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le emozioni distruttive

Le emozioni distruttive

Le emozioni sono una parte fondamentale della vita di un essere umano, ma non tutte sono ugualmente utili o ci aiutano a conoscere la realtà che abbiamo intorno. Le emozioni distruttive, infatti,  inquinano la nostra mente impedendoci di “vedere” le cose con oggettività. Per questo motivo le emozioni distruttive sono negative e vanno combattute impedendo ad esse di guidare il nostro comportamento e i nostri pensieri.

“Per chiarire ulteriormente questa distinzione cruciale tra la concezione buddhista e quella occidentale delle emozioni, Matthieu offrì una panoramica estremamente concisa della questione, affrontandola dal punto di vista della psicologia buddhista. Cominciò descrivendo un parametro molto diverso da quello usato in Occidente per identificare un’emozione come distruttiva: essa è tale non tanto se provoca danni evidenti ma se ne provoca uno ben più sottile, e cioè se distorce la percezione della realtà. «Come si distinguono le emozioni costruttive da quelle distruttive in una prospettiva buddhista?» continuò. «In linea di massima, un’emozione distruttiva – alla quale ci si riferisce anche come a un fattore che “oscura” o “affligge” – è qualcosa che impedisce alla mente di riconoscere la realtà per quello che è. In presenza di un’emozione distruttiva, ci sarà sempre uno iato tra apparenza ed essenza delle cose. «Un attaccamento eccessivo, ad esempio il desiderio, ci impedirà di riconoscere l’equilibrio tra il piacevole e lo spiacevole, il costruttivo e il distruttivo o le qualità di qualcosa o di qualcuno, spingendoci per un certo periodo a cogliere nell’oggetto un fascino assoluto e dunque incitandoci a volerlo. L’avversione ci impedisce invece di vedere certe qualità positive dell’oggetto, rendendoci totalmente negativi nei suoi confronti e facendoci desiderare di ripudiarlo, di distruggerlo o di allontanarci da esso. «Tali stati emotivi compromettono la capacità di giudizio e una corretta valutazione della natura delle cose. Ecco perché diciamo che oscurano: oscurano il modo di essere delle cose.”

Commento: Le emozioni distruttive sono tali perché il loro manifestarsi oscura e limita la libertà dell’individuo. Infatti esse quando si impossessano della nostra mente agiscono nel determinare una concatenazione dei pensieri costringendoci a pensare e ad agire in maniera automatica. È esperienza comune che quando siamo arrabbiati la nostra mente comincia a ruminare una serie di pensieri e “immagini” su cui non abbiamo alcun controllo, che si susseguono nel nostro spazio mentale senza che noi possiamo gestirli. Semplicemente si “impossessano” di noi. Ed è altrettanto esperienza comune che spesso in quello stato affermiamo di non essere in noi o di essere scarsamente lucidi. Questo vuol dire che le emozioni distruttive inquinano la nostra mente e ci tolgono la libertà. Al contrario le emozioni definibili come costruttive comportano una valutazione più oggettiva di quanto viene percepito dal momento che esse, non offuscando la nostra mente, si fondano su un uso più sano della ragione.

Da quanto detto, dunque, le emozioni distruttive intese sono qualcosa che comporta un danno a noi stessi e agli altri. In questo discorso è utile aprire una parentesi a proposito delle valutazione delle azioni: queste non sono in sé buone o cattive in maniera assoluta. Anche se la morale (anzi, sarebbe più corretto dire le morali) prescrivono ciò che è giusto o sbagliato, buono o cattivo, in realtà tale valutazione dipende sempre da molti fattori contestuali. Come ci ricorda Daniel Goleman: “esiste soltanto il buono e il cattivo – il danno in termini di felicità o di sofferenza – che i nostri pensieri e le nostre azioni provocano in noi o in altri.” Le emozioni distruttive, in questo senso, hanno conseguenze che sono sempre indirizzate alla sofferenza nostra o degli altri. Quindi un buon criterio per valutare se una azione sia buona o cattiva è, per esempio, comprendere quale sia l’emozione sottostante che l’ha generata o che la sostiene.

Le emozioni costruttive rappresentano inoltre un buon antidoto contro le emozioni distruttive. Facciamo un esempio prendendo due emozioni opposte fra loro: l’odio e l’altruismo. L’odio muove da un desiderio di arrecare danno a qualcuno, di distruggere qualcosa; l’amore altruistico è, invece, l’emozione opposta a questa ed è facile comprendere come essa agisca come antidoto rispetto al desiderio di recare danno. L’amore altruistico si oppone all’animosità verso gli altri poiché come sottolinea Daniel Goleman: “sebbene sia possibile provare alternativamente amore e odio, non si può provare contemporaneamente questi due sentimenti nei confronti di una stessa persona o di uno stesso oggetto. Di conseguenza, più si coltivano l’affetto, la compassione e l’altruismo – più essi pervadono la nostra mente – e più il loro opposto, il desiderio di recare danno, è costretto a diminuire e forse a scomparire.”

