Vita : il suo senso in termini psicologici

Qual è il senso della vita? Donald Winnicott ci parla, in termini psicologici, dei tre livelli della via di un essere umano e del ruolo fondamentale che il gioco e la creatività hanno nel creare quel complesso sistema che è la cultura.
Donald Winnicott
Dal luogo delle origini. Raffaello Cortina editore

vita 1

(…) Voglio prendere in considerazione il tipo di vita che una persona sana è in grado di condurre. Cos’è la vita? Non so dare una risposta precisa, ma penso che possiamo essere d’accordo nell’affermare che la vita è più una questione di “essere” che di sesso. Lorelei ha detto: «I baci sono molto piacevoli, ma un bracciale di brillanti rimane per sempre». Essere e sentirsi reali sono caratteristiche specifiche della salute mentale, e solo quando l’essere è un fatto acquisito possiamo procedere verso cose più positive. Ritengo che non si tratti soltanto di un giudizio di valore, ma che vi sia un legame tra la salute emozionale dell’individuo e il senso di sentirsi reali. Senza alcun dubbio la maggior parte della gente dà per scontato il fatto di sentirsi reali, ma a quale prezzo? In quale misura essi negano la verità che di fatto esiste il pericolo di sentirsi non reali, posseduti, di non essere se stessi, di precipitare all’infinito, di non avere una direzione, di essere separati dal proprio corpo, annientati, di essere un nulla, di non avere un luogo in cui stare? La salute non è compatibile con la “negazione” di alcunché.

Le tre vite
Concludo parlando dei tre tipi di vita che le persone sane possono condurre:

  1. La vita nel mondo, con le relazioni interpersonali che costituiscono una chiave anche per l’utilizzazione dell’ambiente non umano.
  2. La vita della realtà psichica personale (a volte detta interna). É questo l’ambito in cui una persona creativa si dimostra più ricca di un’altra, più profonda e più interessante. A questa vita appartengono i sogni (o ciò da cui scaturisce il materiale del sogno).

Queste due vite sono ben conosciute, e si sa che entrambe possono essere sfruttate in termini difensivi: l’estroverso ha bisogno di trovare la fantasia nel vivere; l’introverso, invece, può divenire autosufficiente, invulnerabile, isolato e socialmente utile. Ma esiste un’altra area di cui può fruire la salute e di cui non è facile parlare in termini di teoria psicoanalitica.

vita 2

  1. L’area dell’esperienza culturale. L’esperienza culturale ha inizio con il gioco e conduce a tutto ciò che costituisce il mondo umano, dalle arti ai miti della storia, alla lenta marcia del pensiero filosofico e ai misteri della matematica, fino alle istituzioni sociali e alla religione.

Dove poniamo questa terza area? Penso che non appartenga alla realtà psichica interna o personale: non si tratta di sogno, e fa parte della realtà condivisa. Ma non rientra neppure nell’ambito dei rapporti con l’esterno, delle relazioni esterne, dato che è dominata dal sogno. Delle tre vite, inoltre, è quella che presenta la più grande varietà: nelle persone angosciate, incapaci di rilassarsi, essa è quasi inesistente, mentre per altre costituisce l’elemento essenziale della vita umana, ciò che la differenzia dalla vita animale. In questa area infatti non rientrano solo il gioco e il senso di humour, ma anche tutto il patrimonio culturale che è andato costituendosi negli ultimi cinquemila o diecimila anni. Questo è il campo in cui opera l’intelletto e tutto ciò che produce è espressione di salute. Ho cercato di analizzare dove si può situare l’esperienza culturale e sono giunto a questa conclusione: essa inizia “nell’area potenziale esistente tra il bambino e la madre quando, grazie all’esperienza, il bambino ha sviluppato un elevato grado di fiducia nei confronti della madre”, tanto da sentirsi sicuro che ella sarà disponibile quando lui ne avesse improvvisamente bisogno. Concordo in ciò con Fred Plaut, il quale utilizza il termine “fiducia” per indicare l’elemento di base per lo stabilirsi di quest’area di sana esperienza.

Cultura e separazione.
La salute dunque è in stretta relazione con la vita, con la ricchezza interiore, e, in modo diverso, con la capacità di fare un’esperienza culturale. In altre parole, nella salute non vi è separazione, perché nell’area spazio-temporale tra il bambino e la madre, il bambino (e nello stesso modo l’adulto) vive in maniera creativa, utilizzando il materiale a sua disposizione – il pezzo di legno o il quartetto di Beethoven.
É questo uno sviluppo del concetto di fenomeno transizionale. Ci sarebbe ancora molto da dire a proposito della salute, ma spero di essere riuscito a far comprendere che io ritengo l’essere umano qualcosa di unico. L’etologia non è sufficiente. Certamente gli esseri umani hanno istinti e funzioni animali e a volte appaiono molto simili agli animali. Probabilmente i leoni sono più nobili degli uomini, le scimmie più agili, le gazzelle più eleganti, i serpenti più sinuosi, i pesci più prolifici e gli uccelli più fortunati perché possono volare, ma gli esseri umani sono qualcosa assolutamente a sé, e quando sono sani fanno esperienze culturali superiori a quelle di qualsiasi animale (eccetto forse le balene e la famiglia dei cetacei). E l’uomo che probabilmente distruggerà il mondo. Se così sarà, forse moriremo in un’unica esplosione atomica, consci del fatto che ciò non è espressione di salute mentale ma di paura, ed è la conseguenza del fallimento delle persone sane e della società sana di farsi carico dei suoi membri malati.

Leggi su Donald Winnicott
Leggi tutti gli articoli: Pagine scelte di psicologia

Maternità e desiderio femminile

La maternità non deve risolvere completamente il desiderio della madre nella cura del figlio. La maternità dovrebbe contemplare anche quel desiderio della madre che è altro rispetto alla fusione con il proprio figlio. È proprio questo “altro desiderio” che garantisce alla donna di non cedere all’imposizione “patriarcale” di una femminilità idealizzata nella maternità. Massimo Recalcati, nel solco dell’insegnamento lacaniano, ci parla del “desiderio della madre”.
Massimo Recalcati
Le mani della madre. Feltrinelli

maternità

La figura più decisiva della madre è quella del suo desiderio, del desiderio della madre. Questa figura è assente nel modello contenuto-contenitore attraverso il quale molti psicoanalisti, soprattutto di scuola anglosassone, hanno voluto interpretare il rapporto madre (contenitore) e bambino (contenuto). Al cuore di questo modello c’è la figura della madre come contenitore della vita del figlio; contenitore che deve saper offrire al figlio un ambiente sicuro e affidabile, bonificato dall’angoscia, entro il quale il figlio stesso possa crescere positivamente.
Con il riferimento al “desiderio della madre” (…) non si tratta tanto di negare l’importanza della dimensione costante e affidabile della presenza della madre, quanto piuttosto di mostrare che, per essere una madre davvero “sufficientemente buona”, è indispensabile che il desiderio della donna che è diventata madre non si risolva mai tutto in quello della madre. Ecco il punto chiave: la differenza, la discontinuità della donna dalla madre. Per questa ragione Lacan adotta l’espressione “desiderio della madre” (…) e ci sollecita, per cogliere l’efficacia o la difficoltà di una madre, ad affrontare il problema della sessualità femminile: come in quella donna che diviene madre si è mantenuto, o meno, il desiderio della donna in quanto inesauribile in quello della madre? (…)
Se la madre può essere soddisfatta di avere i propri bambini, la donna indica quella parte del desiderio della madre che resta giustamente insoddisfatto. Il fatto che nella madre appaia la donna è una salvezza sia per il bambino che per la madre stessa. Quando la madre cede alla collera e all’irrequietezza è, molto spesso, perché la donna rigetta il suo sacrificio avanzando richieste irriducibili a quelle della maternità.
L’irrequietezza della madre può essere il segno dell’esorbitanza della donna rispetto alla madre. Non è un male, non è un sintomo; sintomatica e maligna è piuttosto quella maternità che distrugge la donna o, se si vuole, che rigetta la donna nel nome assoluto della madre. Anche per un uomo la maternità può essere un modo per sterilizzare il desiderio della donna e il suo carattere eccessivo e anarchico. La cultura patriarcale ha inseguito per secoli questo miraggio: la riduzione della donna a madre era finalizzata a cancellare l’eccesso ingovernabile della femminilità. L’idealizzazione della maternità come sacrificio di sé si elevava a emblema di questa cancellazione. È invece la trascendenza del desiderio della madre a rendere possibile la trascendenza del desiderio del figlio. Si tratta di uno scambio dove in gioco non è più solo la presenza della madre che accoglie (il volto, le mani, il corpo), ma l’assenza della madre che si rivela come donna, come impossibile da possedere poiché il suo desiderio travalica l’esistenza del bambino. Il desiderio femminile è catturato e animato dall’eteros dell’amore, che non è l’eteros del legame della madre con i suoi figli come ci mostra in maniera drammatica la figura mitologica di Medea.

maternità 2

Il punto che non dobbiamo dimenticare è che proprio attraverso la presenza della madre – il suo corpo a corpo con il figlio – si apre lo spazio per l’incontro con l’alterità. Per questa ragione, come abbiamo visto, la presenza della madre non esclude, bensì implica sempre, la dimensione dell’assenza. Mentre la madre offre la sua presenza, mostra già come questa presenza non sia mai “tutta” perché l’essere della donna non si risolve nella cura dei figli. Il bambino non chiude il desiderio della madre, non è la sua meta ultima perché questo desiderio è abitato da una spinta che oltrepassa l’esistenza stessa del bambino. Mentre custodisce la vita del figlio, il desiderio della madre lavora già per il tempo della sua separazione dal figlio.
In questo senso l’atto del padre che pone la Legge che interdice la fusione incestuosa non sancisce la separazione, bensì la conferma. Se infatti il desiderio della madre fosse totalmente catturato dall’esistenza del figlio, non vi sarebbe separazione possibile. L’irruzione della Legge del padre che separa il bambino dalla madre viene in realtà già annunciata dalla madre nella forma di un desiderio che non si accontenta di godere del proprio frutto. Anche per questa ragione Lacan ha sempre ribadito che il valore della parola di un padre dipende in ultima istanza dalla parola della madre, da come questa parola ha significato, o meno, il ruolo del padre nella famiglia.
È dunque l’assenza nella presenza della madre – la sua mancanza – a permettere, da un lato, al bambino di non essere inchiodato nella posizione dell’oggetto esclusivo del desiderio della madre e, dall’altro lato, alla madre stessa di non poter mai esaurire la donna. Non a caso, nell’Antico Testamento la bellezza irresistibile delle matriarche viene associata alla loro sterilità, proprio per sottolineare l’eterogeneità irriducibile tra l’essere madre e l’essere donna.
Anziché segnalare un deficit del desiderio materno, la trascendenza del desiderio femminile impedisce, infatti, che il bambino lo possa saturare. In questo senso è la donna – il desiderio femminile – che fa esistere un universo capace di oltrepassare quello materno, nel quale il bambino può sperimentare la propria libertà senza restare asservito a un godimento (materno) che lo incastrerebbe nella posizione di un oggetto passivo. È quello che Lacan ha teorizzato nella sua costruzione della “metafora paterna”: la madre non può appropriarsi del suo frutto perché il suo desiderio è calamitato da un “altrove” rispetto all’essere del bambino. Il padre, ma anche qualunque altra cosa capace di catturare il desiderio della madre (un lavoro, una passione soggettiva, persino un amante ecc.), sposta virtuosamente questo desiderio al di là del bambino. Lo abbiamo appena visto: l’assenza della madre è importante quanto la sua presenza. Una madre “sufficientemente buona” è una madre che sa non darsi tutta al proprio bambino; è una madre che il bambino non può possedere completamente perché non si esaurisce tutta nel suo essere madre; è una madre che sa stare tra l’assenza e la presenza senza accentuare a senso unico l’una o l’altra. L’accentuazione della presenza comporterebbe infatti l’impossibilità della separazione e l’illusione della fusione, mentre l’accentuazione dell’assenza comporterebbe il vissuto di abbandono e di derelizione.

