Genitori quasi perfetti

Essere genitori è forse uno dei compiti più complessi che spetta a chi ha fatto questa scelta. Bruno Bettelheim ci spiega con quale “spirito” i genitori possono affrontare l’educazione dei propri figli per rendere questa esperienza una fonte di crescita anche per se stessi.
Bruno Bettelheim
Un genitore quasi perfetto. feltrinelli

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Il modo in cui i bambini vengono allevati influisce dunque enormemente sul loro sviluppo e su come saranno da adulti. Si può quindi capire che i genitori chiedano consiglio agli specialisti, specialmente quando non riescono a decifrare il significato del comportamento del figlio, o si sentono ansiosi circa il suo futuro; quando non sanno bene se e come intervenire; o quando i tentativi da parte loro di correggerne la condotta rendono infelice il figlio e suscitano la sua resistenza.
Esistono tuttavia anche altre ragioni che spiegano come mai, negli ultimi decenni, tanti genitori finiscano per affidarsi ai consigli e alle raccomandazioni dei libri che insegnano come allevare i figli. Una di queste è il fascino che esercita il taglio da “istruzioni per l’uso” di molte di queste pubblicazioni, quasi che la vita fosse una partita da giocarsi seguendo le istruzioni. E all’idea che sia sufficiente attenersi punto per punto alle istruzioni per ottenere automaticamente certi risultati hanno contribuito sia il comportamentismo sia una certa banalizzazione delle teorie di Freud.
L’esperienza del “fai da te” insegna che, se ci viene dato uno schema valido e delle istruzioni corrette, riusciamo a costruire con piena soddisfazione oggetti anche piuttosto complicati, mentre senza le istruzioni per l’assemblaggio avremmo fatto dei pasticci o rovinato tutto.
Questo spiega l’attuale popolarità di libri e manuali su “come fare” nei campi più svariati, persino su argomenti che riguardano i sentimenti più privati e i rapporti più intimi. I consigli che questo tipo di libri offre vengono accettati da molti senza esitazione, e tanto grande è il timore di sbagliare da parte dei genitori che non stupisce come il desiderio di comportarsi nel modo giusto con i propri figli abbia portato alla creazione di una vastissima letteratura su come allevare i bambini.
Inoltre, nella nostra società vige il pregiudizio quasi universale che esista un solo modo giusto di fare le cose, mentre tutti gli altri sono sbagliati; per cui, se si segue questo modo “giusto”, raggiungere lo scopo prefisso diventa un processo abbastanza semplice. Perciò, quando le cose si fanno difficili e complicate, i genitori tendono a pensare di non aver seguito il metodo giusto, altrimenti tutto sarebbe andato liscio e sarebbe riuscito alla perfezione. Effettivamente, quando, nell’assemblaggio di qualche oggetto complicato, le cose non tornano, andiamo a consultare il manuale delle istruzioni e il più delle volte scopriamo di avere commesso un errore. Se lo correggiamo e procediamo come dicono le istruzioni, ecco che subito i vari elementi combaciano perfettamente.
È su questa duplice convinzione che si basa il successo dei manuali del “fai da te”, unita all’esperienza che, effettivamente, se si seguono le istruzioni, si ottiene il risultato promesso. (…)

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I genitori che si affidano ai manuali del tipo “come allevare il vostro bambino”, stabiliscono nel loro subconscio un parallelo tra la forma più intima di rapporto interpersonale e l’assemblaggio delle funzioni di una macchina. (…)Tornando al nostro esempio, l’idea che vi sia un parallelo tra l’assemblaggio delle funzioni di una macchina e il funzionamento di un bambino (e ci si comporti poi di conseguenza), potrebbe essere per alcuni genitori un pensiero talmente aberrante che essi semplicemente non lo accettano. Per loro, tale parallelo, che pure determina i loro pensieri e le loro motivazioni, rimane inconscio. Altri genitori, riflettendoci sopra e sforzandosi seriamente di analizzare i propri pensieri e le proprie motivazioni, riescono a riconoscere che, sia pure senza esserne consapevoli, essi avevano effettivamente stabilito un parallelo tra il funzionamento del figlio e quello di una macchina. In questo caso, il parallelo non era stato rimosso nell’inconscio, ma era rimasto, fino al momento della sua riscoperta, nel subconscio.
In entrambi i casi, molti ne parlano nello stesso modo, dicendo per esempio che vorrebbero che il loro bambino desse delle “prestazioni” migliori, o “rendesse” di più a scuola (uno dei motivi più diffusi per cui ci si rivolge agli specialisti). Se invece a un genitore sta a cuore soprattutto che suo figlio abbia una vita soddisfacente e sia felice, è poco probabile che ne parli in questo modo. Anzi, è il parallelo operato nel subconscio tra due fenomeni assolutamente non paragonabili, come una macchina ben funzionante e una vita vissuta bene, che suscita nei genitori, quando i loro sforzi non riescono a “produrre” esattamente i risultati previsti, quel senso di intima insoddisfazione nei confronti propri e del figlio. Ne deducono allora che ci deve essere qualcosa che non va nelle loro “tecniche” educative, che devono avere applicato un “sistema scorretto”, perché altrimenti avrebbero ottenuto i risultati giusti. È questo tipo di mentalità che induce i genitori a ricorrere ai manuali per imparare “come fare” a fare i genitori, quando il problema vero non è “fare” ma essere dei bravi genitori.
Con questo non voglio dire che un genitore non debba preoccuparsi di fare del suo meglio con i figli, o che bisogna lasciare tutto al caso. È compito dei genitori offrire una guida ai figli attraverso il loro comportamento e i valori sui quali impostano la loro vita. Ma bisogna liberarsi dall’idea che esistano dei metodi infallibili che, se applicati correttamente, produrranno automaticamente risultati determinati e prevedibili. Qualunque cosa facciamo con e per i nostri figli dovrebbe scaturire naturalmente dalla nostra comprensione, comprensione anche emotiva, delle singole situazioni e del particolare rapporto che vorremmo avere con i nostri figli.

