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Psicologia strumento di controllo o conoscenza?

La psicologia deve svilupparsi nella direzione di favorire i processi della trasformazione umana e del cambiamento dell’individuo. Se la psicologia resta compromessa nel determinare l’ordine sociale o nel ridurre l’alienazione, potrà rimediare a questa o quella deficienza, ma rappresenterà soltanto un altro strumento per rendere l’uomo più automatizzato e più adatto a una società alienata.
Erich Fromm
Il bisogno di credere. Mondadori

La crescente popolarità di cui gode ai giorni nostri la psicologia è accolta da molti come un segno promettente del nostro avvicinarci alla realizzazione della massima delfica «Conosci te stesso». Indubbiamente questa interpretazione non è priva di fondamento. (…)James e Freud erano profondamente radicati in questa tradizione e senza dubbio hanno contribuito a trasmettere tale aspetto positivo della psicologia all’epoca attuale. Il che non deve indurci a ignorare altri aspetti dell’interesse contemporaneo per la psicologia che sono invece pericolosi e nocivi allo sviluppo spirituale dell’uomo. É appunto di tali aspetti che ci occupiamo in questo saggio.
La conoscenza psicologica ha assunto una funzione particolare nella società capitalistica, una funzione e un significato ben diversi da quelli sottintesi dal «Conosci te stesso». La società capitalistica è incentrata sul mercato (il mercato dei prodotti e il mercato del lavoro) dove si scambiano liberamente beni e servizi, senza tener conto dei criteri tradizionali e senza ricorrere alla violenza o alla frode. Invece, per il venditore assume importanza decisiva la conoscenza del cliente. Se questo era vero anche cinquanta o cento anni fa, negli ultimi decenni la conoscenza del cliente è diventata cento volte più importante. Con la crescente concentrazione delle imprese e del capitale, conta sempre di più sapere in anticipo quali saranno i desideri del consumatore, non solo per conoscerli ma anche per influenzarli e manipolarli. L’investimento di capitale sulla scala delle gigantesche imprese moderne non si fa più «a naso», ma dopo attento studio e manipolazione del cliente. E oltre alla conoscenza del consumatore («psicologia di mercato») si è aperto un nuovo campo della psicologia, basato sul desiderio di capire e manipolare l’operaio e l’impiegato. Il nuovo campo si chiama «relazioni umane». É questa una conseguenza logica del mutato rapporto tra capitale e lavoro. Al posto dello sfruttamento nudo e crudo si è venuta affermando una sorta di collaborazione fra i colossi padronali e la burocrazia sindacale, giunti entrambi alla conclusione che alla lunga è più utile giungere al compromesso che combattersi.
Inoltre, però, si è anche scoperto che un lavoratore soddisfatto, «felice», è più produttivo e contribuisce maggiormente a quella gestione senza problemi che è indispensabile alla grande impresa di oggi. Utilizzando l’interesse popolare per la psicologia e le relazioni umane, l’operaio e l’impiegato vengono studiati e manipolati dagli psicologi. Ciò che Taylor fece per rendere razionale il lavoro fisico, gli psicologi stanno facendolo per l’aspetto mentale ed emotivo del lavoro. Il lavoratore viene trasformato in cosa, e trattato e manipolato come tale, e le cosiddette «relazioni umane» sono in realtà le relazioni più inumane possibili perché sono relazioni «reificate» e alienate.
Dalla manipolazione del cliente, dell’operaio e dell’impiegato, l’interesse della psicologia si è allargato alla manipolazione di tutti, come risulta con particolare evidenza nella politica. L’idea di democrazia si incentrava originariamente su una concezione che vedeva il cittadino come individuo dalle idee chiare e responsabile; ma in pratica la democrazia è venuta a essere sempre più influenzata da quei metodi di manipolazione che furono messi a punto per la prima volta nella ricerca di mercato e nelle «relazioni umane».
Anche se tutto ciò è risaputo, voglio ora discutere un problema più sottile e difficile, connesso con l’interesse per la psicologia individuale, e specialmente con la grande popolarità della psicoanalisi. La questione è: “In quale misura è possibile la psicologia” (la conoscenza degli altri e di se stessi)? “Quali limiti esistono a tale conoscenza e che cosa si rischia se questi limiti non vengono rispettati?” Senza dubbio il desiderio di conoscere i nostri simili e noi stessi corrisponde a un’esigenza profonda degli esseri umani. L’uomo vive in un contesto sociale. Ha bisogno di essere in rapporto con il suo simile se non vuole impazzire. L’uomo è dotato di ragione e di immaginazione. Il suo simile e lui stesso costituiscono un problema che egli non può fare a meno di tentare di risolvere, un segreto che deve cercare di svelare.