Infine è utile ricordare che quando definiamo una emozione come negativa o distruttiva, non significa che noi non dobbiamo provare tale emozione (anche se questo potrebbe essere un punto di approdo dopo un profondo cammino di sviluppo personale) ma che dobbiamo apprendere a non cedere ad essa perché farlo vorrebbe dire andare incontro a una minore felicità, benessere, e perdere la nostra lucidità e libertà, distorcendo il nostro rapporto con la realtà.

Dalai Lama e Daniel Goleman, Emozioni distruttive, Oscar Mondadori

Leggi altri pensieri di Daniel Goleman: La consapevolezza delle emozioni

Leggi articolo su: Come liberarsi da emozioni negative

la rabbia

La rabbia un’emozione tossica

La rabbia è un’emozione negativa che è possibile vedere in azione in ognuno di noi in ogni momento. Anche se riteniamo che sia “spontaneo” manifestare la rabbia e, dunque, che essa sia un’emozione contro la quale non possiamo fare nulla, in realtà si tratta di una considerazione sbagliata che ha come unico scopo quella di autorizzarci a manifestarla. Cominciamo a pensare che le manifestazioni della rabbia possono anche essere controllate e che questo va a vantaggio non solo della nostra salute ma anche dei nostri rapporti con gli altri…

“E fintanto che pensi che l’ ira fa parte della natura umana, hai una certa qual ragione per accettarla e non farci nulla. Se decidi di conservarla, sfogala pure, la tua ira, manifestala in modi possibilmente non distruttivi. Ma comincia a pensarti capace di apprendere a ragionare diversamente, quando sei frustrato, in maniera che all’ira paralizzante possano sostituirsi emozioni che meglio ti ripaghino. Fastidio, irritazione, disappunto, è quasi certo che continuerai a provarne, perché il mondo non sarà mai come lo vuoi tu. Ma l’ira, questa perniciosa reazione emotiva agli ostacoli, può essere eliminata. Può darsi che tu prenda le difese dell’ ira, perché ti fa ottenere ciò che vuoi. Bene, osserva più attentamente. (…) Nella tua mente corre la frase nevrotica: “Perché non riesci ad essere di più come me? A quest’ora, invece di arrabbiarmi, ti vorrei bene”. Ma gli altri non saranno mai come li vorresti sempre. Le persone e le cose non vanno quasi mai come vorresti. Così va il mondo, e le probabilità che esso cambi sono zero. Ogni volta, dunque, che scegli l’ira quando ti scontri con qualcuno o qualcosa che t’indispone, la tua decisione è quella di recarti danno e lasciarti immobilizzate dalla realtà. Ora, ciò è veramente sciocco. Adirarsi per cose che non c’è verso di cambiare! Anziché scegliere l’ ira, potresti cominciare a pensare che gli altri hanno il diritto di essere diversi da come li vorresti. Può darsi che ciò non ti piaccia, ma non conviene che ti ci arrabbi. A te la scelta: o l’ira, o una nuova mentalità che ti aiuti ad eliminare il bisogno di adirarti. (…) Si potrà anche manifestare un’ira contenuta, ma il fine ultimo è quello di imparare a ragionare in modi che non ingenerino ira dicendosi, ad esempio: “Se vuol fare il deficiente, io non intendo arrabbiarmi. È lui, non io, che fa lo stupido”, oppure “Le cose non vanno come io penso che dovrebbero. Non mi va, ma non ho intenzione di restarne paralizzato”. Il primo passo consiste nell’apprendere a manifestare ira con nuovi e coraggiosi modi di comportarsi. In seguito, a forza di ragionare in maniera diversa, tale che consenta di trasferire dall’esterno all’interno il fuoco della propria salute mentale, si raggiungerà il traguardo rifiutandosi di considerarsi proprietari del comportamento altrui. Tu puoi apprendere a non conferire a idee e comportamenti altrui il potere di farti adirare. Con un’alta stima di te stesso, e rifiutando di lasciarti influenzare dagli altri, non ti farai prendere dall’ira e non ti recherai danno.”