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Nel suo libro Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, Robert Pirsig dimostra che persino quando montiamo un congegno meccanico il fatto di ubbidire alle istruzioni ci priva della sensazione di essere creativi nel nostro lavoro. E questa, per un essere umano, è una perdita molto più grande del vantaggio che otteniamo quando seguire correttamente le istruzioni ci permette di montare facilmente i pezzi di un meccanismo; sicché persino nel caso di una macchina da montare i sentimenti che investiamo nel nostro lavoro sono determinanti per la soddisfazione che ne possiamo trarre. È raro sentirsi davvero contenti di noi stessi e di nostro figlio quando nei nostri rapporti applichiamo consigli pensati da qualcun altro: questo toglie al rapporto quella spontaneità che lo rende un’esperienza umanamente significativa e quindi realmente soddisfacente. (…)
Mentre riconoscere la nostra ignoranza in fatto di meccanica non intacca la nostra autostima, non riuscire a trovare da soli le soluzioni “giuste” a problemi educativi ci allarma e subito temiamo di essere dei genitori incapaci. È dunque con una buona dose di ansia e un certo intimo disagio che ci avviciniamo ai consigli che si possono trovare nei libri sull’educazione. (…)
Perché noi siamo costretti a leggere in un libro come abituare un bambino a fare i suoi bisogni sul vaso, o a mangiare di tutto, mentre altri genitori non sembrano neppure avere di questi problemi? E anche se tutti i libri premetto sempre che sono molti i genitori che hanno le stesse esigenze e incontrano le stesse difficoltà, noi sappiamo per averne parlato con altri genitori, che per alcuni di essi é così. Sappiamo di bambini che hanno imparato da soli a non bagnare il letto, di altri che hanno sempre dormito tutta la notte, di altri ancora che sono felici di avere un nuovo fratellino. Insomma, per ogni bambino che dà dei problemi ai genitori, ne esiste uno che non ne crea, o così sembra al genitore angosciato.
Inoltre, quando cerca di mettere in pratica un consiglio altrui, il genitore non può fare a meno di provare risentimento per il fatto che la condotta del figlio lo obblighi ad avere bisogno di consigli; è una debolezza molto umana, questa. Noi genitori, in quanto siamo adulti e capaci di un certo autocontrollo, abbiamo spesso l’impressione che nostro figlio non sarebbe dovuto neppure incorrere nella difficoltà in questione, o che comunque avrebbe dovuto essere in grado di risolvere da solo il problema: se altri bambini lo fanno, perché il nostro no? O forse (e questo è peggio di tutto) è colpa nostra se nostro figlio ha dei problemi dove altri non ne hanno? Se ragioniamo così, ci diventa ancora più difficile accogliere un consiglio con l’equanimità necessaria per comprenderlo e applicarlo correttamente. (…)
In realtà, quasi tutti i genitori sono capaci di agire in maniera ragionevole, di essere pazienti e comprensivi, quando non interferiscono le emozioni, in circostanze, cioè, che non evocano intensi sentimenti personali. Ma nel rapporto con i figli sono ben poche le situazioni che non evochino tali sentimenti- Il guaio è che molte volte, quando siamo convinti di avere un atteggiamento emotivamente neutro e di comportarci in modo del tutto razionale, in realtà non è vero. (…)

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Come già osservato, i consigli che vengono dati nei libri devono di necessità essere generici, presentare concetti astratti e conclusioni che nella migliore delle ipotesi si baseranno su situazioni analoghe alla nostra, senza mai pienamente rispecchiarne la specificità. Lo stesso vale per le spiegazioni e i suggerimenti offerti con le migliori intenzioni da parenti e amici. I loro consigli si basano sulla loro esperienza, che, dato che loro e i loro figli sono persone diverse da noi e dai nostri figli, non potrà veramente essere applicabile alla nostra situazione. Ciascun genitore e ciascun figlio sono individui unici, diversi da tutti gli altri; hanno avuto ciascuno una storia diversa e diverse saranno le loro reazioni a qualunque situazione data, nonché le loro reazioni reciproche. Inoltre non si danno mai circostanze perfettamente identiche. Quanti drammi familiari, piccoli e grandi, si potrebbero evitare se i genitori riuscissero a liberarsi da ogni idea preconcetta su come essi o i loro figli “dovrebbero” comportarsi. (…)
Tutti noi dobbiamo sforzarci di comprenderci meglio, non ultimo perché il tentativo di fare chiarezza su noi stessi ci consente di raggiungere una maggiore trasparenza nel rapporto con i nostri figli, con il conseguente arricchimento di tutta la nostra vita. La comprensione di ciò che siamo noi rispetto a determinati problemi educativi non ci può venire da nessun altro, neppure dallo specialista più esperto; la si può raggiungere solo sforzandosi di rimuovere gli ostacoli che si frappongono a una più chiara visione. Solo lo sforzo personale per giungere a questa comprensione più profonda può stimolare una vera crescita umana, in noi come nei nostri figli. Tutto quello che un libro può fare (…) è rivolgere l’attenzione su alcuni dei “problemi complessivi” che si incontrano nell’educazione dei bambini, additandone l’origine, il significato e l’importanza, e, soprattutto, proponendo, tra i molti possibili, un certo atteggiamento mentale nell’affrontarli.

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