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Lo sforzo di capire l’uomo per mezzo del pensiero si chiama «psicologia», cioè «conoscenza dell’anima». La psicologia, in questo senso, tenta di capire le forze che stanno alla base del comportamento dell’uomo, l’evoluzione del carattere e le circostanze che la determinano. Insomma, la psicologia tenta di dare una spiegazione razionale del nucleo più intimo di un’anima. Ma una conoscenza razionale completa è possibile solo per le cose; le cose possono essere fatte a pezzi senza venir distrutte, possono essere manipolate senza danno per la loro natura, possono essere riprodotte. “L’uomo non è una cosa”; non è possibile farlo a pezzi senza distruggerlo, non è possibile manipolarlo senza danneggiarlo, non è possibile riprodurlo artificialmente. Noi conosciamo il nostro simile e noi stessi, e nello stesso tempo non conosciamo né il nostro simile né noi stessi, perché non siamo una cosa e il nostro simile non è una cosa. Quanto più a fondo arriviamo del nostro essere o dell’essere altrui, tanto più l’obiettivo della conoscenza completa ci sfugge. Eppure non possiamo fare a meno di desiderare di penetrare nell’anima dell’uomo, nel nucleo che è «lui».
Che cos’è allora, conoscere noi stessi o conoscere un’altra persona? In breve, conoscere noi stessi significa superare le illusioni che abbiamo su di noi; conoscere i nostri simili significa superare le «distorsioni» dovute al transfert che abbiamo su di loro. Tutti, chi più chi meno, soffriamo di illusioni su noi stessi. Siamo avviluppati in una rete di fantasie di una nostra onniscienza e onnipotenza che avvertiamo come reali da bambini; giustifichiamo i nostri moventi maligni dicendo che nascono da bontà, dovere o necessità; giustifichiamo la nostra debolezza e la nostra paura pretendendo che siano al servizio di buone cause, la nostra mancanza di rapporto con il prossimo affermando che è il risultato di sordità altrui. Con il nostro simile operiamo altrettante distorsioni e razionalizzazioni, salvo che lo facciamo in genere nella direzione opposta. La nostra mancanza d’amore ce lo fa apparire ostile quando è semplicemente timido; la nostra remissività lo trasforma in un orco prepotente quando si limita ad affermare se stesso; la nostra paura della spontaneità lo fa apparire puerile mentre è aperto e innocente.
Conoscere meglio noi stessi significa far cadere i tanti veli che ci nascondono e ci impediscono di vedere con chiarezza il prossimo. Si solleva un velo dopo l’altro, si elimina una distorsione dopo l’altra.
La psicologia può mostrarci che cosa l’uomo “non” è. Non può dirci che cosa è, che cosa ciascuno di noi è. L’anima dell’uomo, il nucleo unico di ciascun individuo, non può essere colto e descritto adeguatamente.

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Può essere «conosciuto» solo nella misura in cui non ce ne facciamo un’idea sbagliata. Lo scopo legittimo della psicologia, perciò, è il “negativo”, l’eliminazione di distorsioni e illusioni, “non il positivo”, la piena e completa conoscenza di un essere umano.
C’è, tuttavia, un’altra via per conoscere il segreto dell’uomo; non è quella del pensiero ma quella dell’amore. L’amore è la penetrazione attiva dell’altra persona, quando il desiderio di conoscere è placato dall’unione. Nell’atto della fusione io conosco te, conosco me stesso, conosco chiunque: e non «conosco» niente. Conosco nel solo modo in cui è possibile per l’uomo la conoscenza di ciò che è vivo: mediante l’esperienza dell’unione, non mediante una conoscenza che ci può dare il nostro “pensiero”. La sola via per la conoscenza completa è nell’atto dell’amore; quest’atto trascende il pensiero, trascende le parole. É l’audace tuffo nell’essenza di un altro, o di me stesso. (…)
Enunciare i limiti della psicologia significa nello stesso tempo indicare il pericolo che deriva dall’ignorarli. L’uomo moderno è solo, spaventato, poco capace d’amore. Vuole essere vicino al suo simile, eppure è troppo distaccato e lontano per farlo. I legami marginali con il prossimo sono molteplici ed è facile mantenerli, ma non si può dire che esista un «rapporto fondamentale», quello che va da un nucleo a un altro nucleo. Nella ricerca di un avvicinamento l’uomo ha bisogno di conoscenza; e nella ricerca della conoscenza trova la psicologia. La psicologia diventa un sostituto dell’amore, dell’intimità, dell’unione con gli altri e con se stesso; diventa il rifugio dell’uomo solitario, alienato, invece che un passo verso l’atto d’unione. (…)