maternità 3

È la Legge dell’interdizione dell’incesto a imporre alla madre di rinunciare alla proprietà del proprio figlio, di non sottometterlo al proprio godimento, di saperlo perdere. La madre genera la vita ma non la possiede; la rinuncia al possesso del figlio, il saper occupare la posizione dell’assenza, è già però un movimento della madre, la prima forma significativa di sublimazione: il bambino non può godere illimitatamente della presenza del seno, ma deve poterne sperimentare l’assenza.
Per la madre la perdita di una parte del proprio essere – come accade nel momento della nascita quando il bambino si separa dalla sacca placentale che lo aveva contenuto sino a quell’istante – è un attributo fondamentale del suo desiderio. Mettendo al mondo il figlio la madre fa esperienza già da subito della discontinuità, della differenza, della perdita del proprio essere come condizione della vita del figlio. (…) La sublimazione materna – il distacco della madre dal figlio come oggetto di sua proprietà – non è solo un effetto della Legge del padre che impone l’interdizione dell’incesto, ma è già in atto, è già un atto del desiderio stesso della madre nella sua oscillazione costitutiva tra assenza e presenza.

Video incontro Massimo Recalcati su “Le mani della madre”
Leggi articolo: Genitori quasi perfetti

Genitori quasi perfetti

Essere genitori è forse uno dei compiti più complessi che spetta a chi ha fatto questa scelta. Bruno Bettelheim ci spiega con quale “spirito” i genitori possono affrontare l’educazione dei propri figli per rendere questa esperienza una fonte di crescita anche per se stessi.
Bruno Bettelheim
Un genitore quasi perfetto. feltrinelli

genitori 1

Il modo in cui i bambini vengono allevati influisce dunque enormemente sul loro sviluppo e su come saranno da adulti. Si può quindi capire che i genitori chiedano consiglio agli specialisti, specialmente quando non riescono a decifrare il significato del comportamento del figlio, o si sentono ansiosi circa il suo futuro; quando non sanno bene se e come intervenire; o quando i tentativi da parte loro di correggerne la condotta rendono infelice il figlio e suscitano la sua resistenza.
Esistono tuttavia anche altre ragioni che spiegano come mai, negli ultimi decenni, tanti genitori finiscano per affidarsi ai consigli e alle raccomandazioni dei libri che insegnano come allevare i figli. Una di queste è il fascino che esercita il taglio da “istruzioni per l’uso” di molte di queste pubblicazioni, quasi che la vita fosse una partita da giocarsi seguendo le istruzioni. E all’idea che sia sufficiente attenersi punto per punto alle istruzioni per ottenere automaticamente certi risultati hanno contribuito sia il comportamentismo sia una certa banalizzazione delle teorie di Freud.
L’esperienza del “fai da te” insegna che, se ci viene dato uno schema valido e delle istruzioni corrette, riusciamo a costruire con piena soddisfazione oggetti anche piuttosto complicati, mentre senza le istruzioni per l’assemblaggio avremmo fatto dei pasticci o rovinato tutto.
Questo spiega l’attuale popolarità di libri e manuali su “come fare” nei campi più svariati, persino su argomenti che riguardano i sentimenti più privati e i rapporti più intimi. I consigli che questo tipo di libri offre vengono accettati da molti senza esitazione, e tanto grande è il timore di sbagliare da parte dei genitori che non stupisce come il desiderio di comportarsi nel modo giusto con i propri figli abbia portato alla creazione di una vastissima letteratura su come allevare i bambini.
Inoltre, nella nostra società vige il pregiudizio quasi universale che esista un solo modo giusto di fare le cose, mentre tutti gli altri sono sbagliati; per cui, se si segue questo modo “giusto”, raggiungere lo scopo prefisso diventa un processo abbastanza semplice. Perciò, quando le cose si fanno difficili e complicate, i genitori tendono a pensare di non aver seguito il metodo giusto, altrimenti tutto sarebbe andato liscio e sarebbe riuscito alla perfezione. Effettivamente, quando, nell’assemblaggio di qualche oggetto complicato, le cose non tornano, andiamo a consultare il manuale delle istruzioni e il più delle volte scopriamo di avere commesso un errore. Se lo correggiamo e procediamo come dicono le istruzioni, ecco che subito i vari elementi combaciano perfettamente.
È su questa duplice convinzione che si basa il successo dei manuali del “fai da te”, unita all’esperienza che, effettivamente, se si seguono le istruzioni, si ottiene il risultato promesso. (…)

genitori 2

I genitori che si affidano ai manuali del tipo “come allevare il vostro bambino”, stabiliscono nel loro subconscio un parallelo tra la forma più intima di rapporto interpersonale e l’assemblaggio delle funzioni di una macchina. (…)Tornando al nostro esempio, l’idea che vi sia un parallelo tra l’assemblaggio delle funzioni di una macchina e il funzionamento di un bambino (e ci si comporti poi di conseguenza), potrebbe essere per alcuni genitori un pensiero talmente aberrante che essi semplicemente non lo accettano. Per loro, tale parallelo, che pure determina i loro pensieri e le loro motivazioni, rimane inconscio. Altri genitori, riflettendoci sopra e sforzandosi seriamente di analizzare i propri pensieri e le proprie motivazioni, riescono a riconoscere che, sia pure senza esserne consapevoli, essi avevano effettivamente stabilito un parallelo tra il funzionamento del figlio e quello di una macchina. In questo caso, il parallelo non era stato rimosso nell’inconscio, ma era rimasto, fino al momento della sua riscoperta, nel subconscio.
In entrambi i casi, molti ne parlano nello stesso modo, dicendo per esempio che vorrebbero che il loro bambino desse delle “prestazioni” migliori, o “rendesse” di più a scuola (uno dei motivi più diffusi per cui ci si rivolge agli specialisti). Se invece a un genitore sta a cuore soprattutto che suo figlio abbia una vita soddisfacente e sia felice, è poco probabile che ne parli in questo modo. Anzi, è il parallelo operato nel subconscio tra due fenomeni assolutamente non paragonabili, come una macchina ben funzionante e una vita vissuta bene, che suscita nei genitori, quando i loro sforzi non riescono a “produrre” esattamente i risultati previsti, quel senso di intima insoddisfazione nei confronti propri e del figlio. Ne deducono allora che ci deve essere qualcosa che non va nelle loro “tecniche” educative, che devono avere applicato un “sistema scorretto”, perché altrimenti avrebbero ottenuto i risultati giusti. È questo tipo di mentalità che induce i genitori a ricorrere ai manuali per imparare “come fare” a fare i genitori, quando il problema vero non è “fare” ma essere dei bravi genitori.
Con questo non voglio dire che un genitore non debba preoccuparsi di fare del suo meglio con i figli, o che bisogna lasciare tutto al caso. È compito dei genitori offrire una guida ai figli attraverso il loro comportamento e i valori sui quali impostano la loro vita. Ma bisogna liberarsi dall’idea che esistano dei metodi infallibili che, se applicati correttamente, produrranno automaticamente risultati determinati e prevedibili. Qualunque cosa facciamo con e per i nostri figli dovrebbe scaturire naturalmente dalla nostra comprensione, comprensione anche emotiva, delle singole situazioni e del particolare rapporto che vorremmo avere con i nostri figli.

genitori 3

Nel suo libro Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, Robert Pirsig dimostra che persino quando montiamo un congegno meccanico il fatto di ubbidire alle istruzioni ci priva della sensazione di essere creativi nel nostro lavoro. E questa, per un essere umano, è una perdita molto più grande del vantaggio che otteniamo quando seguire correttamente le istruzioni ci permette di montare facilmente i pezzi di un meccanismo; sicché persino nel caso di una macchina da montare i sentimenti che investiamo nel nostro lavoro sono determinanti per la soddisfazione che ne possiamo trarre. È raro sentirsi davvero contenti di noi stessi e di nostro figlio quando nei nostri rapporti applichiamo consigli pensati da qualcun altro: questo toglie al rapporto quella spontaneità che lo rende un’esperienza umanamente significativa e quindi realmente soddisfacente. (…)
Mentre riconoscere la nostra ignoranza in fatto di meccanica non intacca la nostra autostima, non riuscire a trovare da soli le soluzioni “giuste” a problemi educativi ci allarma e subito temiamo di essere dei genitori incapaci. È dunque con una buona dose di ansia e un certo intimo disagio che ci avviciniamo ai consigli che si possono trovare nei libri sull’educazione. (…)
Perché noi siamo costretti a leggere in un libro come abituare un bambino a fare i suoi bisogni sul vaso, o a mangiare di tutto, mentre altri genitori non sembrano neppure avere di questi problemi? E anche se tutti i libri premetto sempre che sono molti i genitori che hanno le stesse esigenze e incontrano le stesse difficoltà, noi sappiamo per averne parlato con altri genitori, che per alcuni di essi é così. Sappiamo di bambini che hanno imparato da soli a non bagnare il letto, di altri che hanno sempre dormito tutta la notte, di altri ancora che sono felici di avere un nuovo fratellino. Insomma, per ogni bambino che dà dei problemi ai genitori, ne esiste uno che non ne crea, o così sembra al genitore angosciato.
Inoltre, quando cerca di mettere in pratica un consiglio altrui, il genitore non può fare a meno di provare risentimento per il fatto che la condotta del figlio lo obblighi ad avere bisogno di consigli; è una debolezza molto umana, questa. Noi genitori, in quanto siamo adulti e capaci di un certo autocontrollo, abbiamo spesso l’impressione che nostro figlio non sarebbe dovuto neppure incorrere nella difficoltà in questione, o che comunque avrebbe dovuto essere in grado di risolvere da solo il problema: se altri bambini lo fanno, perché il nostro no? O forse (e questo è peggio di tutto) è colpa nostra se nostro figlio ha dei problemi dove altri non ne hanno? Se ragioniamo così, ci diventa ancora più difficile accogliere un consiglio con l’equanimità necessaria per comprenderlo e applicarlo correttamente. (…)
In realtà, quasi tutti i genitori sono capaci di agire in maniera ragionevole, di essere pazienti e comprensivi, quando non interferiscono le emozioni, in circostanze, cioè, che non evocano intensi sentimenti personali. Ma nel rapporto con i figli sono ben poche le situazioni che non evochino tali sentimenti- Il guaio è che molte volte, quando siamo convinti di avere un atteggiamento emotivamente neutro e di comportarci in modo del tutto razionale, in realtà non è vero. (…)

