Emozioni : l’altra parte di noi

Le emozioni si costituiscono come il background su cui si fonda la nostra vita; benché, certo, esse siano meno facilmente comunicabili che non i pensieri. Eugenio Borgna con il suo sensibilissimo linguaggio riesce a trasmettere il senso fondamentale della vita emotiva di ognuno di noi.
Eugenio Borgna
Le emozioni ferite. Feltrinelli

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Gli orizzonti di senso delle emozioni sono sconfinati (…).Le emozioni dicono quello che avviene in noi, nella nostra psiche, nella nostra interiorità, nella nostra anima. Le emozioni nascono immediatamente in noi; ce ne sono nondimeno alcune che ci è possibile rimuovere, o tenere sotto controllo; e altre che sono inafferrabili e incontrollabili, e che ci è solo possibile rivivere in noi. Non c’è solo, in ogni caso, la conoscenza razionale ma anche la conoscenza emozionale che ci porta nel cuore di alcune esperienze di vita irraggiungibili dalla ragione cartesiana. (…) Le emozioni sono infinite: ci sono emozioni forti ed emozioni deboli che nondimeno sconfinano, o almeno possono sconfinare, le une nelle altre.
L’ansia, l’inquietudine dell’anima, la tristezza, la nostalgia, la vergogna, la serenità, la gioia, l’ira, che a volte si sovrappongono, e si intrecciano, e a volte si manifestano nella loro autonomia semantica. Ogni emozione si confronta con un orizzonte di senso, con un alterego, con un tu, con un oggetto che può essere interno, o esterno, e ogni emozione ha un suo proprio tempo interiore che si fa evidente in alcune emozioni come sono la noia, l’attesa e la speranza. Quando si parla di tempo non ci si riferisce, ovviamente, al tempo dell’orologio ma al tempo soggettivo, al tempo vissuto: il tempo interiore della speranza è il futuro come quello dell’attesa, il tempo interiore della nostalgia e della tristezza è il passato, benché con incrinature diverse, il tempo della gioia è il presente così friabile e così inafferrabile, il tempo dell’ira è il presente dilatato, e deformato, in slanci di aggressività, il tempo dell’ansia è il futuro: un futuro che si rivive come già realizzato nelle ombre dolorose di una morte vissuta come imminente. (…) Le emozioni costituiscono il fondamento su cui si svolge la nostra vita; benché esse siano più difficilmente comunicabili che non i pensieri: a disposizione dei quali sta sempre il linguaggio. Le parole, invece, servono poco ad esprimere le emozioni che noi proviamo; e, di sovente, perfino la natura delle nostre emozioni ci è oscura e ignota. Quando diciamo di avere “dolore”, “angoscia”, o “piacere”, non sentiamo tutti la stessa cosa, e non siamo talora nemmeno in grado di descrivere queste emozioni. Le emozioni, anche perché la loro origine e la loro descrizione destano molti enigmi, sono oggi considerate molto più seriamente che non nel passato. Emozioni e ragione, esperienze emozionali ed esperienze razionali, formano una unità molto stretta, e solo chi dà ascolto alle proprie emozioni, e le prende sul serio, può realizzare cose “ragionevoli”.

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Le emozioni, i modi di vivere le proprie emozioni, si rispecchiano nei modi di essere, nei modi di trasformarsi, del corpo: del corpo vivente; e molte emozioni, inespresse verbalmente, possono essere decifrate solo analizzando questi modi di essere, queste metamorfosi, del corpo. Non è facile interpretare il linguaggio del corpo, i suoi diversi linguaggi, se non ci si educa ad ascoltare le regioni segrete dei volti e degli sguardi: gli orizzonti sconfinati della vita emozionale così lontani da quelli della vita razionale. (::Le emozioni si stratificano e si manifestano nei modi di essere del corpo: la depressione e l’angoscia stravolgono i linguaggi del corpo che sono divorati dal silenzio e dall’oscurità, o dal timore e dal tremore che dilagano negli sguardi e nella voce: è possibile percepire, e riconoscere, la propria voce ma non sentirla come appartenente al proprio corpo: venendo meno la componente forse essenziale e decisiva della propria identità. (…)
Ogni nostra emozione, la paura e l’angoscia, l’insicurezza e l’inquietudine, la rassegnazione e l’indifferenza, la tristezza e lo sconforto, il taedium vitae e lo smarrimento, la gioia e la speranza, cambia in noi il modo di essere-nel-mondo: il modo di incontrarci con gli altri e con noi stessi. In ogni nostra emozione non cambiano solo gli scenari della nostra vita interiore ma anche quelli del mondo in cui siamo immersi. Cambiano i colori del mondo e le sue luci, le sue ombre e i suoi crepuscoli, i suoi bagliori e i suoi silenzi. Cambia insomma la fisionomia del nostro mondo, e cambia la fisionomia del mondo di chi stia male, in particolare, quando le emozioni dilagano nei cuori. Così, se vogliamo conoscere meglio la vita emozionale dei pazienti, è utile cercare di conoscere come i pazienti vivano, e descrivano, il loro mondo. Nella tristezza il mondo si inaridisce, e si svuota di risonanze coloristiche, si oscura e si fa lontano; mentre nella gioia il mondo diviene luminoso e talora sgargiante quando la gioia è la gioia panica (…).
Non saprei come meglio indicare quali possano essere le relazioni emozionali che collegano l’esperienza dell’io con l’esperienza del mondo, nel senso della fenomenologia, se non ricorrendo alle bellissime riflessioni che, su questo tema, ha svolto J.H. van den Berg. “Nel libro autobiografico Si le grain ne meurt, André Gide narra un episodio della sua infanzia che getta molta luce sulla natura dei contatti umani. In un giorno di mezza estate Gide, allora bambino, fece una passeggiata con la sua governante, recandosi a cogliere fiori in una valle. Timoroso che la ragazza si fosse troppo allontanata, il bambino ad un certo punto alzò gli occhi; proprio in quel momento la ragazza emergeva dalla cupa ombra di un frassino nella piena luce del sole. Aveva fra le braccia un fascio di spiree di palude e in testa un cappello leggero, la cui larga falda le proteggeva la faccia dal sole. Rise, e al bimbo parve di vedere l’estate stessa. ‘Perché ridi?’ chiese. ‘Perché sono viva!’, fu la gaia risposta.’ ‘È una così bella giornata.’ In quel momento, scrive Gide, la valle si riempì d’amore e di felicità.” (…)

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Ridiscendere negli abissi della nostra vita interiore, e riguardare i volti, e le voci, delle emozioni che vivono e gridano in noi, e negli altri-da-noi, significa anche riconoscere quali siano le immagini del mondo che ad ogni emozione si accompagnano in noi e negli altri-da-noi.

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Leggi articolo di Eugenio Borgna: Solitudine e isolamento