Leggi: Cosa è la psicologia
Leggi articolo: Come scegliere lo psicologo

Psicosintesi : l’unione dei tanti nostri io

Psicosintesi è una concezione dinamica della vita psichica quale lotta fra una molteplicità di forze contrastanti e un centro unificatore che tende a comporle in armonia. Psicosintesi è un termine coniato da Roberto Assagioli per riferirsi ad una concezione dell’essere umano. Psicosintesi è un insieme di metodi di azione psicologica volti a favorire e a promuovere l’integrazione e l’armonia della personalità umana. Gli scopi della psicosintesi possono essere riassunti in: conosci te stesso, possiedi te stesso, trasforma te stesso.  Psicosintesi è un approccio terapeutico di tipo umanistico; psicosintesi è una modalità educativa e formativa per la crescita personale.
Roberto Assagioli
Cambiare se stessi. Psicosintesi per l’armonia della vita. Astrolabio

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Una delle maggiori cecità, delle illusioni più nocive e pericolose che ci impediscono di essere quali potremmo essere, di raggiungere l’alta meta a cui siamo destinati, è di credere di essere per così dire “tutti d’un pezzo”, di possedere cioè una personalità ben definita. Infatti generalmente tutta la nostra attenzione, il nostro interesse, la nostra attività sono presi da problemi esterni, pratici, da compiti e mete che sono fuori di noi. Ci preoccupiamo di guadagnare, di possedere dei beni materiali, di ottenere il successo professionale o sociale, di piacere agli altri, oppure di dominarli. Presi da questi miraggi, trascuriamo di renderci conto di noi stessi, di sapere chi e che cosa siamo, di possederci.
È vero che in certi momenti siamo obbligati ad accorgerci che vi sono in noi elementi contrastanti e dobbiamo occuparci di metterli d’accordo; ma siccome è una constatazione sgradevole e scomoda, un compito che ci appare difficile, complesso, faticoso, un penetrare in un mondo che ci è quasi sconosciuto, in cui intravediamo un caos che ci turba e ci impaurisce, noi rinunciamo ad entrarvi, cerchiamo di pensarci il meno possibile.
Tentiamo di “tener buone” le diverse tendenze che accampano pretese, che esigono soddisfazione, facendo delle concessioni ora all’una ora all’altra, a seconda che ci appaiono più forti ed esigenti. Così a volte appaghiamo, entro certi limiti, i nostri sensi, i nostri istinti; altre volte facciamo quello a cui ci spinge una passione, un sentimento; in certi momenti ci prendiamo il lusso di seguire (fino ad un certo punto!) gli incitamenti della nostra coscienza morale, cerchiamo di realizzare in qualche modo un ideale. Ma non andiamo a fondo in nessuna direzione, ci destreggiamo con una serie di ripieghi, di compromessi, di adattamenti e, diciamolo pure, di ipocrisie con noi stessi e con gli altri.
Così tiriamo innanzi alla meglio e, quando le cose ci vanno bene, ci congratuliamo con noi stessi della nostra abilità, della nostra furberia, del buon senso, dell’equilibrio di cui diamo prova. Però spesso questi metodi, che si potrebbero chiamare di ordinaria amministrazione della vita, si dimostrano inadeguati ed insufficienti. Le concessioni che facciamo non soddisfano, anzi suscitano nuove e crescenti pretese. Mentre si accontenta una parte, altre insorgono e protestano; se ci abbandoniamo alla pigrizia, al dolce far niente, l’ambizione ci assilla; se concediamo all’egoismo, la coscienza ci disturba; se allentiamo le redini ad una passione, essa ci prende la mano, ci fa ruzzolare in un precipizio; se comprimiamo troppo duramente una parte vitale possiamo far insorgere disturbi neuro-psichici. In questo modo si vive in uno stato di perenne instabilità, di disagio, di mancanza di sicurezza. È facile constatarlo, osservando con un po’ d’attenzione e di sincerità noi stessi e gli altri.
Se non vogliamo restare in questo stato così poco soddisfacente ed in realtà non rispondente alla nostra dignità di esseri umani, dobbiamo affrontare coraggiosamente la situazione, guardare in faccia la realtà, andare in fondo al problema, per trovare e poi attuare soluzioni radicali e decisive. (…)
Il primo mezzo in tale via di chiarezza e di verità consiste nel riconoscere il caos, la molteplicità, i conflitti che esistono in noi. (…) Questo non deve meravigliarci, se pensiamo alla diversa e lontana provenienza degli elementi che da varie parti sono venuti a confluire per formare quello strano essere che ognuno di noi è.