genitori 4

Come già osservato, i consigli che vengono dati nei libri devono di necessità essere generici, presentare concetti astratti e conclusioni che nella migliore delle ipotesi si baseranno su situazioni analoghe alla nostra, senza mai pienamente rispecchiarne la specificità. Lo stesso vale per le spiegazioni e i suggerimenti offerti con le migliori intenzioni da parenti e amici. I loro consigli si basano sulla loro esperienza, che, dato che loro e i loro figli sono persone diverse da noi e dai nostri figli, non potrà veramente essere applicabile alla nostra situazione. Ciascun genitore e ciascun figlio sono individui unici, diversi da tutti gli altri; hanno avuto ciascuno una storia diversa e diverse saranno le loro reazioni a qualunque situazione data, nonché le loro reazioni reciproche. Inoltre non si danno mai circostanze perfettamente identiche. Quanti drammi familiari, piccoli e grandi, si potrebbero evitare se i genitori riuscissero a liberarsi da ogni idea preconcetta su come essi o i loro figli “dovrebbero” comportarsi. (…)
Tutti noi dobbiamo sforzarci di comprenderci meglio, non ultimo perché il tentativo di fare chiarezza su noi stessi ci consente di raggiungere una maggiore trasparenza nel rapporto con i nostri figli, con il conseguente arricchimento di tutta la nostra vita. La comprensione di ciò che siamo noi rispetto a determinati problemi educativi non ci può venire da nessun altro, neppure dallo specialista più esperto; la si può raggiungere solo sforzandosi di rimuovere gli ostacoli che si frappongono a una più chiara visione. Solo lo sforzo personale per giungere a questa comprensione più profonda può stimolare una vera crescita umana, in noi come nei nostri figli. Tutto quello che un libro può fare (…) è rivolgere l’attenzione su alcuni dei “problemi complessivi” che si incontrano nell’educazione dei bambini, additandone l’origine, il significato e l’importanza, e, soprattutto, proponendo, tra i molti possibili, un certo atteggiamento mentale nell’affrontarli.

Leggi su Bruno Bettelheim
Leggi: La coppia psicologia del rapporto a due

Emozioni : l’altra parte di noi

Le emozioni si costituiscono come il background su cui si fonda la nostra vita; benché, certo, esse siano meno facilmente comunicabili che non i pensieri. Eugenio Borgna con il suo sensibilissimo linguaggio riesce a trasmettere il senso fondamentale della vita emotiva di ognuno di noi.
Eugenio Borgna
Le emozioni ferite. Feltrinelli

emozioni 1

Gli orizzonti di senso delle emozioni sono sconfinati (…).Le emozioni dicono quello che avviene in noi, nella nostra psiche, nella nostra interiorità, nella nostra anima. Le emozioni nascono immediatamente in noi; ce ne sono nondimeno alcune che ci è possibile rimuovere, o tenere sotto controllo; e altre che sono inafferrabili e incontrollabili, e che ci è solo possibile rivivere in noi. Non c’è solo, in ogni caso, la conoscenza razionale ma anche la conoscenza emozionale che ci porta nel cuore di alcune esperienze di vita irraggiungibili dalla ragione cartesiana. (…) Le emozioni sono infinite: ci sono emozioni forti ed emozioni deboli che nondimeno sconfinano, o almeno possono sconfinare, le une nelle altre.
L’ansia, l’inquietudine dell’anima, la tristezza, la nostalgia, la vergogna, la serenità, la gioia, l’ira, che a volte si sovrappongono, e si intrecciano, e a volte si manifestano nella loro autonomia semantica. Ogni emozione si confronta con un orizzonte di senso, con un alterego, con un tu, con un oggetto che può essere interno, o esterno, e ogni emozione ha un suo proprio tempo interiore che si fa evidente in alcune emozioni come sono la noia, l’attesa e la speranza. Quando si parla di tempo non ci si riferisce, ovviamente, al tempo dell’orologio ma al tempo soggettivo, al tempo vissuto: il tempo interiore della speranza è il futuro come quello dell’attesa, il tempo interiore della nostalgia e della tristezza è il passato, benché con incrinature diverse, il tempo della gioia è il presente così friabile e così inafferrabile, il tempo dell’ira è il presente dilatato, e deformato, in slanci di aggressività, il tempo dell’ansia è il futuro: un futuro che si rivive come già realizzato nelle ombre dolorose di una morte vissuta come imminente. (…) Le emozioni costituiscono il fondamento su cui si svolge la nostra vita; benché esse siano più difficilmente comunicabili che non i pensieri: a disposizione dei quali sta sempre il linguaggio. Le parole, invece, servono poco ad esprimere le emozioni che noi proviamo; e, di sovente, perfino la natura delle nostre emozioni ci è oscura e ignota. Quando diciamo di avere “dolore”, “angoscia”, o “piacere”, non sentiamo tutti la stessa cosa, e non siamo talora nemmeno in grado di descrivere queste emozioni. Le emozioni, anche perché la loro origine e la loro descrizione destano molti enigmi, sono oggi considerate molto più seriamente che non nel passato. Emozioni e ragione, esperienze emozionali ed esperienze razionali, formano una unità molto stretta, e solo chi dà ascolto alle proprie emozioni, e le prende sul serio, può realizzare cose “ragionevoli”.

emozioni 2

Le emozioni, i modi di vivere le proprie emozioni, si rispecchiano nei modi di essere, nei modi di trasformarsi, del corpo: del corpo vivente; e molte emozioni, inespresse verbalmente, possono essere decifrate solo analizzando questi modi di essere, queste metamorfosi, del corpo. Non è facile interpretare il linguaggio del corpo, i suoi diversi linguaggi, se non ci si educa ad ascoltare le regioni segrete dei volti e degli sguardi: gli orizzonti sconfinati della vita emozionale così lontani da quelli della vita razionale. (::Le emozioni si stratificano e si manifestano nei modi di essere del corpo: la depressione e l’angoscia stravolgono i linguaggi del corpo che sono divorati dal silenzio e dall’oscurità, o dal timore e dal tremore che dilagano negli sguardi e nella voce: è possibile percepire, e riconoscere, la propria voce ma non sentirla come appartenente al proprio corpo: venendo meno la componente forse essenziale e decisiva della propria identità. (…)
Ogni nostra emozione, la paura e l’angoscia, l’insicurezza e l’inquietudine, la rassegnazione e l’indifferenza, la tristezza e lo sconforto, il taedium vitae e lo smarrimento, la gioia e la speranza, cambia in noi il modo di essere-nel-mondo: il modo di incontrarci con gli altri e con noi stessi. In ogni nostra emozione non cambiano solo gli scenari della nostra vita interiore ma anche quelli del mondo in cui siamo immersi. Cambiano i colori del mondo e le sue luci, le sue ombre e i suoi crepuscoli, i suoi bagliori e i suoi silenzi. Cambia insomma la fisionomia del nostro mondo, e cambia la fisionomia del mondo di chi stia male, in particolare, quando le emozioni dilagano nei cuori. Così, se vogliamo conoscere meglio la vita emozionale dei pazienti, è utile cercare di conoscere come i pazienti vivano, e descrivano, il loro mondo. Nella tristezza il mondo si inaridisce, e si svuota di risonanze coloristiche, si oscura e si fa lontano; mentre nella gioia il mondo diviene luminoso e talora sgargiante quando la gioia è la gioia panica (…).
Non saprei come meglio indicare quali possano essere le relazioni emozionali che collegano l’esperienza dell’io con l’esperienza del mondo, nel senso della fenomenologia, se non ricorrendo alle bellissime riflessioni che, su questo tema, ha svolto J.H. van den Berg. “Nel libro autobiografico Si le grain ne meurt, André Gide narra un episodio della sua infanzia che getta molta luce sulla natura dei contatti umani. In un giorno di mezza estate Gide, allora bambino, fece una passeggiata con la sua governante, recandosi a cogliere fiori in una valle. Timoroso che la ragazza si fosse troppo allontanata, il bambino ad un certo punto alzò gli occhi; proprio in quel momento la ragazza emergeva dalla cupa ombra di un frassino nella piena luce del sole. Aveva fra le braccia un fascio di spiree di palude e in testa un cappello leggero, la cui larga falda le proteggeva la faccia dal sole. Rise, e al bimbo parve di vedere l’estate stessa. ‘Perché ridi?’ chiese. ‘Perché sono viva!’, fu la gaia risposta.’ ‘È una così bella giornata.’ In quel momento, scrive Gide, la valle si riempì d’amore e di felicità.” (…)

emozioni 3

Ridiscendere negli abissi della nostra vita interiore, e riguardare i volti, e le voci, delle emozioni che vivono e gridano in noi, e negli altri-da-noi, significa anche riconoscere quali siano le immagini del mondo che ad ogni emozione si accompagnano in noi e negli altri-da-noi.

