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Sacrificio godimento e società

Gli uomini per secoli hanno praticato il sacrificio. Hanno offerto ai loro Dei esseri umani e animali per placarne l’ira e la violenza imperscrutabile o per accattivarsene i favori. Nel nostro tempo il sacrificio si è de-ritualizzato e ha rinunciato al copro dell’animale, pur continuando a permeare la nostra esistenza nella forma dell’autosacrificio. L’ideale morale della vita fatta di sacrifici costituisce l’ombra lunga della violenza sacrificale. Nel simbolo cristiano della croce e nella passione di Gesù (…) il sacrificio diventa il mezzo per raggiungere la propria beatitudine. Si tratta – come Nietzsche ha messo in evidenza – di una economia di scambio (…): sottomettere la vita all’ideale morale o religioso del sacrificio comporterebbe la piena liberazione della vita. Rinunciare a niente (la vita terrena) per avere tutto (vita eterna): la perdita volontaria di se stessi realizzerebbe il guadagno massimo. Il nostro tempo sembra però aver voltato le spalle al culto ascetico-religioso del sacrificio. Esso sospinge piuttosto verso il godimento illimitato che rigetta ogni sacrificio. Eppure, a guardare bene, questa nuova Legge libertina del godimento per il godimento condivide con la vecchia morale del sacrificio l’ideale di una Legge che sovrasta il soggetto cancellando la sua singolarità…
Massimo Recalcati
Contro il sacrificio. Raffaello Cortina Editore

Il sacrificio nella sua dimensione simbolica è un passaggio inaugurale nel processo di umanizzazione della vita. Lo affermava già Freud: il sacrificio di una quota di soddisfacimento pulsionale è il prezzo che bisogna pagare per accedere alla dimensione umana della vita. Non si tratta di una psicopatologia perché non esiste forma di vita umana che non sia obbligata dall’esistenza del linguaggio e dalle sue Leggi a essere sottoposta a questo sacrificio. Freud ripete la sua tesi in modi diversi: la pulsione è destinata a essere “inibita alla meta”; a essa sfugge sempre la possibilità di un appagamento definitivo; non esiste per la realtà umana l’accesso a una soddisfazione pulsionale piena e definitiva.
Il programma della Civiltà impone una “rinuncia pulsionale” – un sacrificio di godimento – come biglietto di entrata del soggetto nella comunità umana Definiamo questo sacrificio “sacrificio simbolico”. I miti hanno proposto diverse sue narrazioni. Tra tutte basti pensare al racconto biblico di Genesi dove alla vita sprofondata nell’innocenza della sua immediatezza viene interdetto l’accesso al frutto dell’albero della conoscenza. L’esistenza di una Legge – generata dalla parola di Dio – scava una discontinuità, una mancanza che rende la vita umana – diversamente da quella animale – marchiata dal senso dell’impossibile. Non è infatti possibile per Adamo ed Eva accedere al sapere di Dio – al sapere assoluto – come non è possibile per loro godere illimitatamente di tutto il creato.
Questo primo statuto (simbolico) del sacrificio non istituisce alcun danno per l’uomo. Non implica nessun fantasma, né alcun godimento perverso. Piuttosto traccia un passaggio obbligato che il vivente è tenuto a compiere. Affinché il suo corpo possa assumere la forma umana della vita, è tenuto a sacrificare una parte del suo godimento; senza questa perdita preliminare e irreversibile non si dà possibilità di costituzione del soggetto. Senza questa “castrazione simbolica” la vita non si umanizza, non può entrare in rapporto con la Legge, non può acquisire lo statuto di soggetto. La vita umana è condannata alla perdita irreversibile di una parte del proprio essere, a essere costantemente a distanza e divisa da se stessa, senza possibilità – diversamente dalla vita animale – dì coincidere con il proprio essere, di realizzare, senza alcun differimento, il programma della pulsione. Piuttosto lo snaturamento dell’istinto provocato dall’incidenza dell’educazione sul corpo comporta la deviazione strutturale della pulsione, il suo zig zag surrealista, il suo montaggio barocco, bizzarro, irregolare. La pulsione – diversamente dall’istinto animale – non può essere una bussola infallibile, non può normare in modo univoco il rapporto dell’essere umano col godimento, ma solo organizzarlo nelle forme più singolari e strambe possibili. Nella follia e nella perversione il carattere anomalo del sacrificio simbolico viene disperatamente negato.