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Vi è anzitutto l’eredità remota. Siamo il risultato di una lunga evoluzione; elementi ancestrali, atavici, pullulano nei bassifondi della psiche e si rivelano indirettamente nei sogni, nelle fantasie, nei deliri; ma talvolta prorompono e travolgono. Furono studiati soprattutto dallo Jung, col nome di “inconscio collettivo”.
Vi sono poi elementi ereditari, familiari, che provengono dai genitori e dagli avi. Questo è spesso notato, ma forse meno osservato è il fatto che talvolta questi elementi saltano una o più generazioni. Caratteristiche dei nonni e talvolta di antenati più lontani riappariscono nei discendenti. (…) Questo gruppo di elementi derivanti dal passato è già imponente e solo prendendo gli ascendenti più diretti ci sono diecine di personalità e di influssi che confluiscono. È facile comprendere quale miscuglio eterogeneo ciò rappresenti!
Vi è poi l’ampio gruppo dei fattori derivanti dagli influssi esterni. Noi, psichicamente, non siamo “sistemi chiusi”. Vi è un continuo scambio di elementi vivi, di influssi profondi con altri esseri. (…) Abbiamo così esaminato il gruppo degli elementi del passato e il gruppo di elementi esterni. Vi sono anche però elementi intrinseci, nostri, una parte individuale profonda che sentiamo spesso essere nettamente diversa da tutte le altre e più intima a noi. La sua origine è misteriosa, ma essa ci sembra la diretta espressione del nostro io più vero e profondo. Di qui le differenze fondamentali tra i figli di una stessa famiglia che sovente si sentono estranei gli uni agli altri ed ai genitori.
Quanti elementi di origine diversa, di valore diverso, di livello diverso! E questi elementi sono in continuo tumulto; ognuno di essi è qualcosa di vivo, quasi una entità psichica, e come tale tende ad esistere e svilupparsi, a manifestarsi, ad affermarsi sopra e contro gli altri. La tendenza della vita è di conservare e accrescere se stessa; perciò una vera e propria lotta per la vita avviene in noi. Se non ci fosse che questo, esisterebbe però un caos irriducibile, un atomismo, una polverizzazione psichica. Ma in realtà non è così: quegli elementi non restano in noi isolati, essi tendono a consociarsi, ad organizzarsi. Per l’azione coordinatrice delle principali funzioni, dei più importanti atteggiamenti e rapporti umani che formano la trama e le linee direttive della nostra vita, essi tendono a formare delle vere e proprie subpersonalità, dei diversi io in noi. Oltre a ciò che noi
siamo per noi stessi, vi sono dunque vari gruppi di io in noi. Vi sono così un “io filiale”, un “io coniugale” un “io paterno o materno=. Un uomo ha un insieme di sentimenti, di atteggiamenti, di rapporti, di comportamenti diversi, in quanto figlio, in quanto marito, in quanto padre, che formano altrettante sub-personalità di natura e valore diverso, anzi non di rado contraddittorio. Così un uomo può essere ottimo figlio e cattivo marito, e viceversa. Una donna può essere cattiva moglie e buona madre. Un uomo, timido e remissivo come figlio, può essere prepotente, violento quale padre; una donna, ribelle come figlia, può essere debole come madre. (…)