Leggi su Eugenio Borgna
Leggi articolo di Eugenio Borgna: Solitudine e isolamento

Psicosintesi : l’unione dei tanti nostri io

Psicosintesi è una concezione dinamica della vita psichica quale lotta fra una molteplicità di forze contrastanti e un centro unificatore che tende a comporle in armonia. Psicosintesi è un termine coniato da Roberto Assagioli per riferirsi ad una concezione dell’essere umano. Psicosintesi è un insieme di metodi di azione psicologica volti a favorire e a promuovere l’integrazione e l’armonia della personalità umana. Gli scopi della psicosintesi possono essere riassunti in: conosci te stesso, possiedi te stesso, trasforma te stesso.  Psicosintesi è un approccio terapeutico di tipo umanistico; psicosintesi è una modalità educativa e formativa per la crescita personale.
Roberto Assagioli
Cambiare se stessi. Psicosintesi per l’armonia della vita. Astrolabio

psicosintesi 1

Una delle maggiori cecità, delle illusioni più nocive e pericolose che ci impediscono di essere quali potremmo essere, di raggiungere l’alta meta a cui siamo destinati, è di credere di essere per così dire “tutti d’un pezzo”, di possedere cioè una personalità ben definita. Infatti generalmente tutta la nostra attenzione, il nostro interesse, la nostra attività sono presi da problemi esterni, pratici, da compiti e mete che sono fuori di noi. Ci preoccupiamo di guadagnare, di possedere dei beni materiali, di ottenere il successo professionale o sociale, di piacere agli altri, oppure di dominarli. Presi da questi miraggi, trascuriamo di renderci conto di noi stessi, di sapere chi e che cosa siamo, di possederci.
È vero che in certi momenti siamo obbligati ad accorgerci che vi sono in noi elementi contrastanti e dobbiamo occuparci di metterli d’accordo; ma siccome è una constatazione sgradevole e scomoda, un compito che ci appare difficile, complesso, faticoso, un penetrare in un mondo che ci è quasi sconosciuto, in cui intravediamo un caos che ci turba e ci impaurisce, noi rinunciamo ad entrarvi, cerchiamo di pensarci il meno possibile.
Tentiamo di “tener buone” le diverse tendenze che accampano pretese, che esigono soddisfazione, facendo delle concessioni ora all’una ora all’altra, a seconda che ci appaiono più forti ed esigenti. Così a volte appaghiamo, entro certi limiti, i nostri sensi, i nostri istinti; altre volte facciamo quello a cui ci spinge una passione, un sentimento; in certi momenti ci prendiamo il lusso di seguire (fino ad un certo punto!) gli incitamenti della nostra coscienza morale, cerchiamo di realizzare in qualche modo un ideale. Ma non andiamo a fondo in nessuna direzione, ci destreggiamo con una serie di ripieghi, di compromessi, di adattamenti e, diciamolo pure, di ipocrisie con noi stessi e con gli altri.
Così tiriamo innanzi alla meglio e, quando le cose ci vanno bene, ci congratuliamo con noi stessi della nostra abilità, della nostra furberia, del buon senso, dell’equilibrio di cui diamo prova. Però spesso questi metodi, che si potrebbero chiamare di ordinaria amministrazione della vita, si dimostrano inadeguati ed insufficienti. Le concessioni che facciamo non soddisfano, anzi suscitano nuove e crescenti pretese. Mentre si accontenta una parte, altre insorgono e protestano; se ci abbandoniamo alla pigrizia, al dolce far niente, l’ambizione ci assilla; se concediamo all’egoismo, la coscienza ci disturba; se allentiamo le redini ad una passione, essa ci prende la mano, ci fa ruzzolare in un precipizio; se comprimiamo troppo duramente una parte vitale possiamo far insorgere disturbi neuro-psichici. In questo modo si vive in uno stato di perenne instabilità, di disagio, di mancanza di sicurezza. È facile constatarlo, osservando con un po’ d’attenzione e di sincerità noi stessi e gli altri.
Se non vogliamo restare in questo stato così poco soddisfacente ed in realtà non rispondente alla nostra dignità di esseri umani, dobbiamo affrontare coraggiosamente la situazione, guardare in faccia la realtà, andare in fondo al problema, per trovare e poi attuare soluzioni radicali e decisive. (…)
Il primo mezzo in tale via di chiarezza e di verità consiste nel riconoscere il caos, la molteplicità, i conflitti che esistono in noi. (…) Questo non deve meravigliarci, se pensiamo alla diversa e lontana provenienza degli elementi che da varie parti sono venuti a confluire per formare quello strano essere che ognuno di noi è.

psicosintesi 2

Vi è anzitutto l’eredità remota. Siamo il risultato di una lunga evoluzione; elementi ancestrali, atavici, pullulano nei bassifondi della psiche e si rivelano indirettamente nei sogni, nelle fantasie, nei deliri; ma talvolta prorompono e travolgono. Furono studiati soprattutto dallo Jung, col nome di “inconscio collettivo”.
Vi sono poi elementi ereditari, familiari, che provengono dai genitori e dagli avi. Questo è spesso notato, ma forse meno osservato è il fatto che talvolta questi elementi saltano una o più generazioni. Caratteristiche dei nonni e talvolta di antenati più lontani riappariscono nei discendenti. (…) Questo gruppo di elementi derivanti dal passato è già imponente e solo prendendo gli ascendenti più diretti ci sono diecine di personalità e di influssi che confluiscono. È facile comprendere quale miscuglio eterogeneo ciò rappresenti!
Vi è poi l’ampio gruppo dei fattori derivanti dagli influssi esterni. Noi, psichicamente, non siamo “sistemi chiusi”. Vi è un continuo scambio di elementi vivi, di influssi profondi con altri esseri. (…) Abbiamo così esaminato il gruppo degli elementi del passato e il gruppo di elementi esterni. Vi sono anche però elementi intrinseci, nostri, una parte individuale profonda che sentiamo spesso essere nettamente diversa da tutte le altre e più intima a noi. La sua origine è misteriosa, ma essa ci sembra la diretta espressione del nostro io più vero e profondo. Di qui le differenze fondamentali tra i figli di una stessa famiglia che sovente si sentono estranei gli uni agli altri ed ai genitori.
Quanti elementi di origine diversa, di valore diverso, di livello diverso! E questi elementi sono in continuo tumulto; ognuno di essi è qualcosa di vivo, quasi una entità psichica, e come tale tende ad esistere e svilupparsi, a manifestarsi, ad affermarsi sopra e contro gli altri. La tendenza della vita è di conservare e accrescere se stessa; perciò una vera e propria lotta per la vita avviene in noi. Se non ci fosse che questo, esisterebbe però un caos irriducibile, un atomismo, una polverizzazione psichica. Ma in realtà non è così: quegli elementi non restano in noi isolati, essi tendono a consociarsi, ad organizzarsi. Per l’azione coordinatrice delle principali funzioni, dei più importanti atteggiamenti e rapporti umani che formano la trama e le linee direttive della nostra vita, essi tendono a formare delle vere e proprie subpersonalità, dei diversi io in noi. Oltre a ciò che noi
siamo per noi stessi, vi sono dunque vari gruppi di io in noi. Vi sono così un “io filiale”, un “io coniugale” un “io paterno o materno=. Un uomo ha un insieme di sentimenti, di atteggiamenti, di rapporti, di comportamenti diversi, in quanto figlio, in quanto marito, in quanto padre, che formano altrettante sub-personalità di natura e valore diverso, anzi non di rado contraddittorio. Così un uomo può essere ottimo figlio e cattivo marito, e viceversa. Una donna può essere cattiva moglie e buona madre. Un uomo, timido e remissivo come figlio, può essere prepotente, violento quale padre; una donna, ribelle come figlia, può essere debole come madre. (…)

psicosintesi 3

Vi sono poi: l’ “io sociale”, l’ “io professionale”, l’ “io di casta”, l’ “io nazionale”. William James va ancora oltre: “Un uomo ha tanti io sociali quanti sono gli individui che lo conoscono e portano l’immagine di lui nella mente. Toglierne l’immagine in uno qualunque di questi individui vale quanto perire egli stesso.  (…) “ Il James è stato, in questo, precursore di Pirandello. Direi che la tesi principale di Pirandello nei suoi scritti è questa: ci sono tanti io, tanti esseri contraddittori in noi quante sono le apparenze, le immagini che si riflettono negli altri e che sono costruite dagli altri. Ed egli mostra come spesso questi io siano molto scomodi! Ecco un’altra complicazione che si aggiunge alle precedenti. Non solo abbiamo una “congerie” di elementi disparati in noi, ma tutti gli altri, con i loro rapporti con noi, proiettano su di noi una serie di immagini, ci vedono e ci sentono in modi diversi da quelli che siamo, e che contrastano con noi e tra loro. Soprattutto nel romanzo Uno, nessuno e centomila,
Pirandello ha svolto questo tema in modo drammatico. (…)Inoltre, vi sono in noi personalità diverse che si susseguono nel tempo. Vi è un “io infantile”, e poi un “io adolescente”, che spesso crea un brusco contrasto con l’ “io infantile”. Vi è l’io del giovane che è diverso dall’io dell’adulto. Vi è l’io dell’anziano che è ancora diverso. E il passaggio dall’uno all’altro avviene non di rado con mutamenti bruschi, con crisi talvolta gravi. Dopo aver visto coraggiosamente tutto ciò, non dobbiamo restarne turbati, scoraggiati o tanto meno impauriti; la molteplicità è grande, i conflitti sono numerosi e penosi; ma, in fondo, questa molteplicità è ricchezza. I grandi uomini sono stati spesso i più complessi, quelli che hanno presentato maggiori contrasti. Potrei fare una lunga enumerazione: basterà accennare a san Paolo, al Petrarca, a Michelangelo, a Tolstoj, allo stesso Goethe. Invece uomini naturalmente equilibrati lo sono spesso per povertà interiore: sono meschini, ristretti, aridi, chiusi. Dunque non rammarichiamoci di questa ricchezza interna per quanto tumultuosa e scomoda.
Tuttavia essa non deve restare quale è attualmente; è possibile la coordinazione delle varie sub-personalità in una unità superiore. Questa non è una teoria, è un fatto. Molti – seppure relativamente pochi nella grande massa umana – l’hanno attuata, non in modo perfetto, ma abbastanza da apparire completamente diversi, dall’inizio alla fine dell’opera, da essere alla fine “rifatti”, “rigenerati”, trasformati. (…) Il confronto fra il Goethe romantico sbrigliato, sentimentale, scombinato, qual era nella sua giovinezza, col Goethe maturo, umano nel senso più ampio della parola, che della sua impulsività aveva fatto una armonia classica, dimostrerà quanto può venir fatto per la propria unificazione, ed egli l’ha compiuta, coscientemente. L’unità è dunque possibile. Ma rendiamoci ben conto che essa non è un punto di partenza, non è un dono gratuito, è una conquista, è l’alto premio di una lunga opera; opera faticosa ma magnifica, varia, affascinante, feconda per noi e per gli altri, ancor prima di essere ultimata. Così intendo la psicosintesi.