COMMENTO – La rabbia è un’emozione negativa ed è tale non perché sbagliamo a sentirla in noi ma perché le sue manifestazioni esterne inquinano la nostra mente e i le nostre relazioni con gli altri. Siamo portati a ritenerla un’emozione “naturale” è quindi questo ci autorizza a esprimerla senza cercare di gestirla o di controllarla. Eppure l’espressione della rabbia non è mai così benefica: ci lascia sempre una sensazione sgradevole per noi stessi per esserci lasciati andare ad essa; ci rende nel momento in cui la manifestiamo completamente privi di consapevolezza, arrivando a compiere azioni o a dire cose che altrimenti non vorremmo (per capire questo è sufficiente guardare le persone arrabbiate e all’effetto che hanno su di noi); ha effetti distruttivi sugli altri. Non siamo costretti a manifestare la nostra rabbia anche se essa è un sentimento che possiamo sperimentare. Così se siamo convinti degli effetti negativi che la sua esternazione comporta, possiamo apprendere a evitarne l’espressione. Inizialmente è importante voler fare questo, dunque imporci di non manifestarla. Lo dobbiamo fare avendo maturato tale convincimento, altrimenti dopo un po’ di tempo, non facendocela più, la esploderemmo comunque fuori di noi. Dobbiamo essere convinti che sia un bene non cedere alla rabbia e che se riusciamo a fare questo ci saranno due conseguenze: raggiungeremo un maggiore controllo di noi stessi; daremo un minor poter agli eventi che accadono nella realtà esterna di agire su di noi. La nostra crescita personale sta anche nel comprendere che certi modi di essere risultano nocivi e che, quindi, è saggio evitarli.

Dyer Wayne, “Le vostre zone erronee”, BUR

Leggi altri pensieri di Dyer Wayne: il senso di colpa

Leggi articolo su: Come gestire la rabbia

le emozioni negative

Le emozioni negative e il lavoro su di sé

Le emozioni negative richiedono un profondo lavoro su noi stessi prima di riuscire a evitare che i loro effetti influenzino la nostra vita. Il primo passo è quello di riconoscere con sincerità i loro nefandi effetti e, quindi, maturare la volontà di impegnarsi in un lavoro per contrastarle. Successivamente dovremo apprendere a “convertire” l’energia altrimenti usata per manifestarle, per osservare noi stessi, spostando l’attenzione sulle nostre fragilità agli stimoli esterni…

Senza esagerare possiamo dire che il centro emozionale (uno dei tre centri di cui si compone l’essere umano insieme a quello istintivo/motorio e intellettivo) raramente funziona in forma corretta, a causa dell’azione delle emozioni negative, generate come una sorta di infezione dal nostro vivere. Possiamo assistere oggi al fenomeno per cui sono proprio le emozioni negative a governare la vita, e le persone si aggrappano sempre di più ad un immaginare negativo piuttosto che ad altre cose. L’unico modo di far cessare la deleteria influenza delle emozioni negative é che ciascun individuo sperimenti e comprenda, rendendosi conto di cosa siano le emozioni negative. E questo iniziando da se stesso. La possibilità di neutralizzare le emozioni negative e la loro influenza si concretizza solo se lavoriamo sinceramente su di esse dal più profondo di noi stessi, interiormente, e percependo con la nostra individualità il vero orrore che esse suscitano oltre che l’inutilità di suddette emozioni. Questo è il vero senso del lavorare interiormente su di noi. Si può lavorare su se stessi a differenti livelli di profondità. Si può lavorare per ragioni superficiali o per ragioni più profonde. In genere le persone lavorano su se stesse con la speranza di ottenere una ricompensa o un elogio, oppure per via di un dovere, oppure per vanità od orgoglio, o ancora per cercare di piacere a qualcuno, per imitazione, per timore, per il timore di perdere la propria reputazione, o di una critica ecc. Tutti questi motivi, tuttavia, non sono intrinseci  all’individuo e quindi producono un lavoro puramente esteriore. Questi motivi rappresentano  solo dei sostituti del nostro vero “Io”.

Possiamo individuare due momenti in cui, nel corso del lavoro su se stessi, ci si può rapportare in maniera differente con le emozioni negative. La prima opportunità possiamo coglierla nel momento in cui iniziano ad agire quegli Io che giustificano le emozioni negative. Ad esempio, se una persona con cui ci stiamo relazionando mostra un atteggiamento che ci disturba o infastidisce, anziché iniziare a pensare che questa persona sta sbagliando e che desidereremmo cambiarla la, è più utile concentrare la nostra attenzione su noi stessi. A cosa dovremmo fare attenzione? Dovremmo renderci conto che in quel momento in cui sperimentiamo irritazione noi stiamo giudicando l’altra persona; in realtà ciò che origina il nostro fastidio è una frizione che si è venuta a creare perché l’atteggiamento espresso da questa persona sta toccando qualche nostra debolezza o fragilità. In questo modo la nostra attenzione, supportata dall’energia dell’emozione negativa, va indirizzato a cercare di cambiare il nostro atteggiamento, nel tentativo di migliorarci.

Spostare l’attenzione su noi stessi, ovviamente, non significa rivolgere l’espressione del le emozioni negative verso noi stessi (arrabbiandoci con noi stessi o denigrandoci) dal momento che questa manovra non ci permetterebbe comunque di ottenere nulla e si rivelerebbe costruttiva. L’obiettivo del lavoro sul le emozioni negative è di creare in noi nuovi atteggiamenti in sostituzione dei vecchi, capaci di indirizzare le nostre energie verso la realizzazione e lo sviluppo del nostro Essere. Analogamente, il lavoro con le emozioni negative non vuole promuovere un facile “buonismo”, ma è finalizzato a creare non solo un cambiamento in noi ma anche un diverso rapporto tra noi e la realtà esterna. Così, rispetto all’esempio che stiamo utilizzando, il fastidio provato per l’atteggiamento manifestato dalla persona con cui siamo in relazione, se opportunamente “usato” ci farà comprendere quale è la nostra debolezza che esso ha stimolato, ci consentirà di occuparci di questo aspetto di noi e, infine,  ci porterà alla comprensione dell’eventuale impossibilità di creare una relazione con tale persona senza che questo sia fonte di negatività, grazie un distacco consapevole.