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Vi sono poi: l’ “io sociale”, l’ “io professionale”, l’ “io di casta”, l’ “io nazionale”. William James va ancora oltre: “Un uomo ha tanti io sociali quanti sono gli individui che lo conoscono e portano l’immagine di lui nella mente. Toglierne l’immagine in uno qualunque di questi individui vale quanto perire egli stesso.  (…) “ Il James è stato, in questo, precursore di Pirandello. Direi che la tesi principale di Pirandello nei suoi scritti è questa: ci sono tanti io, tanti esseri contraddittori in noi quante sono le apparenze, le immagini che si riflettono negli altri e che sono costruite dagli altri. Ed egli mostra come spesso questi io siano molto scomodi! Ecco un’altra complicazione che si aggiunge alle precedenti. Non solo abbiamo una “congerie” di elementi disparati in noi, ma tutti gli altri, con i loro rapporti con noi, proiettano su di noi una serie di immagini, ci vedono e ci sentono in modi diversi da quelli che siamo, e che contrastano con noi e tra loro. Soprattutto nel romanzo Uno, nessuno e centomila,
Pirandello ha svolto questo tema in modo drammatico. (…)Inoltre, vi sono in noi personalità diverse che si susseguono nel tempo. Vi è un “io infantile”, e poi un “io adolescente”, che spesso crea un brusco contrasto con l’ “io infantile”. Vi è l’io del giovane che è diverso dall’io dell’adulto. Vi è l’io dell’anziano che è ancora diverso. E il passaggio dall’uno all’altro avviene non di rado con mutamenti bruschi, con crisi talvolta gravi. Dopo aver visto coraggiosamente tutto ciò, non dobbiamo restarne turbati, scoraggiati o tanto meno impauriti; la molteplicità è grande, i conflitti sono numerosi e penosi; ma, in fondo, questa molteplicità è ricchezza. I grandi uomini sono stati spesso i più complessi, quelli che hanno presentato maggiori contrasti. Potrei fare una lunga enumerazione: basterà accennare a san Paolo, al Petrarca, a Michelangelo, a Tolstoj, allo stesso Goethe. Invece uomini naturalmente equilibrati lo sono spesso per povertà interiore: sono meschini, ristretti, aridi, chiusi. Dunque non rammarichiamoci di questa ricchezza interna per quanto tumultuosa e scomoda.
Tuttavia essa non deve restare quale è attualmente; è possibile la coordinazione delle varie sub-personalità in una unità superiore. Questa non è una teoria, è un fatto. Molti – seppure relativamente pochi nella grande massa umana – l’hanno attuata, non in modo perfetto, ma abbastanza da apparire completamente diversi, dall’inizio alla fine dell’opera, da essere alla fine “rifatti”, “rigenerati”, trasformati. (…) Il confronto fra il Goethe romantico sbrigliato, sentimentale, scombinato, qual era nella sua giovinezza, col Goethe maturo, umano nel senso più ampio della parola, che della sua impulsività aveva fatto una armonia classica, dimostrerà quanto può venir fatto per la propria unificazione, ed egli l’ha compiuta, coscientemente. L’unità è dunque possibile. Ma rendiamoci ben conto che essa non è un punto di partenza, non è un dono gratuito, è una conquista, è l’alto premio di una lunga opera; opera faticosa ma magnifica, varia, affascinante, feconda per noi e per gli altri, ancor prima di essere ultimata. Così intendo la psicosintesi.

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Leggi articolo: Analisi transazionale – Adulto BAmbino e Genitore in noi

Psicologia del profondo

Psicologia del profondo dovrebbe essere, secondo James Hillman, il vero senso della psicologia nella sua incessante opera di comprendere l’anima e i suoi processi. L’obiettivo della psicologia sarebbe, dunque, di recuperare la dimensione profonda della propria ricerca, per andare al di là di spiegazioni naturalistiche del comportamento umano.
Da: James Hillman, Il sogno e il mondo infero. Adelphi

