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Educazione : il ruolo dell’immaginazione

Educazione : ancora una volta Hillman rovescia la questione parlando non solo del ruolo che l’immaginazione ha in questo processo, ma soprattutto ponendo l’accento sul ripensare a cosa dovrebbe fare l’educatore e soprattutto sul ruolo che il nostro ambiente  – il modo in cui esso è pensato e organizzato – riveste nel plasmare i processi educativi
James Hillman.
I fuochi blu. Adelphi

Come disse Jung nella conferenza su questo argomento tenuta nel 1924, l’educazione del bambino ha inizio con l’educazione dei genitori e degli insegnanti, e con l’istruzione elementare, non con quella superiore; con i bambini ritardati anziché con quelli precoci; con l’abbassare il nostro sguardo e le loro norme, giù, carponi; con i dipinti eseguiti con le dita, con i tamburi, con i piedi nudi; con giorni più lenti anziché con ore più lunghe; con l’assaggiare anziché con il saggiare; con i nonsense anziché con i gerghi. Vi sembra che faccia troppo Rousseau ed educazione sentimentale? Troppo Rudolf Steiner, libere scuole, e giocondi e giocosi giardini d’infanzia? Non fraintendetemi: sto parlando di noi, gli adulti, non di quello che dovrebbero fare i bambini.
Se le filastrocche senza senso e la pittura con le dita sembrano troppo infantili, guardiamo un poco a quello che oggi stiamo facendo con il Bambino: musi lunghi, cibi in scatola, violenza sportiva passiva/aggressiva davanti alla TV, cartocci di popcorn, secchi di birra. Il focolare domestico degli adulti con i suoi balocchi fasulli, la casa come baracca per contenere la radio, isola di fantasia o sgabuzzino delle cianfrusaglie, le sue stanze dei giochi, i suoi attrezzi per il culturismo, man mano che l’immaginazione s’immeschinisce e si dissecca. La Barbie e le edizioni economiche da supermercato. E nel frattempo, la crescita, l’originalità e l’iniziativa, le forze primordiali del Bambino, vengono corrose da quella fantasia iperattiva di onnipotenza che va sotto il nome di «sviluppo»: sviluppo personale, mistico o finanziario; proiezione di sé nello spazio.
Parlare di filastrocche senza senso e di pittura con le dita, significa che non sto proponendo la sostituzione dell’infantilismo scadente con forme più alte del fanciullesco, quali le reverie di Bachelard sull’infanzia, il Fanciullo Divino di Jung, l’innocenza e il diletto di Blake, il fanciullo platonico della meraviglia per il cosmo. Un’educazione terapeutica deve in realtà guardarsi dall’orientamento nobilitante. La terapia è un’educazione che opera con le equivalenze, non con le conversioni: è una questione di puro baratto. Non è possibile trasformare i peccatori  in santi né i centesimi in dollari, senza imbrogliare l’Ombra. Di conseguenza, si tratta di sostituire al premere i pulsanti il dipingere con le dita; al gioco del linguaggio senza senso propinato dalla TV Lewis Carroll; alla Kodachrome le uova di Pasqua. Il primitivo baratto della stupidità con la semplicità: iniziando da dove essa si trova.

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L’educazione tuttavia non può interrompersi là dove ha inizio. Per sua stessa definizione, l’educazione deve «condurre fuori» . E conduce la semplice fantasia nell’immaginazione. Le dita stesse, e la lingua, divenuta sciolta con le filastrocche, abbisognano di qualcos’altro, oltre alle ripetizioni. Le dita e la lingua trovano il nuovo raffinando la fantasia  in immaginazione.
Ed eccoci giunti al vecchio enigma, la differenza tra fantasia e immaginazione, che oggi possiamo situare nella diade madre-bambino. Fantasia è l’attività del bambino senza madre; immaginazione è la fantasia che ha ricevuto cure materne: è intenzionali, risponde con sensibilità, si rivela premurosa. L’immaginazione fa da madre perché ha il proprio punto focale nel bambino, e il bambino viene focalizzato dall’immaginazione. La parola chiave dell’immaginare non è perciò «libero», bensì «fecondo» , e il suo scopo non è dunque il puro e semplice esplorare, ma l’incoraggiare, il promuovere, men tre l’ebbrezza della fantasia viene contenuta dalla coerenza e dall’accuratezza. Bambino e Madre, entrambi. Per essere condotti a questo «entrambi» , dobbiamo effettuare ancora un’equivalenza psicologica , sostituendo al bambino reale, come punto focale dell’educazione, il focalizzarsi sull’immaginazione dell’adulto. Riappropriarci dell’infanzia. Tale riprendere l’infanzia ai bambini dà a questi la possibilità di esprimere compostezza, dignità e sobrietà, di realizzare il loro desiderio di ragionamento e dovere, man mano che noi torniamo alla cameretta della nostra puerilità. È questa la prima mossa da fare, perché la fantasia di educare l’immaginazione è stata posta tutta sui bambini reali, è quello che essi dovrebbero fare per noi. Essi hanno dovuto fare quel che a noi, in quanto adulti, non è concesso – salvo che nei manicomi e in quel manicomio nazionale americano che è la California, stato aureo dell’infanzia -lasciandoci con una puerilità denutrita, deprivata, muta, angariata e violenta, adatta a Pacman, alle Guerre Stellari, a Halloween, divertimenti tutti di una mente adulterata …
Gli incontri quotidiani con la città del mondo sono momenti immaginativi per la mente del Bambino. Per l’immaginazione, gli accadimenti sono racconti, la gente significa figure, le cose e le parole sono immagini. Per l’immaginazione il mondo stesso è una madre, una grande madre. Noi abbiamo la nostra culla nel linguaggio del mondo, siamo tenuti in braccio dalle sue istituzioni, nutriti dalle sue cose. Il complesso della Grande Madre, che tanto affligge la nostra psiche occidentale -con il suo orrore e la sua fascinazione per la materia, la sua negazione della dipendenza che noi chiamiamo «libero arbitrio» , la brama orale dell’economia consumistica come cura per la depressione, non può essere risolto semplicemente con una terapia personale. La terapia personale come cura e questa stessa nozione di cura non sono che una difesa apotropaica contro la Grande Madre, un bandire la città dallo studio del terapeuta. La piccola madre dello studio dell’analista può badare a noi per un po’, ma là fuori si stende il grande e vasto mondo, e soltanto il grande e vasto mondo può curarci, non della Grande Madre, ma a mezzo di essa, perché il vocabolo «cura» [cure] deriva dal latino cura, «l’aver cura di» [care] . Il simile cura il simile, perché i simili hanno cura gli uni degli altri. La città stessa torna a curarsi maternamente di noi, dopo che abbiamo recuperato il bambino del l’immaginazione.
Ci basta soltanto ricordare che la città, la metropolis, significa, alla sua radice, una Madre, mutevole, fluida, affollata. Noi siamo suoi figli e lei può nutrire la nostra immaginazione se noi nutriamo la sua. E quindi la magna mater non è la magna culpa. La responsabilità di tutto questo – il gran calderone dei quartieri degradati e dei bilanci, dell’analfabetismo e del riarmo, della decadenza etica e del veleno ecologico, il motivo dello sfacelo delle nostre istituzioni, governo, scuola, famiglia, commerci e servizi, editoria e linguaggio – risiede nell’aver trascurato la città. E la città può essere re-instaurata, in qualità di madre, dal bambino dell’immaginazione.