Trattando del lavoro sulle emozioni negative è bene proporre una breve digressione a proposito delle difficoltà del lavoro su se stessi, dal momento che proprio affrontando le emozioni negative è facile scontrarsi con esse. Affrontando le emozioni negative che per  la loro natura tendono a manifestarsi con incredibile velocità, si sperimenteranno molti attriti tra il desiderio di lavorare su di sé e gli inevitabili fallimenti e la fatica (soprattutto nelle fasi iniziali) avvertita. Inoltre, osservando noi stessi via via ci accorgiamo che l’esistenza fino ad allora condotta finiremo per non sentirla più nostra perché, come un serpente che muta la propria pelle, stiamo cambiando; in questo percorso avvertiremo in maniera sempre più netta il peso e l’ingombro della nostra falsa personalità. Più volte saremo tentati di fermarci e potremmo sperimentare dei momenti difficili dal momento che lavorando su noi stessi, verremo a trovarci come in mezzo ad un guado in cui stiamo per abbandonare qualcosa che sentiamo non corrisponderci più ma a favore di qualcosa che è solo ancora a livello embrionale. Lasciare qualcosa con cui abbiamo sempre vissuto per abbracciare una nuova visione e un nuovo modo di Essere che solo faticosamente intravediamo, può generare un senso di precarietà e insicurezza, e questo potrebbe portare alla creazione di nuove emozioni negative.

Proprio per queste ragioni può essere utile il fatto di trovarsi ad affrontare simili cambiamenti supportati da un percorso psicoterapeutico. É di fondamentale importanza sottolineare la difficoltà del lavoro su se stessi, per non coltivare inopportune illusioni e atteggiamenti ingenui in grado di provocare più danni che benefici durante il lavoro. Ogni volta che ci troviamo a pensare che qualcuno fa qualcosa di sbagliato nei nostri confronti, giudicando i comportamenti degli altri rispetto a noi stessi, possiamo provare a fare qualcosa di diverso anziché lasciarci andare a emozioni negative. Ad esempio, possiamo cercare di ascoltare il nostro centro emozionale stimolato dall’esterno, percependo il nostro stato e le nostre condizioni rispetto ai pensieri che stiamo facendo; in questo modo, con il tempo, apprenderemo a diventare sensibili e a riconoscere quei nostri Io che vengono attivati dalle interazioni con gli altri e che costituiscono l’origine delle emozioni negative. Solo così sarà possibile costruire un nuovo atteggiamento di analisi in maniera tale da rivolgere l’energia emozionale alla conoscenza di noi, allo sviluppo del nostro Essere e non a scaricarla verso l’esterno nell’illusione di un effetto catartico.

Tuttavia, potrebbe capitare di trovarci già nella spirale dell’emozione negativa avendo dato spazio a quegli Io in grado di rilasciare tali emozioni. In una simile situazione l’atteggiamento migliore è quello di impegnarsi e sforzarsi di non esprimerle. Quando stiamo per rilasciare l’emozione negativa, dobbiamo trovare la forza di deviare quell’energia verso qualche cosa che torni a noi utile dal punto di vista del lavoro su noi stessi. In questo modo le emozioni negative possono esprimere la loro potenzialità di alimentare un più elevato stato di consapevolezza nel momento che deviando la loro carica dall’esterno all’interno, le sfruttiamo per una maggiore comprensione di noi stessi. Tutto ciò finisce per alimentare quell’aspetto del lavoro che è il ricordo di Sé in cui essendo consapevoli di noi stessi e di ciò che siamo, possiamo dirigere la nostra energia verso espressioni diverse. In questi momenti, lavorando su le emozioni negative, riusciamo a vedere le cose in un modo nuovo rispetto a come siamo abituati. Ci apparirebbe più chiara la nostra capacità di poter scegliere chi vogliamo essere e che questa cosa è alla nostra portata; riusciremmo a capire cosa significa che un modo di essere o una esperienza sono più “elevate” di altre. Si tratta di condizioni che è possibile raccontare poco con le parole dato che stiamo parlando di percezioni del nostro Essere che arriva a “sentire” che nuove possibilità si rendono disponibili.