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La mitologia è una psicologia dell’antichità. La psicologia è una mitologia dell’epoca moderna. Gli antichi non avevano una psicologia, in senso stretto, ma avevano i miti, racconti congetturali sugli esseri umani nella loro relazione con forze e immagini più che umane. Noi moderni non abbiamo alcuna mitologia, in senso proprio, ma abbiamo sistemi psicologici, teorie congetturali sugli esseri umani nella loro relazione con forze e immagini più che umane, oggi dette campi, istinti, pulsioni, complessi. Questo principio della psicologia archetipica, forse la cifra che la distingue da altre psicologie, è anche una prassi. Consente di riflettere ciascuna posizione psicologica come fantasia o mitologema. Usa i miti per criticare dall’interno i positivismi e opera anche sui racconti mitologici e sulle figure dei miti, sottraendoli alla sfera del puro racconto e riportandoli sulla terra e dentro di noi, mostrando come esattamente un mito agisce nella psiche, nelle abitudini della sua mente e del suo cuore. Il nostro intento è di passare continuamente dal mito alla psiche e dalla psiche al mito, riflettendoli entrambi, usando l’uno per offrire intuizioni all’altra e viceversa, impedendo che ciascuno dei due sia preso esclusivamente per quello che dice di sé.
Le relazioni tra mitologia e psicologia risultano singolarmente evidenti nell’espressione «psicologia del profondo»(Tiefenpsychologie), proposta all’inizio del secolo dallo psichiatra zurighese Eugen Bleuler come la denominazione più appropriata per la nuova scienza della psicoanalisi. Questa mossa terminologica spostava l’attenzione dall’azione alla visione, dal dissezionare le cose al guardarle in profondità. Il nuovo campo di studio poggiava ora su un terreno diverso, meno scientifico in senso fisico, perché meno orientato alla riduzione analitica in parti, e più filosofico in senso metafisico, perché ora la riduzione era indirizzata a una comprensione più profonda. Un terreno diverso, ma non nuovo. Anzi, molto vecchio, giacché nella scelta e nell’adozione di questa espressione riemerge un’immagine antica, dove psicologia e profondità sono connesse.
Eraclito è il primo a collegare psyche, logos e bathun («profondo»): «I confini dell’anima non li potrai trovare, neppure se percorressi tutte le strade: così profondo è il suo logos». Come scrive Bruno Snell, in Eraclito «l’immagine della profondità serve a illuminare la caratteristica precipua dell’anima e della sua sfera, che è quella di avere una dimensione sua propria, di non possedere estensione spaziale». A partire da Eraclito, la profondità diventò la direzione, la qualità e la dimensione della psiche. L’espressione, ormai di uso comune, «psicologia del profondo» afferma esplicitamente: per studiare l’anima, dobbiamo scendere in profondità, e ogni volta che scendiamo in profondità, viene coinvolta l’anima. Il logos dell’anima, la psicologia, implica l’atto di percorrere il labirinto dell’anima, nel quale non si può mai andare abbastanza in profondità. (…)
Così come in Freud, agli inizi della psicologia del profondo, risuonano echi che rimandano al mondo infero della mitologia, alla stessa stregua in Eraclito, agli albori della filosofia, è adombrato l’inconscio della psicologia. Se si vuole fornire retroterra e visione in profondità alla psicologia del profondo, è giocoforza rivolgersi a Eraclito, e noi lo faremo di continuo, in questo libro. Aristotele disse che Eraclito assunse l’anima come suo archon, suo principio primo, il che ne fa il primo psicologo del profondo della tradizione occidentale. E ci obbliga, inoltre, a leggere i suoi frammenti dalla medesima prospettiva, una prospettiva in cui la psiche viene prima di tutto. Come abbiamo letto Freud in modo mitologico, così leggiamo Eraclito in modo psicologico.

