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Autoconsapevolezza delle emozioni

L’ autoconsapevolezza delle proprie emozioni ci permette non solo una più profonda conoscenza di noi stessi ma apre la strada anche alla possibilità di avere un controllo su di esse. L’ autoconsapevolezza è un importante strumento di monitoraggio della nostra vita psicologica, in grado di farci sfruttare al meglio la nostra vita emotiva.
Daniel Golemn
Intelligenza emotiva. Rizzoli

In un’antica leggenda giapponese si narra di un samurai bellicoso che un giorno sfidò un maestro Zen chiedendogli di spiegare i concetti di paradiso e inferno. Il monaco, però, replicò con disprezzo: “Non sei che un rozzo villano; non posso perdere il mio tempo con gente come te!”. Sentendosi attaccato nel suo stesso onore, il samurai si infuriò e sguainata la spada gridò: “Potrei ucciderti per la tua impertinenza”.
“Ecco” replicò con calma il monaco “questo è l’inferno.” Riconoscendo che il maestro diceva la verità sulla collera che lo aveva invaso, il samurai, colpito, si calmò, ringuainò la spada e si inchinò, ringraziando il monaco per la lezione. “Ecco” disse allora il maestro Zen “questo è il paradiso.”
L’improvviso risveglio del samurai e il suo aprire gli occhi sul proprio stato di agitazione ci mostra quanto sia fondamentale la differenza fra l’essere schiavi di un’emozione e il divenire consapevoli del fatto che essa ci sta travolgendo. Il consiglio di Socrate, “conosci te stesso”, fa proprio riferimento a questa chiave di volta dell’intelligenza emotiva: la consapevolezza dei propri sentimenti nel momento stesso in cui essi si presentano.
Di primo acchito potrebbe sembrare che i nostri sentimenti siano ovvi; ma se riflettiamo più attentamente ci ricordiamo di tutte quelle volte che li abbiamo troppo trascurati o che siamo diventati consapevoli di essi troppo tardi. Gli psicologi usano il termine piuttosto pomposo di “metacognizione” per riferirsi a una consapevolezza dei processi di pensiero, e quello di “metaemozione” per indicare la consapevolezza delle proprie emozioni. Io preferisco parlare di “autoconsapevolezza”, per indicare la continua attenzione ai propri stati interiori. In questa consapevolezza introspettiva la mente osserva e studia l’esperienza, ivi comprese le emozioni.
Questo aspetto della consapevolezza è simile a ciò che Freud descrisse come un’“attenzione che si libra imparziale” e che egli raccomandava a chi dovesse intraprendere la psicoanalisi. Questa attenzione considera con imparzialità tutto ciò che passa attraverso la consapevolezza, proprio come farebbe un testimone interessato agli eventi e tuttavia non reattivo. Alcuni psicoanalisti, la chiamano l’“ego osservatore”: in altre parole, si tratta dell’autoconsapevolezza che consente all’analista di monitorare le proprie reazioni verso ciò che il paziente sta dicendo e che nel paziente è alimentata dal processo delle libere associazioni.
Sembra che questa autoconsapevolezza richieda l’attivazione della neocorteccia, e particolarmente delle aree del linguaggio, che consentono di dare un nome alle emozioni risvegliate. L’autoconsapevolezza non è una forma di attenzione che – reagendo eccessivamente alle percezioni e amplificandole – venga spazzata via dalle emozioni. Piuttosto, è una modalità neutrale della mente che sostiene l’introspezione anche in mezzo a emozioni turbolente. William Styron sembra descrivere qualcosa di simile a questa facoltà della mente quando, scrivendo della sua profonda depressione, parla della sensazione “di essere accompagnato da un secondo sé – un osservatore simile a un fantasma che, senza condividere la demenza del suo doppio, è in grado di osservare con curiosità spassionata le lotte del suo compagno”.