Lo ripetiamo: tutto questo non significa reprimere le emozione. Se il nostro sforzo sta solo nel trattenere l’emozione pensando che questo ci renda persone migliori, commettiamo uno sbaglio. La semplice repressione genera altre emozioni negative rivolte a noi stessi , o semplicemente rimandate ad un altro tempo generando quella situazione dei conti in sospeso. Bloccare l’emozione negativa è costruttivo solo se deviamo la sua energia (dedichiamo il nostro impegno) al fine di aumentare la comprensione di noi nel momento in cui le cose stanno accadendo.

Questo post è parte di un percorso per stimolare in chi legge un lavoro su di sé ispirato alle idee della Quarta Via riviste nell’ottica della psicologia attuale. Nel corso dei post verranno fornite anche le indicazioni per una serie di esercizi volti a focalizzate l’attenzione sull’osservazione di se stessi al fine di acquisire una consapevolezza maggiore. Ogni post è di per sé esaustivo, ma chi intendesse usare questa risorsa per cominciare a lavorare su di sé, è importante seguire la cronologia dei post come progressione logica degli argomenti.

Leggi lezione n. 12: Le emozioni negative e la loro gestione

Leggi: Come affrontare le emozioni negative

emozioni negative

Le emozioni negative e la loro gestione

Le emozioni negative inquinano gran parte della nostra vita senza che noi ce ne rendiamo conto. In genere ci sentiamo, addirittura, autorizzati a sperimentarle e ad esprimerle perché crediamo che esse siano causate dagli altri e dalle circostanze sterne a noi. In realtà le cose non stanno così…. Scopriamo insieme come gestire le emozioni negative.

Le emozioni negative sono costituite da un sistema di risposte emozionali come ad esempio la rabbia, l’invidia, il malumore, la depressione, etc., appreso e sviluppato sin dall’infanzia sia per mezzo dell’imitazione sia attraverso l’educazione ad esprimere tali emozioni in maniera errata. Per esempio, un bambino può apprendere che far ricadere la colpa su qualcun’altro può essere un modo per evitare di prendere una punizione; l’apprendimento di un siffatto schema può, in età adulta, condurre al convincimento che tutto ciò che gli accade è responsabilità degli altri, i quali devono prendersi cura di lui, garantendogli le condizioni necessarie al suo benessere e tranquillità; nel caso in cui ciò non accada così come questo adulto immagina, egli si sentirà autorizzato a lamentarsi e a deprimersi per ciò che gli altri non fanno. Le emozioni negative fanno parte della nostra vita e ogni persona si trova ad esprimerne diverse nella propria quotidianità:  i cattivi umori, sovrabbondanti preoccupazioni , la perenne attesa di qualcosa di sgradevole, inutili dubbi, paure infondate, inconsistenti sentimenti di offesa o di continua irritazione.

Alla base delle emozioni negative vi è un atteggiamento che le nutre e che permette il
loro mantenimento ed esistenza. In cosa consiste tale atteggiamento? Quando viviamo una certa situazione che si discosta da ciò che immaginavamo o desideravamo, quando qualcuno si comporta in maniera sbagliata verso di noi, allora si attivano dei gruppi di Io che giustificano non solo l’emozione negativa sperimentata ma anche la sua manifestazione. Ma come si fa a non provare rabbia, invidia, preoccupazione, malumore, etc.? In realtà la risposta a questa domanda deve partire da una considerazione: difficilmente riusciamo a considerare il fatto che ciò che riceviamo dall’esterno sia collegato ha ciò che è il nostro essere. Così, non ci rendiamo conto che la “capacità” di uno stimolo esterno di farci arrabbiare, di metterci di malumore, di provare invidia è collegato a ciò che noi siamo. Al contrario, in genere riteniamo che il fatto che noi proviamo emozioni negative sia responsabilità degli altri, delle cose che accadono dal momento che tutto questo non è come immaginiamo o desideriamo.

Il percorso che porta a ridurre l’esperienza delle emozioni negative è complicato dal momento che la mancanza di consapevolezza e la loro estrema meccanicità, rendono difficile l’operazione di disinnesco. Mentre lavoriamo su noi stessi, tuttavia, una tappa intermedia che può aiutarci in questo obiettivo è quella di riuscire a impedirci la manifestazione delle emozioni negative. Ciò non significa negarle o rimuoverle ma semplicemente apprendere il loro controllo cosciente, consapevoli del fatto che agire le emozioni negative equivale a inquinare la nostra mente. In ogni caso, quando ci concediamo di esprimere negatività vuol dire che siamo stati indulgenti rispetto alla nostra difficoltà a compiere uno sforzo per migliorarci.

In alcune circostanze le persone sono maggiormente inclini a esprimere le emozioni negative. Gli Io che le favoriscono, le acconsentono e le nutrono (quegli Io da cui in parte esse nascono in quanto nostre fragilità, e che in parte le giustificano) sono strutture silenti che sono sempre potenzialmente attivi in noi. In genere essi sono tenuti a bada, nelle persone con maggiore equilibrio, da un Io più forte e responsabile, ma  ci sono dei momenti in cui siamo più stanchi o oberati da qualche preoccupazione e quindi meno attenti o inclini a controllare questi gruppi di Io. In tali situazioni questi Io ci fanno provare con più forza emozioni negative e così capita che tutto ciò che abbiamo dentro lo mostriamo fuori facendolo uscire. Come dicevamo più sopra, prima ancora di arrivare ad un livello del nostro Essere per cui l’esperienza stessa delle emozioni negative si riduce, dobbiamo in via preliminare apprendere a non esprimerle . Ma perché è così importante non esprimere le emozioni negative?