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Dunque, l’affermazione di Eraclito sulla profondità dell’anima lascia intendere anche che il visibile, ciò che è soltanto naturale, non soddisfa mai l’anima. L’anima desidera andare oltre, sempre più addentro, sempre più in profondità. Perché? Eraclito risponde anche a questa domanda: «La trama nascosta è più forte di quella manifesta». Per giungere alla struttura fondamentale delle cose occorre penetrare nella loro oscurità. Ma perché? Perché, dice Eraclito, «la vera costituzione di ciascuna cosa è usa a nascondersi», ovvero, secondo altre traduzioni: «La natura ama nascondersi». (…) Mettendo insieme i pochi frammenti citati, ci rendiamo conto di come la dimensione della profondità sia l’unica capace di penetrare fino a ciò che è nascosto; e giacché solo ciò che è nascosto è la vera natura di tutte le cose, compresa la Natura stessa, allora soltanto la via dell’anima può condurre a una vera visione in profondità. Eraclito lascia intendere che vero equivale a profondo, e apre così la strada a un’ermeneutica psicologica, a un punto di vista dell’anima riguardo a tutte le cose. È come se gli fosse nota la parola inglese per «comprendere»: understand (under, «sotto», e stand, «stare»), e la esplorasse come se avesse letto Heidegger.
Da Eraclito apprendiamo che l’anima non è semplicemente una regione nell’accezione topografica di Freud, e neppure soltanto una dimensione, come lui stesso intende; l’anima è un’operazione di penetrazione, di visione in profondità, che mentre procede fa anima. Se l’anima è un motore primo, allora il suo moto primario è l’approfondimento, con il che essa accresce la propria dimensione – come fece Freud, il quale con le sue esplorazioni topografiche aggiunse caverne e componenti alla psicologia. Il perseguimento di nessi nascosti in una dimensione senza confini spiega il latente imperialismo della psicologia.
Non c’è fine alla profondità e tutte le cose diventano anima. Gli elementi fondamentali di tutte le cose si compongono e decompongono, si generano e degenerano trasformandosi in anima, termine primo e ultimo del nostro mutevole mondo.
Ho descritto diffusamente altrove questa incessante attività del fare anima, che ho chiamato «psicologizzazione». Adesso siamo in grado di attribuire a quella attività un mitologema più puntuale. L’impulso innato a cercare sotto le apparenze per giungere alla «trama invisibile», alla struttura nascosta, conduce al mondo che sta dentro il dato.
Questo impulso autoctono della psiche, il suo spontaneo desiderio di comprendere in modo psicologico, sembrerebbe affine a ciò che Freud definisce «pulsione di morte» e Platone descrive come desiderio dell’Ade. È l’impulso che si manifesta nella mente analitica, la quale fa anima dissezionando le cose. Esso opera per distruzione, attraverso quei processi di dissolvimento, decomposizione, distacco e disgregazione che sono necessari sia per la psicologizzazione alchemica sia per la moderna psicoanalizzazione. Ecco che allora ci risulta comprensibile anche la necessità, per il fare anima, di termini come «psicoanalisi» (Freud) e psicologia analitica (Jung): essi descrivono un metodo «disgregativo» del profondo, che rimanda ai mitologemi di Ade.

I libri di James Hillman
Leggi di James Hillman: Oltre la terapia individuale

Amare : un’arte che si può imparare

Amare cosa vuol dire? Erich Fromm ci spiega i fraintendimenti che rendono la ricerca dell’amore basata sulle qualità dell’oggetto anziché essere l’affinamento di un nostro modo di essere e di stare al mondo.
Da: Erich Fromm, L’arte di amare. Mondadori