Leggi su Roberto Assagioli
Leggi articolo: Analisi transazionale – Adulto BAmbino e Genitore in noi

Autobiografia : Jung parla della sua vita

L’ autobiografia è la mia vita esaminata alla luce delle conoscenze che ho acquisito con le ricerche scientifiche. Tutte e due sono una cosa sola: e perciò questo libro esige molto da coloro che non conoscono o non sanno intendere le mie idee scientifiche. La mia vita, in un certo senso, è stata l quintessenza di ciò che ho scritto, e non viceversa. Ciò che sono e ciò che scrivo sono una cosa sola. Tutti i miei pensieri e tutte le mie aspirazioni. Questo io sono. Così l’ autobiografia, non è che il punto sulla i.
Carl Gustav Jung
Ricordi sogni riflessioni. Biblioteca Universale Rizzoli
Autobiografia dello psicoanalista svizzero raccolta e curata da Aniela Jaffé

autobiografia 1

La mia vita è la storia di un’autorealizzazione dell’inconscio. Tutto ciò che si trova nel profondo dell’inconscio tende a manifestarsi al di fuori, e la personalità, a sua volta, desidera evolversi oltre i suoi fattori inconsci, che la condizionano, e sperimentano se stessa come totalità. Non posso usare un linguaggio scientifico per delineare il procedere di questo sviluppo in me stesso, perché non posso sperimentare me stesso come un problema scientifico.
Che cosa noi siamo per la nostra visione interiore, e cosa sia l’uomo sembra essere sub specie aeternitatis, può essere espresso solo con un mito. Il mito è più individuale, rappresenta la vita con più precisione della scienza. La scienza si serve di concetti troppo generali per poter soddisfare alla ricchezza soggettiva della vita singola.
Ecco perché, a ottantatré anni, mi sono accinto a narrare il mio mito personale. Posso fare solo dichiarazioni immediate, soltanto “raccontare delle storie”; e il problema non è quello di stabilire se esse siano o no vere, perché l’unica domanda da porre è se ciò che racconto è la mia favola, la mia verità.
Un’ autobiografia è tanto difficile a scriversi per il fatto che non abbiamo misure oggettive, né fondamenti oggettivi per giudicare noi stessi. Non vi sono termini di confronto veramente adatti. So di non essere simile agli altri in molte cose, ma non so veramente a cosa somiglio. L’uomo non può paragonarsi con alcuna creatura: non è una scimmia, né una mucca, né un albero.
Io sono un uomo. Ma cos’è essere uomo? Come ogni altro essere anch’io sono un frammento dell’infinita divinità, ma non posso paragonarmi con nessun animale, con nessuna pianta, nessuna pietra.

autobiografia 2

Forse che solo un essere mitico ha una posizione più elevata di quella dell’uomo. Dal momento che l’uomo non ha una base di sostegno per osservarsi, come può allora formarsi un’opinione definitiva di se stesso?
Noi siamo un processo psichico che non controlliamo, o che dirigiamo solo parzialmente.. di conseguenza, non possiamo pronunciare alcun giudizio conclusivo su noi stessi o sulla nostra vita. Se lo facessimo, conosceremmo tutto, ma gli uomini non conoscono tutto, al più credono solamente di conoscerlo. Di conseguenza, non possiamo pronunciare alcun giudizio conclusivo su noi stessi o sulla nostra vita. Se lo facessimo, conosceremmo tutto, ma gli uomini non conoscono tutto, al più credono solamente di conoscerlo. In fondo, noi non sappiamo mai come le cose siano avvenute. La storia di una vita comincia da un punto qualsiasi, da qualche particolare che per caso ci capita di ricordare; e quando essa era a quel punto, era già molto complessa. Noi non sappiamo dove tende la vita: perciò la sua storia non ha principio, e se ne può arguire la meta solo vagamente.
La vita umana è un esperimento di esito incerto. È un fenomeno grandioso solo in termini quantitativi. Individualmente, è così fugace, così insufficiente, da doversi letteralmente considerare un miracolo che qualcosa possa esistere e svilupparsi. Fui colpito da questo fatto tanto tempo fa, quando ero un giovane studente di medicina, e mi sembra sempre miracoloso di non venir annientato prematuramente.
La vita mi ha sempre fatto pensare a una pianta che vive del suo rizoma: la sua vera vita è invisibile, nascosta nel rizoma. Ciò che appare alla superficie della terra dura solo un’estate e poi appassisce, apparizione effimera. Quando riflettiamo sull’incessante sorgere e decadere della vita e della civiltà, non possiamo sottrarci a un’impressione di assoluta nullità: ma io non ho mai perduto il senso che qualcosa vive e dura oltre questo eterno fluire. Quello che noi vediamo è il fiore, che passa: ma il rizoma perdura.
In fondo, le sole vicende della mia vita che mi sembrano degne di essere riferite sono quelle nelle quali il mondo imperituro ha fatto irruzione in questo mondo transeunte. Ecco perché parlo principalmente di esperienze interiori, nelle quali comprendo i miei sogni e le mie immaginazioni. Questi costituiscono parimenti la materia prema della mia attività scientifica: sono stati per me il magma incandescente dal quale nasce, cristallizzandosi, la pietra che deve essere scolpita. Tutti gli altri ricordi di viaggi, di persone, di ambienti che ho frequentati sono impalliditi di fronte a queste vicende interiori.

autobiografia 3

Molti hanno preso parte alla storia del nostro tempo o ne hanno scritto: e se il lettore se ne interessa, farà meglio a rivolgersi a queste fonti. Il ricordo dei fatti esteriori della mia vita si è in gran parte sbiadito, o è svanito del tutto: ma i miei racconti con l’”altra” realtà, gli scontri con l’inconscio, si sono impressi in modo indelebile nella mia memoria. In questo campo vi è stata sempre esuberanza e ricchezza, e ogni altra cosa al confronto ha perduto importanza.
In modo analogo, altre persone si sono stabilite permanentemente tra i miei ricordi, solo però in quanto i loro nomi sono stati scritti nel libro del mio destino da tempo immemorabile, e imbattermi in essi fu al tempo stesso una sorta di ricordo.
Anche le cose che mi venivano incontro, dall’esterno, nella mia giovinezza, o più tardi, portavano l’impronta dell’esperienza interiore. Presto sono giunto alla convinzione che, senza una risposta e una soluzione dall’interno, le vicende e le complicazioni della vita, alla fin fine, significano poco. Le circostanze esterne non possono sostituire le esperienze interiori: perciò la mia vita è stata particolarmente povera di eventi esteriori. Di questi non posso dire molto e, se lo facessi, avrei l’impressione di fare una cosa vana e inconsistente.
Posso comprendere me stesso solo nei termini delle vicende interiori: sono queste che hanno caratterizzato la mia vita, e di queste tratta la mia autobiografia.

Leggi su Carl Gustav Jung
Leggi articolo: Il processo analitico secondo Jung

Uomo e donna : coppia o diade

Uomo e donna ovvero due psicologie che ancora oggi faticano a capirsi e a integrarsi dando origine a un vero rapporto di coppia. Aldo Carotenuto ci spiega la debolezza della psicologia maschile e l’analfabetismo relazionale che impedisce un vero incontro tra uomo e donna.
Aldo Carotenuto
L’anima delle donne. Bompiani

uomo e donna 1

L’universo femminile è qualcosa di più di una delle due diverse possibilità dell’esistenza, ne costituisce il presupposto. Il senso della vita è un concetto astratto e relativo, non sovrapponibile a quello di normalità o di verità, ma paragonabile a una luce che brilla nel buio fungendo da punto di riferimento. Ognuno di noi possiede ciò che si può definire come una “personale visione della vita”, ma esistono denominatori comuni che determinano una similarità di esigenze e bisogni. È innegabile che la nostra esistenza sia costellata di rapporti e dal confronto costante con l’Altro, una dialettica fondamentale tanto per il mondo psichico femminile che per quello maschile. Uno dei tanti modi per far fronte alla sofferenza umana è proprio il rapporto interpersonale inteso come la possibilità di entrare in contatto con l’alterità, con ciò che è diverso da noi ma al contempo così necessario da rendersi indispensabile. Maschile e femminile sono i due estremi — differenziati ma nonostante ciò tra loro connessi — che delimitano la nostra possibilità di essere, ed è proprio l’essenzialità dell’uno per l’altro a conferire senso alla nostra esistenza.
Nonostante che il termine “rapporto” sia oggi abusato e supersfruttato, in realtà non esiste una conoscenza approfondita e completa di questo concetto. Uomo e donna si incontrano, instaurano legami e relazioni, spesso si sposano e hanno dei figli, e in ogni caso danno vita a ciò che dovrebbe definirsi “coppia” ma che, in realtà, altro non è se non una diade. La differenza che rende questi due termini non sovrapponibili è enorme, giacché per dar vita a una diade non sono necessari sentimenti autentici e profondi, non è indispensabile un coinvolgimento emotivo intenso, e lo stesso dicasi per il desiderio di dare senza aspettarsi nulla in cambio. La coppia, invece, è tutto questo e molto di più, è condivisione della vita, di idee e valori, è un volere affrontare insieme a un’altra persona il cammino dell’esistenza.
La dimensione relazionale è sì una possibilità che viene offerta a tutti noi, ma si configura come una conquista difficilissima, come l’impresa più ambiziosa che ogni uomo e ogni donna dovrebbero cercare di realizzare. Si tratta però di un compito più gravoso e impegnativo di quanto si possa pensare, un compito a cui tutti siamo chiamati ma che solo pochi riescono a portare a termine. I fallimenti all’interno della sfera relazionale sono i più frequenti e dolorosi di cui sia possibile fare esperienza. Quando un rapporto fallisce o quando addirittura non riesce a concretizzarsi in niente altro che un disastro, è molto difficile ammettere di avere sbagliato, riconoscere i nostri errori, assumerci il peso delle nostre responsabilità. E così, mentendo a noi stessi ancora prima che agli altri, ci ostiniamo senza esitare a definire “coppia” o “rapporto” ciò che in realtà non è altro che un mero vivere insieme a un’altra persona.