Osservando i processi che governano le emozioni negative potremmo accorgerci del fatto che la loro manifestazione (e ancor più la loro espressione)  sviluppa in noi situazioni di intossicazione. Ciò accade perché l’espressione meccanica (istintiva) delle emozioni negative deriva da una elaborazione non corretta della situazione, tutta sbilanciata nell’attribuire alla realtà esterna la responsabilità della nostra reazione. Così facendo, l’espressione delle emozioni negative produce una distorta visione e comprensione delle “regole” che governano il nostro rapporto con la realtà e con gli altri. Ciò conduce ad una illusoria risoluzione del problema venendosi a creare una successione di eventi il cui unico risultato sarà la dissipazione delle nostre energie e la complicazione delle cose. Il processo di intossicazione non rimane una faccenda esclusivamente interna all’individuo ma può estendersi anche ai rapporti interpersonali fino ad arrivare a distruggerli. Un banale esempio di questa “intossicazione” esterna è il caso in cui un genitore esprime la sua rabbia verso il proprio figlio per il cattivo andamento scolastico: è insano sperare che questo lo aiuti dal momento che servirà solo a generare paura oppure situazioni del tipo “conti in sospeso”, quindi esattamente l’opposto di ciò che intenzionalmente si vorrebbe ottenere.

Con l’osservazione di noi è, quindi, fondamentale renderci conto di quanto ci viene portato via dall’espressione delle emozioni negative; solo da questa consapevolezza può nascere il desiderio di lavorare su di esse, al fine di indebolire quelle parti di noi che giustificano la loro espressione e che ci portano a credere che con gli altri è giusto essere spontanei nel mostrare anche le nostre negatività. Cosa fare per cominciare a lavorare su se stessi rispetto alle emozioni negative? Bisogna partire sempre dall’osservare se stessi. Questo è quello che bisogna cercare di fare all’inizio e ciò a cui ritornare sempre.

Accanto a ciò il lavoro su di sé ci chiede di “non fare” alcune cose tra cui lottare contro le emozioni negative, cercando in prima istanza di non manifestarle. Il lavoro su noi stessi inizia ponendo in primo piano l’attenzione interiore tramite l’osservazione di sé. Una persona deve cominciare a vedere da se stessa cosa succede in lei e questo è possibile solo se l’attenzione la rivolgiamo a noi stessi: per esempio guardare le proprie emozioni negative anziché osservarle solo nelle altre persone. È necessario che chi è impegnato nel lavoro su se stesso “veda” e sperimenti  cosa vuol dire identificarsi con le proprie emozioni negative e cosa vuol dire non identificarsi con esse. Una volta fatto questo avremo capito qual è l’aspetto pratico del lavoro su di sé e se ne sarà compreso il suo aspetto esperienziale. Il lavoro su se stessi parte dunque con l’osservazione di sé e subito dopo aggiunge a questo le indicazioni di ciò che si deve provare a non fare, di quegli atteggiamenti in cui si deve evitare di cadere, e di quello che si deve impedire in noi e non alimentare. In questo lavoro di “pulitura della macchina” un aspetto molto importante di questa ripulita concerne le emozioni negative e l’abituale abbandono ad esse. Il Lavoro sul nostro Essere, per ciò che riguarda la parte emozionale della nostra mente, richiede lo sforzo di osservare e di comprendere l’esistenza delle emozioni negative in noi, scoprirne l’origine, il percorso che seguono, e gli effetti che producono. Quando riusciamo ad avere una piena consapevolezza di qualcosa in noi stessi, siamo nella condizione di poter cambiare questo qualcosa. Soltanto una certa consapevolezza di questo qualcosa in noi, comincerà a cambiarla. Una volta che abbiamo osservato qualcosa in noi stessi, nel nostro essere, saremo allora portati a vedere anche altre cose. È necessario capire che in questo lavoro è il nostro essere che deve cambiare e deve farlo definitivamente in tutte le sue parti e che tale cambiamento deve avvenire nel qui ed ora.

Questo post è parte di un percorso per stimolare in chi legge un lavoro su di sé ispirato alle idee della Quarta Via riviste nell’ottica della psicologia attuale. Nel corso dei post verranno fornite anche le indicazioni per una serie di esercizi volti a focalizzate l’attenzione sull’osservazione di se stessi al fine di acquisire una consapevolezza maggiore. Ogni post è di per sé esaustivo, ma chi intendesse usare questa risorsa per cominciare a lavorare su di sé, è importante seguire la cronologia dei post come progressione logica degli argomenti.