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Nei migliore dei casi, l’osservazione di sé permette questa consapevolezza equilibrata di sentimenti appassionati o violenti. Nel caso peggiore, invece, essa si manifesta semplicemente come un distacco, appena accennato, dall’esperienza – una sorta di passo indietro per fermarsi a osservare il quadro; un flusso parallelo di coscienza nella modalità “meta”, che si libra al di sopra o accanto a quello principale, consapevole degli eventi in corso ma non immerso, o perso, in essi. É la differenza che passa fra l’essere travolti da una furia omicida verso qualcuno e il pensare introspettivamente “Ecco, quella che sto provando è collera”, anche nel momento stesso in cui ne siamo pervasi. In termini di meccanica neurale, presumibilmente questo sottile spostamento nell’attività mentale segnala che i circuiti neocorticali stanno monitorando attivamente l’emozione, compiendo così un primo passo nell’acquisizione di un certo controllo su di essa. Questa consapevolezza è la competenza emozionale fondamentale sulla quale si basano tutte le altre, ad esempio l’autocontrollo.
Essere consapevoli di sé, in breve, significa essere “consapevoli sia del nostro stato d’animo che dei nostri pensieri su di esso” (…). L’autoconsapevolezza può essere una forma di attenzione, non reattiva e non critica, verso i propri stati interiori. (…) Questa sensibilità può anche essere meno equilibrata; ecco alcuni pensieri tipici che rivelano l’autoconsapevolezza emozionale: “Non dovrei provare questo sentimento”, “Sto pensando a delle cose buone per tirarmi su” e, nel caso di un’autoconsapevolezza più limitata “Non pensarci”, una reazione di fuga in risposta a qualcosa che ci turba profondamente.
Sebbene esista una distinzione logica fra l’essere consapevoli dei propri sentimenti e l’agire per modificarli, (…) a tutti i fini pratici le due cose procedano in stretta cooperazione: riconoscere uno stato d’animo profondamente negativo significa volersene liberare. Tuttavia, il riconoscimento delle emozioni è una cosa, e altra cosa distinta sono gli sforzi che facciamo per non agire sotto il loro impulso. Quando diciamo “Smettila!” a un bambino che, infuriato, sta colpendo un compagno di giochi, probabilmente riusciremo a fermare lo scontro fisico, ma la collera continuerà a covare sotto la cenere. I pensieri del bambino sono ancora fissi sull’evento che aveva scatenato la sua collera – “Ha preso il mio giocattolo!” – collera che peraltro non si è mai placata. L’autoconsapevolezza ha un effetto più potente sui sentimenti negativi molto intensi: quando diciamo a noi stessi “Ecco, quella che sto provando è collera” questa consapevolezza ci offre un maggior grado di libertà – in altre parole, ci dà la possibilità di decidere non solo di non agire spinti dall’impulso della collera, ma anche di cercare in qualche modo di sfogarla.
(…) Le persone sono classificabili in diverse categorie a seconda del modo in cui percepiscono e gestiscono le proprie emozioni:

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  • “Gli autoconsapevoli”. Consapevoli dei propri stati d’animo nel momento stesso in cui essi si presentano, queste persone sono comprensibilmente alquanto sofisticate riguardo alla propria vita emotiva. La loro chiara visione delle proprie emozioni può rafforzare altri aspetti della personalità: si tratta di individui autonomi e sicuri dei propri limiti, che godono di una buona salute psicologica e tendono a vedere la vita da una prospettiva positiva. Quando sono di cattivo umore, costoro non continuano a rimuginare e a ossessionarsi, e riescono a liberarsi dello stato d’animo negativo prima degli altri. In breve, il loro essere attenti alla propria vita interiore li aiuta a controllare le emozioni.
  • “I sopraffatti”. Si tratta di persone spesso sommerse dalle proprie emozioni e incapaci di sfuggir loro, come se nella loro mente esse avessero preso il sopravvento. Essendo dei tipi volubili e non pienamente consapevoli dei propri sentimenti, questi individui si perdono in essi invece di considerarli con un minimo di distacco. Di conseguenza, rendendosi conto di non avere alcun controllo sulla propria vita emotiva, costoro fanno ben poco per sfuggire agli stati d’animo negativi. Spesso si sentono sopraffatti e incapaci di controllare le proprie emozioni.
  • “I rassegnati”. Sebbene queste persone abbiano spesso idee chiare sui propri sentimenti, anch’esse tendono tuttavia ad accettarli senza cercare di modificarli. Sembra che in questa categoria rientrino due tipi di soggetti: in primo luogo quelli che solitamente hanno stati d’animo positivi e perciò sono scarsamente motivati a modificarli; e in secondo luogo coloro che, nonostante siano chiaramente consapevoli dei propri stati d’animo, e siano suscettibili a sentimenti negativi, tuttavia li accettano assumendo un atteggiamento da “laissez-faire”, senza cercare di modificarli nonostante la sofferenza che essi comportano – una situazione che si riscontra, ad esempio, nei depressi che si sono rassegnati alla propria disperazione.

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