uomo e donna 2

Ma perché, potremmo domandarci, la dimensione relazionale pur essendo tanto importante e standoci così a cuore, appare così travagliata? Il vero problema è che non siamo ancora giunti a comprendere quale sia il significato autentico del termine “rapporto” e questa subdola forma di analfabetismo relazionale è l’elemento che innesca la maggior parte dei fallimenti a livello dei rapporti interpersonali. Qualcuno potrebbe obiettare che se la specie umana ancora esiste e non solo non si è estinta ma, addirittura, appare afflitta dalla minaccia della sovrappopolazione, lo si deve proprio all’incontro e rapporto tra maschile e femminile. Ma una simile obiezione rivelerebbe una grande ingenuità di fondo, laddove la sopravvivenza di una specie non necessita certamente della relazione tra maschile e femminile, quanto del mero incontro tra maschio e femmina.
Il rapporto tra uomo e donna presenta gravissime lacune e la strada che dobbiamo percorrere per riuscire a sanarle tutte appare ancora lunghissima e impervia. Ciò che fino a oggi ha caratterizzato l’incontro e l’interazione tra maschile e femminile, non tanto sono stati la possibilità e il desiderio di un rapporto, quanto la condizione di sudditanza nella quale la donna si è venuta a trovare. La sudditanza a cui mi riferisco è stata provocata da una forte prevaricazione del maschile sul femminile, una prevaricazione che dura da sempre e della quale la donna non è ancora riuscita a liberarsi. Dal momento stesso in cui si è affermata la cultura patriarcale, il maschile è diventato suo malgrado schiavo del potere, ossessionato e condizionato dal bisogno di conquistarlo. Questo atteggiamento aggressivo e prevaricatore del maschile e la conseguente sofferta rassegnazione e sottomissione del femminile, hanno dato vita a ruoli distinti e standardizzati per l’uomo e per la donna. Nel nostro immaginario, al maschile e al femminile spettano destini diversi, compiti che ci vengono assegnati dalla nostra natura biologica, e quello della donna implica una grande arrendevolezza e dipendenza nei confronti dell’uomo. (…)
In effetti, esistono atteggiamenti, attitudini e persino idee che possono essere definiti tipicamente “femminili”, in contrasto con tutte quelle persone che sostengono di inorridire dinanzi a ogni distinzione nitida tra uomo e donna. E se oggi espressioni come “condizione femminile”, “lotta per la parità tra sessi” e “discriminazione sessuale” vengono definite obsolete dai fanatici della modernità, parimenti sollecitano l’interesse di quanti, come coloro che si interessano di psicologia del profondo, si interrogano in maniera attiva sul significato di ciò che li circonda.

uomo e donna 3

Perché quella femminile è a tutt’oggi una “condizione” tanto dibattuta e controversa? Perché le donne hanno dovuto lottare per i loro diritti di esseri umani? Perché il femminile ha avuto un destino completamente diverso — e senza dubbio più sofferto — rispetto a quello dell’uomo in questa nostra società? E, soprattutto, perché la donna si è sempre trovata in una condizione subalterna rispetto all’uomo? (…)
Se ancora oggi la donna subisce la prevaricazione del maschile, ciò non è dovuto alla effettiva supremazia di quest’ultimo, né alla sua presunta forza, o al potere che di fatto un uomo può riuscire a conquistare durante l’arco della sua vita. La sudditanza del femminile non implica che il maschile sia migliore, superiore ma, al contrario, rivela tutta la debolezza dell’uomo e il suo grandissimo tallone d’Achille rappresentato dal bisogno ossessivo di ricercare il potere. Potremmo dire che il maschile possiede una visione distorta dell’esistenza, che lo costringe a perseguire ideali che non appartengono all’uomo in quanto tale, ma al sistema sociale a cui appartiene. Il maschile è dominato dai suoi bisogni che, ironia della sorte, sono bisogni indotti dagli altri, dal collettivo e dalla sua assurda scala di priorità. Fin tanto che l’uomo considererà essenziale per la propria sopravvivenza il riuscire a sopraffare gli altri, dominandoli e sottomettendoli al proprio volere, sarà sempre più impossibilitato ad aprirsi alla dimensione del rapporto. Il problema è che della relazione non riesce a cogliere il significato, il valore intrinseco, e ritiene che essa debba rimanere appannaggio del femminile. Ma permettendo a simili pensieri di albergare nella sua mente, il maschile si è fino ad oggi privato della più straordinaria meraviglia che la vita possa offrire: il rapporto. Fin quando maschile e femminile non saranno posti su due dei tanti punti che compongono la medesima linea retta, e l’uno continuerà a cercare di imporsi sull’altro, non sarà possibile parlare di “coppia” e di un vero rapporto tra uomo e donna.

Leggi su Aldo Carotenuto
Leggi: Psicologia della coppia

Analisi transazionale : adulto, genitore, bambino in noi

Analisi transazionale è una forma di psicoterapia in cui il comportamento dell’individuo viene analizzato prendendo in considerazione tre suoi modi di “comportarsi” e agire: l’Adulto, il Genitore e il Bambino. Eric Berne ci spiega il significato della coesistenza in ognuno di noi di questi aspetti.
Erica Berne
A che gioco giochiamo. Bompiani

analisi transazionale 1

L’osservazione dell’attività sociale spontanea, condotta in maniera particolarmente produttiva in certi gruppi di psicoterapia, rivela che ogni tanto la gente muta atteggiamenti, punti di vista, voce, vocabolario e altri aspetti del comportamento. Insieme col comportamento spesso cambia anche il modo di sentire. In un determinato individuo, un certo tipo di comportamento corrisponde ad un particolare stato psichico, mentre un altro è in rapporto con un atteggiamento psichico diverso, spesso incompatibile con il primo. Questi cambiamenti e differenze suggeriscono il concetto di stati dell’io.
In linguaggio tecnico, uno stato dell’io può essere definito fenomenologicamente come un sistema coerente di sentimenti, ed operativamente come un insieme di tipi di comportamento coerenti. Praticamente, è un sistema di sentimenti accompagnato da un relativo insieme di tipi di comportamento. Ogni individuo ha a sua disposizione un repertorio limitato di stati dell’io, non “parti” recitate, ma realtà psicologiche. Il repertorio si può suddividere nelle seguenti categorie: 1) stati che ricordano le figure dei genitori, 2) stati rivolti autonomamente alla valutazione obiettiva della realtà e 3) stati che rappresentano delle reliquie arcaiche, stati ancora attivi fissati nella prima infanzia. (…) Familiarmente si chiamano Genitore, Adulto e Bambino (…).
Ad ogni momento, dunque, ciascun membro di un aggregato sociale manifesterà uno stato dell’io tipico del Genitore, dell’Adulto o del Bambino, e passerà più o meno prontamente dall’uno all’altro. Da questa osservazione scaturiscono alcune affermazioni diagnostiche tipiche dell’ analisi transazionale: “Ecco il tuo Genitore” e cioè “Sei nello stato psichico che era tipico di uno dei tuoi genitori (o di un suo sostituto), e reagisci come reagiva lui, con lo stesso atteggiamento, gli stessi gesti, lo stesso vocabolario, gli stessi sentimenti, eccetera eccetera.” “Ecco il tuo Adulto,” e cioè: “Adesso hai valutato la situazione in modo autonomo e obiettivo, e stai formulando i tuoi processi mentali, i problemi che hai colti, le conclusioni alle quali sei giunto in maniera spregiudicata.” “Ecco il tuo Bambino,” vale a dire: “L’espressione e l’intento della tua reazione sono identici a quelli che avresti avuto da bambino.”

analisi transazionale 3

Le implicazioni sono:

  1.    Che ciascun individuo ha avuto genitori (o sostituti) e conserva dentro di sé un insieme di stati che riproducono quelli dei genitori (come lui li vedeva), e che questi stati parentali possono essere attivati in certe circostanze. In parole povere: “Tutti si portano i genitori, dentro.”
  2.    Che ciascun individuo (compresi i bambini, i ritardati mentali e gli schizofrenici) è in grado di valutarei dati della realtà obiettiva sempre che riesca ad attivare lo stato dell’io adatto. Cioè: “Tutti hanno un Adulto, dentro.”

A questo punto tracceremo un diagramma strutturale (figura 1 a). Rappresenta, da un punto di vista attuale, la personalità completa dell’individuo e comprende gli stati tipici del Genitore, dell’Adulto e del Bambino. Sono rigorosamente separati tra loro, perché sono molto diversi e spesso anche contraddittori. (…)
Prima di concludere sull’analisi strutturale, è bene accennare a certe complicazioni.

  1.    Nell’ analisi transazionale non si usa mai il termine “infantile” perché implica un significato fortemente negativo, indica qualcosa che va bloccato o eliminato. Si dirà “di tipo infantile” quando si vorrà definire qualcosa che si riferisce al Bambino (come stato arcaico dell’io) poiché la definizione ha carattere biologico e non implica giudizi. Il Bambino anzi è per molti aspetti la parte più preziosa della personalità e dà all’esistenza individuale lo stesso contributo che un bambino vero reca alla vita familiare: simpatia, gioia, creatività. Se il Bambino di un individuo è confuso o insano, si rischiano degli inconvenienti, ma è sempre possibile intervenire.
  2.    Lo stesso vale per i termini “maturo” e “immaturo”. Nel nostro sistema non ci sono persone “immature”. Ci sono solo individui in cui prende il sopravvento il Bambino, rivelandosi inopportuno o improduttivo; ma in tutti costoro c’è anche un Adulto completo e ben strutturato che ha soltanto bisogno di essere scoperto o attivato. Viceversa, le persone cosiddette “mature” sono quelle in grado di mantenere quasi costantemente il proprio Adulto al controllo del comportamento; ma questo non esclude che anche in loro il Bambino possa prendere ogni tanto il sopravvento e spesso con risultati sconcertanti.
  3.    Bisogna tener presente che, secondo l’ analisi transazionale, il Genitore si manifesta in due forme, diretta e indiretta: come stato attivo dell’io e come influenza. Quando è direttamente attivo, l’individuo reagisce come reagivano effettivamente suo padre o sua madre: “Fa’ come me.” Quando l’influenza è indiretta, reagisce come volevano i genitori: “Non fare come me, fa’ quello che ti dico.” Nel primo caso diventa l’uno o l’altro di loro; nel secondo si adatta alle loro pretese.
  4.    Cosi anche il Bambino si manifesta in due forme: il Bambino adattato e il Bambino naturale. Adattato è il Bambino che modifica il suo comportamento sotto l’influenza dei Genitori. Si comporta come volevano il padre o la madre: è ubbidiente e precoce, per esempio. O magari recalcitra e frigna, ma si adatta lo stesso. L’influenza dei Genitori è dunque la causa, e l’effetto è il Bambino adattato. Il Bambino naturale si esprime con spontaneità: è ribelle o creativo, per esempio. Una conferma dell’ analisi transazionale strutturale è data dalle conseguenze dell’intossicazione alcolica. Di solito ci si sbarazza dei Genitori e cosi il Bambino adattato, libero dal loro influsso, si trasforma in un Bambino naturale.