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È l’amore un’arte? Allora richiede sforzo e saggezza. Oppure l’amore è una piacevole sensazione, qualcosa in cui imbattersi è questione di fortuna? Questo volumetto contempla la prima ipotesi, mentre è fuor di dubbio che oggi si crede alla seconda.
La gente non pensa che l’amore non conti. Anzi, ne ha bisogno; corre a vedere serie interminabili di film d’amore, felice o infelice, ascolta canzoni d’amore; eppure nessuno crede che ci sia qualcosa da imparare in materia d’amore.
Questo atteggiamento si basa su parecchie premesse: la maggior parte della gente ritiene che amore significhi “essere amati”, anziché amare; di conseguenza, per loro il problema è come farsi amare, come rendersi amabili, e per raggiungere questo scopo seguono parecchie strade.
Una, preferita soprattutto dagli uomini, consiste nell’avere successo, nell’essere ricchi e potenti quanto lo possa permettere il livello della loro posizione sociale. Un’altra, seguita particolarmente dalle donne, è di rendersi attraenti, coltivando la bellezza, il modo di vestire, ecc. Una terza via, seguita da uomini e donne, è di acquisire modi affabili, di tenere conversazioni interessanti, di essere utili, modesti, inoffensivi. Molti dei modi per rendersi amabili sono gli stessi impiegati per raggiungere il successo, per “conquistare gli amici” e la gente importante. Come dato di fatto, quel che la gente intende per “essere amabili”, è essenzialmente un insieme di qualità.
Una seconda premessa per sostenere la teoria che nulla v’è da imparare in materia d’amore, è la supposizione che il problema dell’amore sia il problema di un oggetto, e non il problema di una facoltà. La gente ritiene che amare sia semplice, ma che trovare il vero soggetto da amare, o dal quale essere amati, sia difficile. Un atteggiamento questo determinato da molte ragioni, legate allo sviluppo della società moderna. (…)
Nelle ultime generazioni. il concetto dell’amore romantico si è diffuso nel mondo occidentale. Negli Stati Uniti, sebbene considerazioni di natura convenzionale non siano del tutto assenti, la maggior parte della gente è alla ricerca dell'”amore romantico”, dell’esperienza personale d’amore che dovrebbe condurre al matrimonio. Questo nuovo concetto di libertà in amore deve avere largamente contribuito ad aumentare l’importanza dell’oggetto contro l’importanza della funzione.
Strettamente legata a questo fattore è un’altra caratteristica della civiltà contemporanea, basata sul desiderio di comperare, sull’idea di uno scambio proficuo. La felicità dell’uomo moderno consiste nell’emozione di guardare vetrine di negozi, di acquistare tutto ciò che può permettersi, sia in contanti che a rate. Egli (o ella) guarda la gente nello stesso modo. (…)
A ogni modo, il senso della parola “innamorarsi” si sviluppa solo tenendo conto di queste qualità pratiche in quanto sono alla portata della propria capacità di scambio. Io sono alla ricerca di un oggetto; l’oggetto potrebbe essere desiderabile dal punto di vista del suo valore sociale, e nello stesso tempo potrebbe volere me, considerando le mie caratteristiche interiori ed esteriori.

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A questo modo due persone si innamorano, certe di aver trovato sul mercato l’oggetto migliore e più conveniente, considerando i limiti dei loro valori di scambio. Spesso, come nella compravendita, le possibilità nascoste che possono essere sviluppate svolgono un ruolo considerevole in questo contratto. In una civiltà in cui prevalgono gli orientamenti commerciali e in cui il successo materiale è il valore predominante, c’è poco da sorprendersi se i rapporti d’amore seguono lo stesso modello di “scambio” che regola la vita pratica.
Il terzo errore che porta alla convinzione che non vi sia nulla da imparare in materia d’amore, è la confusione tra l’esperienza iniziale d’innamorarsi e lo stato permanente di essere innamorati. Se due persone che erano estranee lasciano improvvisamente cadere la parete che le divideva, e si sentono vicine, unite, questo attimo di unione è una delle emozioni più eccitanti della vita. È ancora più meravigliosa e miracolosa per chi è vissuto solo, isolato, senza affetti. Il miracolo di questa intimità improvvisa è spesso facilitato se coincide, o se inizia, con l’attrazione sessuale. Tuttavia, questo tipo di amore è per la sua stessa natura un amore non duraturo. Via via che due soggetti diventano bene affiatati, la loro intimità perde sempre di più il suo carattere miracoloso, finché il loro antagonismo, i loro screzi la reciproca sopportazione uccidono ciò che resta dell’eccitamento iniziale. Eppure, all’inizio, essi non lo sanno; scambiano l’intensità dell’infatuazione, il folle amore che li lega, per la prova dell’intensità del loro sentimento, mentre potrebbe solo provare l’intensità della loro solitudine.
Questo atteggiamento – che niente è più facile che amare – ha continuato ad essere il concetto prevalente sull’amore, ad onta dell’enorme evidenza del contrario. Non vi è impresa o attività che sia iniziata con simili speranze e illusioni, che tuttavia cada così regolarmente, come l’amore. Se ciò avvenisse per qualsiasi altra attività si sarebbe impazienti di conoscere le ragioni del fallimento, o d’imparare a comportarsi meglio, oppure si abbandonerebbe quell’attività. Ma l’ultima ipotesi è improbabile, in materia d’amore; soltanto un mezzo sembra esista per evitare il fallimento del proprio amore: esaminare le ragioni e studiare il significato della parola “amore”.
Il primo passo è di convincersi che l’amore è un’arte così come la vita è un’arte: se vogliamo sapere come amare dobbiamo procedere allo stesso modo come se volessimo imparare qualsiasi altra arte, come la musica, la pittura, oppure la medicina o l’ingegneria.

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Leggi: psicologia della coppia