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Né il folle, né il perverso vorrebbero cedere quella quota di godimento che rende il vivente umano. Nondimeno, in questa rivolta di fronte al sacrificio simbolico, si manifesta pienamente la passione fondamentale che attraversa la vita umana: il disegno del folle e del perverso è quello di raggiungere l’immediatezza senza pensiero e senza desiderio della vita piena, della vita colma di vita, quale sarebbe, per citare Sade, quella di Dio o dell’animale, ovvero una forma di vita che esclude la mancanza e con essa ogni esperienza, anche simbolica, dcl sacrificio. Nessun animale è infatti né folle né perverso. Tuttavia il loro errore – l’errore del folle e del perverso – è quello di non cogliere la differenza tra il sacrificio come espressione della castrazione e il sacrificio imposto dalla morale dai valori della tradizione. É quello, più precisamente, di confondere lo statuto simbolico della castrazione con quello immaginario del sacrificio.
L’esistenza della psicoanalisi ha contribuito notevolmente a liberare l’uomo dalla fascinazione perversa per il sacrificio. È l’eredità nietzschiana – sulla quale fra poco tornerò – che caratterizza, in particolare, la riflessione di Freud. Il primo movimento della psicoanalisi verso la morale sacrificale della tradizione è stato un movimento critico. Emancipare la vita dalle vessazioni repressive della Legge, liberarla dalle sue obbligazioni penitenziali, tradizionali, sciogliere i lacci che la vincolano a una concezione “religiosa” della colpa. L’invenzione dell’inconscio ha comportato indubbiamente la rivelazione di una trascendenza – di una eccedenza vitale – che non accetterà di adattarsi passivamente al principio di realtà di cui la morale tradizionale è custode: moti pulsionali, desideri irrequieti, fissazioni libidiche, godimenti pregenitali, fantasmi erotici. Se, per un verso, la realtà umana appare irriducibile a quella animale, per un altro verso essa si rivela simile a quella animale in quanto non si adatta mai a nessuna Legge, esigendo il proprio soddisfacimento al di là della Legge. Non a caso i principi della morale tradizionale vengono descritti da Freud e da Lacan come una reazione “difensiva” alla spinta imperativa e acefala che anima il programma della pulsione. I principi valoriali del Bene e del Male si impongono sulla vita come una sorta di camicia di forza che interpreta paranoicamente l’esistenza del desiderio inconscio come una minaccia all’ordine stabilito dell’Io e della realtà condivisa.
Freud – sulle orme di Schopenhauer e di Nietzsche – smantella l’ordine consolidato della morale valoriale smascherandolo come repressivo, come un sistema di barriere finalizzato a distanziare la vita dalle esperienze singolari e anarchiche del desiderio e del godimento. Di qui la critica radicale al principio cristiano dell’amore per il prossimo, considerato da Freud un principio in sé contraddittorio perché non tiene conto della spinta senza Legge dell’uomo a ricercare il proprio soddisfacimento e a difenderei suoi interessi narcisistici. Non esiste, infatti “altruismo” nel programma della pulsione poiché questo programma resta saldamente nell’orbita di un godimento autistico che esclude l’Altro perché gode solo di se stesso, ovvero della sua stessa spinta. Rinunciare a questo programma in nome dell’amore per il prossimo è un postulato morale e religioso che pretenderebbe di negare il carattere acefalo e brutalmente “egoistico” della pulsione, la sua assenza di fini, o, meglio, la sua tendenza esclusiva a soddisfarsi da sé. L’altruismo che sospinge verso l’amore per il prossimo non sarebbe allora altro che il mascheramento illusorio di questa tendenza autoerotica. Allo stesso modo anche il culto morale del sacrificio di sé assume il significato di una difesa sintomatica dalla realtà scabrosa – al di là del Bene e del Male – della vita pulsionale, un modo per imbrigliare, colonizzare la pulsione, per disciplinare il suo carattere irrequieto, per mettere la museruola alla sua avidità senza fondo.

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Per Freud la vita umana -diversamente da quella animale è costretta a sopportare i limiti imposti dal principio di realtà. La spinta al soddisfacimento immediato della pulsione è obbligata a rinunciare alla propria meta tenendo conto della inevitabile “rinuncia pulsionale” imposta dal programma della Civiltà. Questa rinuncia ,come ho già sottolineato, non è sacrificale in senso repressivo, non indica alcuna patologia della Legge. Essa si a rimarcare la necessità dcl sacrificio simbolico come prima ed essenziale manifestazione della Legge del linguaggio, la quale -diversamente da ogni precetto morale- non intende in nessun modo opprimere la forza della vita ma è la condizione della sua formazione: il sacrificio simbolico imposto dal programma della Civiltà obbliga la pulsione a compiere un giro più lungo rispetto al cortocircuito con l’oggetto imposto dalla sua “scarica” incestuosa. In questo senso esiste una profonda omologia tra il programma della Civiltà e quello dell’Edipo: l’interdizione edipica del desiderio incestuoso istituisce il sacrificio simbolico – l’impossibilità dell’appagamento immediato della pulsione – da cui può sorgere e differenziarsi la vita del figlio.
Il godimento che rigetta il suo sacrificio simbolico – come accade nella follia e nella perversione – coincide invece con il miraggio di un godimento libero dalla mancanza e dal desiderio, un “godimento mortale”, secondo i termini di Lacan, che non si stacca dalla sua Origine incestuosa. Ne è una raffigurazione radicale la voracità illimitata del padre dell’orda che gode di tutte le donne dettando tirannicamente la sua Legge oscena ai propri figli. Freud sostiene la tesi che è solo dalla proibizione di questo godimento mortale che può nascere una forma di vita umana. È quello che accade dopo l’uccisione mitica del padre dell’orda: il gruppo dei fratelli colpevoli di quella morte si uniscono nel condividere le conseguenze dell’assassinio del padre. Solo l’istituzione del totem come commemorazione del padre morto e come fondamento del tabù che istituisce l’interdizione dell’incesto e il principio esogamico dà luogo alla possibilità della vita insieme.

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