analisi transazionale 2

(…) Secondo l’ analisi transazionae ogni tipo dì stato dell’io ha un particolare valore vitale per l’organismo umano. Nel Bambino risiedono l’intuizione, la creatività, lo spontaneo impulso ad agire e la capacità di godere. L’Adulto è necessario per la sopravvivenza. Valuta i dati di cui dispone e calcola le probabilità che gli si offrono: sono due attività essenziali per affrontare efficacemente il mondo esterno. Sperimenta inoltre contrattempi e soddisfazioni. Prima di attraversare una via di gran traffico, ad esempio, bisogna valutare una complicata serie di dati di velocità; non si agisce finché i calcoli non indicano che ci sono ottime probabilità di arrivare sani e salvi all’altro marciapiede. Le soddisfazioni procurate dalla riuscita di un calcolo del genere sono le stesse che si ricavano da certi sport, lo sci, il volo, la vela, ed altri ancora che comportano un movimento. L’Adulto inoltre ha il compito di regolare le attività del Genitore e del Bambino, e di mediare obiettivamente tra i due.
Il Genitore ha soprattutto due funzioni. In primo luogo consente agli individui di agire efficacemente come padri e madri di bambini veri, consentendo cosi la perpetuazione del genere umano. La sua importanza, sotto questo aspetto, è dimostrata dal fatto che coloro che rimasero orfani nell’infanzia incontrano, nel l’allevare i bambini, più difficoltà di coloro che arrivarono al l’adolescenza avendo ancora tutti e due i genitori. In secondo luogo, assicura l’automaticità di molte reazioni, con un notevole risparmio di tempo e di energia. Molte cose si fanno perché “È cosi che si fa.” Perciò l’Adulto si risparmia di prendere molte decisioni banali e può dedicarsi a problemi più importanti, lasciando al Genitore il lavoro di routine.
Tutti e tre gli aspetti della personalità secondo l’ analisi transazionale, dunque, hanno un grande valore per la sopravvivenza e per l’esistenza; solo quando l’uno o l’altro turba il sano equilibrio dell’individuo bisogna ricorrere all’analisi e alla riorganizzazione. Altrimenti, Genitore, Adulto e Bambino hanno tutti diritto alla stessa considerazione ed hanno il loro legittimo posto in una esistenza piena e produttiva.

Leggi di più sull’ analisi transazionale
Leggi articolo: Come scegliere lo psicologo

Amare troppo : dipendenze affettive

Amare troppo, ossia le dipendenze affettive femminili- Robin Norwood nel suo classico “donne che amano troppo” descrive la forma che può assumere l’amore quando anziché essere un rapporto che fa crescere, diventa una sorta di droga.
Robin Norwood
Donne che amano troppo. Feltrinelli

amare troppo 1

Quando essere innamorate significa soffrire, vuol dire amare troppo. Quando nella maggior parte delle nostre conversazioni con le amiche intime parliamo di lui, dei suoi problemi, di quello che pensa, dei suoi sentimenti, stiamo amando troppo. Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza, o li consideriamo conseguenze di un’infanzia infelice e cerchiamo di diventare la sua terapista, stiamo amando troppo. Quando leggiamo un saggio divulgativo di psicoanalisi e sottolineiamo tutti i passaggi che potrebbero aiutare lui, stiamo amando troppo. Quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare e il suo comportamento, ma ci adattiamo pensando che se noi saremo abbastanza attraenti e affettuose lui vorrà cambiare per amor nostro, stiamo amando troppo.
Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo. A dispetto di tutta la sofferenza e l’insoddisfazione che comporta, amare troppo è un’esperienza tanto comune per molte donne che quasi siamo convinte che una relazione intima debba essere fatta così. Quasi tutte abbiamo amato troppo almeno una volta, e per molte di noi questo è stato un tema ricorrente di tutta la vita. Alcune si sono lasciate ossessionare tanto dal pensiero del loro partner e della loro relazione, da riuscire appena a sopravvivere.
In questo libro analizzeremo a fondo le ragioni per cui tante donne in cerca di qualcuno che voglia amarle sembrano invece destinate inevitabilmente a trovare dei partner pericolosi e incapaci di affetto. E analizzeremo perché, anche dopo aver capito che una relazione non soddisfa i nostri bisogni, abbiamo tante difficoltà a troncarla. Vedremo che “amare” diventa “amare troppo” quando abbiamo un partner incompatibile con i nostri sentimenti, che non si cura di noi, o non è disponibile, eppure non riusciamo a lasciarlo: in realtà lo desideriamo, ne abbiamo bisogno sempre di più. Arriveremo a capire come il nostro desiderio di amore, il nostro struggimento, il nostro stesso amare diventa una dedizione, una specie di droga.

amare troppo 2

Droga è una parola che fa paura. Evoca immagini di persone dedite all’eroina che si conficcano aghi nelle braccia e che stanno avviandosi verso l’autodistruzione. È una parola che non ci piace e non vogliamo applicarla al nostro modo di rapportarci agli uomini: ma molte di noi sono state “drogate” da un uomo e, come tutti gli altri drogati, hanno bisogno di capire e ammettere la gravità del problema prima di poter cominciare a curarsi e a liberarsene. (…)
Se mai vi è capitato di essere ossessionate da un uomo, forse vi è venuto il sospetto che alla radice della vostra ossessione non ci fosse l’amore ma la paura; noi che amiamo in modo ossessivo siamo piene di paura: paura di restare sole, paura di non essere degne di amore e di considerazione, paura di essere ignorate, o abbandonate, o annichilite. Offriamo il nostro amore con la speranza assurda che l’uomo della nostra ossessione ci proteggerà dalle nostre paure; invece le paure e le ossessioni si approfondiscono, finché offrire amore con la speranza di essere ricambiate diventa la costante di tutta la nostra vita. E poiché la nostra strategia non funziona, riproviamo, amiamo ancora di più. Amiamo troppo. Ho individuato il fenomeno “amare troppo” come una sindrome specifica di pensieri, sentimenti e comportamenti dopo essermi occupata per parecchi anni di assistenza e recupero di alcolisti e drogati. Dopo aver intervistato centinaia di tossicomani e di loro familiari, ho fatto una scoperta sorprendente. A volte i pazienti erano cresciuti in famiglie disturbate, a volte no, ma le loro partner venivano quasi sempre da famiglie gravemente disturbate, dove avevano subito stress e sofferenza in misura molto maggiore del normale. Cercando di adattarsi ai loro compagni drogati, queste partner (note nel campo della terapia degli alcolisti come “co-alcoliste”) stavano inconsciamente ricreando e rivivendo aspetti particolarmente significativi della loro infanzia.
Ho cominciato a capire di che natura sia questo amare troppo soprattutto ascoltando le mogli e le ragazze di uomini alcolizzati o drogati. Le loro storie personali rivelavano il bisogno di superiorità e insieme di sofferenza che riuscivano a soddisfare nel loro ruolo salvifico, e mi hanno aiutato a dare un senso alla profondità della loro dedizione a un uomo, che a sua volta era dedito a una droga. Era chiaro che in queste coppie entrambi i partner avevano bisogno di aiuto; in realtà tutti e due stavano letteralmente morendo della loro dedizione, lui per gli effetti dell’abuso chimico, lei per gli effetti di uno stress estremo. Questi due tipi di donne co-alcolistiche mi hanno fatto capire l’incredibile potere che le loro esperienze infantili avevano avuto e continuavano ad avere sul loro modo di rapportarsi agli uomini. Hanno qualcosa da dire a tutte noi che abbiamo amato troppo, sul perché abbiamo sviluppato la nostra predilezione per i rapporti tribolati e tendiamo a perpetuare il nostro problema e, cosa più importante, su come possiamo cambiare e stare di nuovo bene. (…)

amare troppo 3

Non intendo affermare con ciò che amare troppo appartenga solo alle donne: ci sono uomini che coltivano questa ossessione con lo stesso fervore di una qualsiasi donna, e i loro sentimenti e comportamenti derivano dallo stesso tipo di esperienze infantili e hanno le stesse dinamiche. Tuttavia, gli uomini che hanno avuto un’infanzia infelice in genere non sviluppano questo tipo di dedizione. Grazie a fattori sia culturali sia biologici, di solito cercano di proteggersi e di alleviare le loro pene ponendosi delle mete che sono più esterne che interne, più impersonali che personali. Tendono ad appassionarsi al lavoro, agli sport o a qualche hobby; mentre le donne, spinte da altre forze che agiscono su di loro, tendono a risolvere i problemi in una relazione che le ossessiona, forse proprio con un uomo altrettanto disturbato e distante. (…) Tutti abbiamo bisogno di negare quello che per noi è troppo penoso o allarmante accettare. Il diniego è un modo naturale di proteggersi, una risposta automatica e spontanea. Forse, (…) un giorno sarete in grado di affrontare le vostre esperienze e i vostri sentimenti più profondi. (…) La personalità e gli atteggiamenti che ho riscontrato in centinaia di donne conosciute a livello personale e professionale, e che appartengono alla categoria dell’amare troppo, qui non sono affatto esagerati; le loro storie, in realtà, sono molto più complicate e dolorose. Se i loro problemi vi sembrano decisamente più gravi e strazianti dei vostri, lasciatemi dire che la vostra reazione iniziale è tipica della maggior parte delle mie pazienti. Ciascuna crede che il suo problema non sia “così tremendo”, anche se si commuove per la situazione di altre donne che, secondo lei, hanno dei “veri” problemi. È una delle tante ironie della vita il fatto che noi donne siamo capaci di rispondere con tanta simpatia e comprensione reciproca di fronte alle sofferenze di altre donne, mentre restiamo cieche di fronte alle nostre. Lo so anche troppo bene, perché sono stata una donna che amava troppo per gran parte della mia vita, finché il pedaggio che dovevo pagare in salute fisica e psichica è diventato così pesante da costringermi a fare un’analisi approfondita del mio modo di rapportarmi agli uomini. Ho impiegato parecchi anni a lavorare duramente per cambiare comportamento. Questi anni sono stati i più importanti della mia vita. (…)
Non ci sono scorciatoie per liberarvi dalla vostra tendenza ad amare troppo, ormai tanto radicata. È un tipo di comportamento che avete imparato da piccole e avete continuato a praticare: abbandonarlo sarà doloroso, vi costerà angosce e paure, sarà una sfida continua. L’avvertimento non è inteso a scoraggiarvi. Dopo tutto, dovrete certo affrontare lotte disperate durante i prossimi anni se non cambiate il vostro modello di rapporto; in questo caso, però, i vostri sforzi non vi serviranno a crescere, ma solo a sopravvivere. Sta a voi la scelta. Se decidete di iniziare il processo terapeutico, invece di una donna che ama qualcun altro tanto da soffrirne, sarete una donna che ama abbastanza se stessa da non voler più soffrire.(…)
Amare troppo non significa amare molti uomini o innamorarsi troppo spesso, o amare qualcuno in modo troppo intenso e profondo. In realtà, significa un attaccamento ossessivo a un uomo e la pretesa di chiamare amore questa ossessione, che finisce per dominare sentimenti e azioni e, pur riconoscendo che sta influenzando negativamente salute e benessere, non riuscire a liberarsene. Significa misurare l’altezza del proprio amore dalla profondità dei propri tormenti. (…)
Alla base del comportamento delle donne che amano troppo c’è questa menomazione. Si diventa incapaci di discernere se qualcuno o qualcosa non fa per noi. Le situazioni e le persone che altri eviterebbero naturalmente perché pericolose, spiacevoli o nocive, non ci ispirano ripugnanza, perché non siamo in grado di valutare realisticamente e non abbiamo riguardi per noi. In realtà, non abbiamo fiducia nei nostri sentimenti e non li usiamo come guida. Al contrario, siamo immancabilmente attratte dai pericoli, dagli intrighi, dai drammi e dalle sfide che altre donne, cresciute in un ambiente più sano ed equilibrato, rifiuterebbero istintivamente. E questa attrazione ci danneggia ulteriormente perché quello che ci attrae è per lo più una replica del nostro vissuto infantile. Veniamo così ferite in continuazione.

