimenti appassionati o violenti. Nel caso peggiore, invece, essa si manifesta semplicemente come un distacco, appena accennato, dall’esperienza – una sorta di passo indietro per fermarsi a osservare il quadro; un flusso parallelo di coscienza nella modalità “meta”, che si libra al di sopra o accanto a quello principale, consapevole degli eventi in corso ma non immerso, o perso, in essi. É la differenza che passa fra l’essere travolti da una furia omicida verso qualcuno e il pensare introspettivamente “Ecco, quella che sto provando è collera”, anche nel momento stesso in cui ne siamo pervasi. In termini di meccanica neurale, presumibilmente questo sottile spostamento nell’attività mentale segnala che i circuiti neocorticali stanno monitorando attivamente l’emozione, compiendo così un primo passo nell’acquisizione di un certo controllo su di essa. Questa consapevolezza è la competenza emozionale fondamentale sulla quale si basano tutte le altre, ad esempio l’autocontrollo.
Essere consapevoli di sé, in breve, significa essere “consapevoli sia del nostro stato d’animo che dei nostri pensieri su di esso” (…). L’autoconsapevolezza può essere una forma di attenzione, non reattiva e non critica, verso i propri stati interiori. (…) Questa sensibilità può anche essere meno equilibrata; ecco alcuni pensieri tipici che rivelano l’autoconsapevolezza emozionale: “Non dovrei provare questo sentimento”, “Sto pensando a delle cose buone per tirarmi su” e, nel caso di un’autoconsapevolezza più limitata “Non pensarci”, una reazione di fuga in risposta a qualcosa che ci turba profondamente.
Sebbene esista una distinzione logica fra l’essere consapevoli dei propri sentimenti e l’agire per modificarli, (…) a tutti i fini pratici le due cose procedano in stretta cooperazione: riconoscere uno stato d’animo profondamente negativo significa volersene liberare. Tuttavia, il riconoscimento delle emozioni è una cosa, e altra cosa distinta sono gli sforzi che facciamo per non agire sotto il loro impulso. Quando diciamo “Smettila!” a un bambino che, infuriato, sta colpendo un compagno di giochi, probabilmente riusciremo a fermare lo scontro fisico, ma la collera continuerà a covare sotto la cenere. I pensieri del bambino sono ancora fissi sull’evento che aveva scatenato la sua collera – “Ha preso il mio giocattolo!” – collera che peraltro non si è mai placata. L’autoconsapevolezza ha un effetto più potente sui sentimenti negativi molto intensi: quando diciamo a noi stessi “Ecco, quella che sto provando è collera” questa consapevolezza ci offre un maggior grado di libertà – in altre parole, ci dà la possibilità di decidere non solo di non agire spinti dall’impulso della collera, ma anche di cercare in qualche modo di sfogarla.
(…) Le persone sono classificabili in diverse categorie a seconda del modo in cui percepiscono e gestiscono le proprie emozioni:

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  • “Gli autoconsapevoli”. Consapevoli dei propri stati d’animo nel momento stesso in cui essi si presentano, queste persone sono comprensibilmente alquanto sofisticate riguardo alla propria vita emotiva. La loro chiara visione delle proprie emozioni può rafforzare altri aspetti della personalità: si tratta di individui autonomi e sicuri dei propri limiti, che godono di una buona salute psicologica e tendono a vedere la vita da una prospettiva positiva. Quando sono di cattivo umore, costoro non continuano a rimuginare e a ossessionarsi, e riescono a liberarsi dello stato d’animo negativo prima degli altri. In breve, il loro essere attenti alla propria vita interiore li aiuta a controllare le emozioni.
  • “I sopraffatti”. Si tratta di persone spesso sommerse dalle proprie emozioni e incapaci di sfuggir loro, come se nella loro mente esse avessero preso il sopravvento. Essendo dei tipi volubili e non pienamente consapevoli dei propri sentimenti, questi individui si perdono in essi invece di considerarli con un minimo di distacco. Di conseguenza, rendendosi conto di non avere alcun controllo sulla propria vita emotiva, costoro fanno ben poco per sfuggire agli stati d’animo negativi. Spesso si sentono sopraffatti e incapaci di controllare le proprie emozioni.
  • “I rassegnati”. Sebbene queste persone abbiano spesso idee chiare sui propri sentimenti, anch’esse tendono tuttavia ad accettarli senza cercare di modificarli. Sembra che in questa categoria rientrino due tipi di soggetti: in primo luogo quelli che solitamente hanno stati d’animo positivi e perciò sono scarsamente motivati a modificarli; e in secondo luogo coloro che, nonostante siano chiaramente consapevoli dei propri stati d’animo, e siano suscettibili a sentimenti negativi, tuttavia li accettano assumendo un atteggiamento da “laissez-faire”, senza cercare di modificarli nonostante la sofferenza che essi comportano – una situazione che si riscontra, ad esempio, nei depressi che si sono rassegnati alla propria disperazione.

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