Leggi lezione n. 11

Leggi sulle emozioni negative

ostacoli

Gli ostacoli verso la consapevolezza

Gli ostacoli verso la consapevolezza sono una serie di atteggiamenti che agiscono per lo più meccanicamente che ci impediscono di avere una reale conoscenza di noi. Tali ostacoli non proverranno dal mondo esterno ma dal nostro mondo interno. Dobbiamo prima di tutto iniziare a studiare gli ostacoli che ci tengono addormentati, perché riconoscendo i momenti e le situazioni in cui entrano in funzione saremo poi in grado di bloccarli.

Una domanda che è utile porsi è come mai l’uomo non è “sveglio”, ossia consapevole? In altri termini, perché è necessario il lavoro su di se stessi? Per quale motivo dobbiamo apprendere ad essere coscienti di noi e come mai non lo siamo naturalmente? Il livello dell’essere di una persona in condizioni ordinarie è quello di un individuo addormentato (leggi il post n. 6), sottoposto a stimoli che talvolta lo destano ma solo per brevi periodi.  La prima cosa da fare per conquistare la consapevolezza, uscendo così dal “sono” e dal funzionamento automatico, è quella di apprendere quali sono quei modi di funzionare della nostra macchina che ci tengono addormentati. Infatti, solo conoscendoli potremo poi lavorare per modificarli. Il risveglio è infatti possibile solo se riusciamo a rendere l’idea della presenza a noi stessi creando un nostro centro di gravità permanente che ci impedisca di essere in balia dei tanti Io che si alternano nel corso del tempo.

La psicologia che si rifà all’insegnamento della Quarta Via individua una serie di manifestazioni, comuni in tutti gli individui, che concorrono a mantenerci nello stato di “sonno”, schiavi dei nostri automatismi. Esse rappresentano gli ostacoli al risveglio e l’obiettivo è quello di impegnarci per la loro eliminazione. Lavorando su noi stessi attivamente, nel tentativo di contrastare la manifestazione di questo ostacoli, creiamo le condizioni per rafforzare e prolungare i momenti di presenza a noi stessi. Gli ostacoli al risveglio sono rappresentati da questi meccanismo:

  • l’immaginazione. Consiste nella meccanicità associativa dei pensieri, dei ricordi e nella sequenza automatica di sogni e fantasticherie distaccate dalla realtà e riguardanti qualcosa che cambia di continuo senza che ci sia alcun controllo o risultato. L’immaginazione si fonda sulla mancanza di contatto e di confronto con la realtà in cui viviamo. Si sostanzia in un sognare a occhi aperti senza che questa attività sia accompagnata dalla consapevolezza, e anche quando in questo sognare ad occhi aperti indugiamo consapevolmente si tratta comunque di un meccanismo di fuga dal reale. Rispetto al pensiero creativo intenzionalmente attivato e avente sempre uno scopo, l’immaginazione è meccanico e spesso privo di controllo cosciente. Esso semplicemente accade. Questa meccanicità dell’immaginazione non sempre produce piacevolezza, ma può anche produrre conseguenze spiacevoli come, ad esempio, sollecitare una serie di paure quando l’immaginazione riguarda ciò che potrebbe avvenire durante un esame. In questo caso l’immaginazione solleciterà la nostra ansia.
  • mentire. Questo ostacolo rappresenta uno dei maggiori impedimenti al risveglio e alla consapevolezza. Si può mentire su qualunque cosa, nel senso di pensare o parlare di questioni che non conosciamo ma come se le conoscessimo. Spesso il mentire è una conseguenza del ricorso agli ammortizzatori (respingenti) ossia a tutte quelle giustificazioni con cui “spieghiamo” il disordine del nostro Essere mantenendo così una finta coerenza nella nostra vita. In questo modo si finisce con il mentire inconsapevolmente, essendo convinti di quanto affermiamo. Dunque, in questo senso, si mente accidentalmente per non turbare l’equilibrio in cui viviamo in assenza di consapevolezza.
  • espressione delle emozioni negative. Ogni individuo nel corso della propria giornata esprime diverse tipologie di emozioni negative: il cattivo umore, le preoccupazioni, l’attesa di un evento sgradevole, i dubbio, le paure, l’irritazione, il sentirsi offesi, etc. Dietro ciò che sostiene le emozioni negative c’è un preciso atteggiamento volto al loro mantenimento e alla loro espressione: tutte le volte che ci troviamo a vivere qualcosa che non ci quadra o che pensiamo sia sbagliato nei nostri confronti, evochiamo un certo modo di essere a giustificazione della nostra negatività. Tutto questo in nome di una presunta “oggettività”, per cui se un collega al lavoro è stato sgarbato con noi, “è giusto” essere arrabbiati oppure scivolare nel “malumore”. In verità tutto ciò che arriva a noi dal mondo esterno e il modo in cui ci tocca dipende da ciò che siamo, ossia dallo stato del nostro Essere; ma dal momento che non conosciamo noi stessi, pensiamo che il loro manifestarsi in noi o il nostro esprimerle sia solo una responsabilità del mondo esterno. Così, dietro a un’espressione di negatività c’è sempre un atteggiamento indulgenza nei nostri confronti, una debolezza che manifesta la difficoltà a compiere uno sforzo per migliorarci.
  • identificazione. Tale meccanismo entra in gioco ogni volta che ci troviamo ad essere presi troppo dalle situazioni di cui facciamo esperienza, dagli impegni che stiamo assolvendo, dalle cose e dalle persone a cui siamo interessati. Il “troppo” si riferisce al fatto che in tutti questi casi finiamo per dimenticarci di noi, diventando un tutt’uno con ciò con cui siamo identificati. In questi caso l’individuo identificato perde il confine tra sé e l’oggetto dell’identificazione, e ciò accade quando la situazione porta con sé un elemento emozionale. Possiamo pensare all’identificazione come ad un tipo di attaccamento, un essere perduti nelle cose. L’identificazione è uno stato in cui subiamo la fascinazione, rimanendone soggiogati, delle cose intorno a noi o in cui siamo impegnati, dimenticandoci di noi e in un qualche modo smettendo di esistere. È una condizione fusionale molto diffusa e nei suoi effetti essa ci allontana dalla coscienza di sé. Come per tutti gli altri ostacoli l’identificazione “accade” sulla base della nostra meccanicità, senza che ce ne accorgiamo: uno stimolo cattura la nostra attenzione; questo comporta l’attivazione di un vissuto emotivo e così si mettono in moto risposte stereotipate e precostituite. Esistono differenti livelli di identificazione, alcuni più superficiali di cui è più facile liberarsi, altri più profondi e di cui siamo meno consapevoli;
  • considerazione. Si tratta di un particolare tipo di identificazione che merita una trattazione particolare dal momento che è tra gli ostacoli più presenti nella nostra vita, richiedendo quindi un lavoro particolare e profondo per essere riconosciuta e gestita. Essa riguarda il nostro identificarci rispetto a come e quanto gli altri ci considerano o meno e al modo in cui siamo valutati o sottovalutati. Questo tipo di considerazione viene definito come esterno. Abbiamo poi la considerazione interna che è un particolare di stato di identificazione che si manifesta quando siamo totalmente presi da noi stessi, concentrati solamente sui nostri sentimenti e pensieri. In questo stato un individuo si rapporta ad ogni avvenimento valutandolo solo in funzione di se stesso;
  • parlare inutile. Si tratta di un parlare a vuoto sulle questioni più disparate, per riempire gli spazi vuoti quando siamo insieme agli altri, un chiacchierare senza scopo. Una delle forme che può assumere il parlare inutile è quando indugiamo nell’esprimere negatività. Spesso tendiamo a identificarci emotivamente con ciò di cui parliamo e in questo modo rinforziamo il contenuto del nostro parlare dandogli un’enfasi eccessiva.

Quando siamo immersi in questi sei ostacoli, non ci rimane alcun spazio per ricordarci di noi, viviamo in uno stato costante di assenza di consapevolezza.  Come tutto il lavoro su noi stessi volto al miglioramento del nostro essere, anche in questo caso non basta volersi sbarazzare di questi ostacoli. Dobbiamo, inizialmente, studiare tali meccanismi che ci mantengono addormentati, per arrivare a riconoscere le situazioni in cui essi si manifestano. Dal momento che ogni individuo risponde con modalità differenti agli stimoli, lo studio di questi ostacoli deve essere condotto come un lavoro di osservazione individuale.

Proviamo a chiederci, nel corso della nostra giornata, in quale degli ostacoli mi sto trovando in un certo momento. Impariamo per prima cosa ad osservarci senza voler modificare subito quello che stiamo facendo dal momento che è l’auto-osservazione il nostro miglior alleato. Se riusciamo a prepararci in anticipo, potremo poi opporci alle nostre manifestazioni meccaniche, sviluppare un controllo nel “qui ed ora” e non solo ripromettendoci di farlo. Con l’osservazione impareremo a riconoscere l’entrata in azione degli ostacoli al loro primo apparire e questo renderà più facile neutralizzarli.Se noi sapremo essere diversi il mondo sarà diverso. Nelle prossime lezioni analizzeremo uno per uno i sei ostacoli.

Questo post è parte di un percorso per stimolare in chi legge un lavoro su di sé ispirato alle idee della Quarta Via riviste nell’ottica della psicologia attuale. Nel corso dei post verranno fornite anche le indicazioni per una serie di esercizi volti a focalizzate l’attenzione sull’osservazione di se stessi al fine di acquisire una consapevolezza maggiore. Ogni post è di per sé esaustivo, ma chi intendesse usare questa risorsa per cominciare a lavorare su di sé, è importante seguire la cronologia dei post come progressione logica degli argomenti.

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