Elenco e di Centri e associazioni antiviolenza
Leggi: Amore elogio del “per sempre”

Gruppo : l’altra faccia dell’individuo

Gruppo e individuo: due fenomeni apparentemente distanti in cui i comportamenti della persona sembrano rispondere a logiche differenti. Massimo Ammaniti, riprendendo Freud e altri autori, ci spiega come le due psicologie – del gruppo e dell’individuo – non sono poi così distanti.
Massimo Ammaniti
Noi, perché due sono meglio di uno. Il Mulino

gruppo 2

Dopo aver profondamente esplorato la psicologia individuale Freud rivolge il suo interesse verso i fenomeni collettivi e sociali, probabilmente impressionato dai grandi sommovimenti legati alla Prima guerra mondiale ed alla rivoluzione sovietica. Come ci ricorda lo storico Peter Gay nel suo libro Freud. Una vita per i nostri tempi, il grande psicoanalista iniziò a studiare la preistoria dell’umanità fin dal 1911, probabilmente con l’intenzione di elaborare nuove concezioni con cui sopravanzare Jung, il suo geniale allievo che costituiva il rivale più pericoloso per la sua supremazia intellettuale e scientifica. In Totem e tabù, pubblicato nel 1912-13, che affronta il passaggio dall’orda primitiva alla società civilizzata, Freud ricostruisce la storia, che lui stesso ritiene possa essere considerata fantasiosa, dell’orda primitiva dominata dal padre che ha il monopolio delle donne, mentre i figli vengono allontanati appena nati per evitare ogni rivale. Secondo questa ricostruzione i figli, che sono stati espulsi, si uniscono insieme ed uccidono il padre decretando la fine dell’orda patriarcale.
Divorando il padre, ognuno dei figli può introiettare l’autorità paterna identificandosi con lui: così sarebbe iniziata la storia dell’umanità. Questa ricostruzione ci fa entrare nel mondo dei gruppi sociali, da quello primitivo dominato da un padre autoritario, che vuol mantenere la sua egemonia, ai gruppi successivi guidati dai figli, che diventano a loro volta padri internalizzando la figura del padre, con un passaggio da un’autorità costrittiva esterna a una interna che rappresenta l’origine della moralità. Pur nella differenza tra il gruppo primordiale ed il gruppo ormai civilizzato, permane una continuità perché esiste un conflitto insanabile fra padre e figli per il possesso della madre e più in generale delle donne: il conflitto edipico che sarebbe alla base di queste dinamiche intergenerazionali.
Nel 1921 Freud riprende il tema del gruppo nel saggio Psicologia delle masse ed analisi dell’Io e sottolinea: la contrapposizione tra psicologia individuale e psicologia sociale o delle masse, contrapposizione che a prima vista può sembrarci molto importante, perde, a una considerazione più attenta, gran parte della sua rigidità. La psicologia individuale verte sull’uomo singolo e mira a scoprire attraverso quali modalità egli persegua il soddisfacimento dei propri moti pulsionali; eppure solo raramente, in determinate condizioni eccezionali, la psicologia individuale riesce a prescindere dalle relazioni di tale singolo con altri individui.
E aggiunge: «nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto la psicologia individuale è al tempo stesso, fin dall’inizio, psicologia sociale».

gruppo 1

Da queste parole si coglie in modo chiaro il fatto che Freud veda una diretta continuità fra la psicologia individuale e quella sociale, e addirittura che l’ottica individuale si possa estendere alla dimensione collettiva.
Nelle righe successive Freud ribadisce ulteriormente questo punto di vista, ipotizzando che non esista una «pulsione sociale» specifica e irriducibile, ma che essa possa essere secondaria e possa prendere corpo inizialmente nell’àmbito più ristretto della famiglia, ricollegandosi così a quello che aveva scritto in Totem e tabù. Ma Freud si rende conto che il singolo individuo può cambiare quando si trovi in un contesto collettivo, sebbene egli si riferisca piuttosto a una «massa psicologica». Non a caso in questo saggio vengono fatti molti riferimenti al libro di Le Bon Psicologia delle folle. Freud sottolinea alcuni aspetti interessanti di notevole attualità: quando un individuo entra a far parte di un grande gruppo, acquisisce un’«anima collettiva» che lo fa sentire e comportare in modo diverso.
In questo contesto di gruppo l’individuo si sente spesso irresponsabile per quello che sta succedendo e prova un sentimento di potenza invincibile che contrasta con la responsabilità individuale e con il riconoscimento di sé e degli altri. Abbiamo tutti i giorni la riprova dell’irresponsabilità dei gruppi, basta vedere cosa succede con i tifosi di calcio che si scatenano in modo brutale contro i tifosi di un’altra squadra, oppure nel branco di ragazzi, per lo più adolescenti, che infierisce contro gli extracomunitari, colpevoli solo di essere diversi, oppure violenta ragazze inermi senza provare alcuna pietà per le vittime.
Ma qual è il clima all’interno di un gruppo che spinge i ragazzi a comportarsi in modo irresponsabile?
Freud esplora il particolare clima emotivo che caratterizza i gruppi. In primo luogo l’emotività è fortemente esaltata e tutto assume connotazioni estreme: entusiasmo e venerazione, odio e ostilità, paura e terrore, che suscitano nel gruppo reazioni di cortocircuito.
Si sperimentano questi stati d’animo in modo immediato, quasi automatico, senza sapere perché; ci si sente sospinti a comportarsi in un certo modo ma non si riconosce il significato dei propri atti. Sembrerebbe intervenire un meccanismo psicologico di contagio mentale collettivo, caratterizzato da emozioni che si diffondono senza che le persone abbiano alcuna consapevolezza di se stesse e degli altri. È come un flusso magnetico che investe l’intero gruppo a meno che il singolo non sia in grado di prendere le distanze da quello che sta succedendo e riassumere la propria identità individuale. Naturalmente l’individuo come persona autonoma con i suoi pensieri e le sue motivazioni rappresenta un pericolo per il gruppo perché può essere un elemento di opposizione, se non addirittura motivo di disgregazione.

gruppo 3

Per spiegare il funzionamento dei gruppi Freud scrive che la massa «è impulsiva, mutevole ed irritabile. È governata quasi per intero dall’inconscio». La sottolineatura del funzionamento inconscio spiega perché il gruppo risponda al principio della scarica immediata, in termini sia di gratificazione sia di violenza e sopraffazione sia di terrore, che assumono dimensioni spesso irrealistiche. Si sviluppano emozioni molto forti che contagiano il gruppo, per cui i singoli spesso ne vengono travolti.
L’importanza delle forze inconsce nei gruppi è stata riconosciuta in campo psicoanalitico molti anni dopo dallo psicoanalista inglese Wilfred Bion che, a differenza di Freud, che si è riferito alla massa, si è occupato specificamente delle dinamiche dei piccoli gruppi anziché riferirsi alla massa. Nei suoi scritti egli mette in luce come l’uomo sia fondamentalmente gregario e abbia bisogno di far parte di un gruppo. Secondo Bion il gruppo crea un campo gravitazionale che si configura come un’unità, ben diverso dalla somma dei singoli individui che ne fanno parte, proprio perché all’interno del gruppo essi si sentono sospinti da dinamiche inconsce incontrollabili. Va anche aggiunto che mentre Freud dà grande valore alle dinamiche edipiche che sarebbero sottostanti ai gruppi, per Bion nei gruppi si attiverebbero meccanismi primitivi, antecedenti alla fase edipica. Durante l’adolescenza nel gruppo si amplifica ancora di più il clima emotivo condiviso e potenti forze inconsce – gli assunti di base di cui parla Bion – spingono verso aspettative spesso irrealistiche. Tutto questo è favorito dal fatto che i confini personali durante l’adolescenza sono resi più labili dalla crisi di identità che si sta vivendo e il gruppo rappresenta un luogo di identificazione. (…) Questo progetto di sperimentazione e di iniziazione si ripropone anche oggi quando i ragazzi e le ragazze finiscono le scuole superiori e dopo l’esame di maturità affrontano il viaggio con l’Interrain. Partono in un gruppo di amici con un biglietto ferroviario illimitato di seconda classe, possono andare dovunque, non ci sono limiti all’interno dell’Europa, possono decidere in qualsiasi momento di cambiare itinerario. Con un sacco a pelo e le T-shirt strettamente indispensabili inizia questa grande avventura adolescenziale. Dormono dove capita, anche nei giardini davanti alla stazione, incontrano ragazzi e ragazze di altri paesi, possono decidere se continuare il viaggio con gli amici con cui l’hanno iniziato oppure imbarcarsi con altri. Non ci sono vincoli, c’è solo il desiderio del momento che spinge in una direzione o in un’altra, sono le libere associazioni a guidare il percorso. Durante il viaggio, lontano dall’occhio vigile dei genitori, si fanno incontri diversi, esperienze sessuali, spinelli e alcol, si intravedono città e luoghi diversi, si intrecciano lingue di differenti paesi. Come ha scritto lo psicoanalista americano Erik Erikson, è fondamentale per gli adolescenti e i giovani avere uno spazio libero di sperimentazione, una moratoria nella quale i vincoli e gli obblighi vengono meno e si possono fare esperienze diverse soprattutto in gruppo che consentono di confrontarsi con i propri confini personali e quelli degli altri, mettersi alla prova e riconoscere le proprie attitudini e le proprie motivazioni. È un passo indispensabile per entrare nel mondo adulto ed è interessante che questo spazio venga inventato dai ragazzi e dalle ragazze.

I libri di Massimo Ammniti
Scarica gratis e leggi la mini guida: la comunicazione interpersonale