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Senza quel bambino, non possiamo ulteriormente immaginare la nostra civiltà o farne progredire l’immaginazione, e in questo modo la civiltà diviene essa stessa una madre cattiva che non offre all’anima né terreno né bevanda . È naturale che la madre individuale si senta un disastro. L’esperienza della maternità cattiva viene data con la civiltà stessa, quando si trascura l’educazione dell’immaginazione. (…)
Come mai stiamo diventando una nazione di analfabeti? Diamo la colpa alla televisione e al computer, ma essi non sono cause, bensì effetti di una condizione preesistente che li ha sollecitati. Televisione e computer sono venuti a colmare un vuoto. Quando la capacità immaginativa declina, compaiono altri modi di comunicazione, che in fondo funzionano, benché siano a loro volta strutturalmente dislessici: simultaneità di bit, strane giustapposizioni, messaggi che non muovono in modo lineare da sinistra a destra. Con tutto ciò, televisione e personal computer comunicano.
Evidentemente il  leggere non dipende solo dal saper disporre in ordine le parole o le lettere all’interno delle parole. I poeti, per esempio, usano deliberatamente strutture dislessiche. Il leggere dipende dalla capacità della psiche di entrare nell’immaginazione. E più come il sognare, un’attività che, come la lettura, si svolge in silenzio. Il nostro analfabetismo riflette un processo educativo che sempre più distoglie dai territori silenziosi della lettura: aule di studio immerse nel silenzio e intervalli in cui si sta zitti, compiti a casa da svolgere in solitudine, imparare a memoria, ascoltare un’intera lezione senza interrompere, scrivere il compito in classe in bella calligrafia, disegnare dal vero anziché fare esperimenti di laboratorio. A produrre analfabetismo è stato l’avere tanto a lungo trascurato le condizioni immaginative che favoriscono la lettura; sono stati lo Sputnik e la nuova matematica; i problemi sociali e la «socializzazione»; la motivazione centrata sul nostro piccolo Io; la confusione tra informazione e conoscenza, tra opinione e giudizio e tra banalità e fonti; la comunicazione intesa come telefonate e messaggi affidati alla segreteria telefonica anziché come lettere scritte in silenzio; l’imparare a prendere la parola prima di avere imparato qualcosa da dire; le scelte multiple e i vero o falso come misura della comprensione.

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La persona umana intesa come banca dati non ha bisogno di leggere se non in modo funzionale. Una banca dati che deve decidere sì o no in base al feed­ back (leggi: rinforzo) non ha bisogno di immaginare più in là di immissione, memorizzazione, emissione, cioè: acquisire, immagazzinare, spendere. Poco importa il contenuto, basta capire le istruzioni per l’uso; imparare il come invece del che cosa con le sue qualità, i suoi valori, le sue sottigliezze. Allora il soggetto umano diventa una carta di credito incarnata, che esegue religiosamente i riti del consumismo. Basta che tu sia capace di mettere la firma nello spazio segnato con la crocetta, come un immigrante, come uno  schiavo,  come…
Come uno psicopatico. Le descrizioni della psicopatia, o delle personalità sociopatiche, parlano di incapacità di immaginare l’altro. Gli psicopatici sono bravissimi nel valutare le situazioni e nell’accattivarsi il prossimo. Percepiscono, valutano, connettono, sfruttando tutte le occasioni. Di qui il loro successo nel manipola re gli altri. Dove lo psicopatico è molto meno versato è nell’immaginare l’altro al di fuori di una fantasia di utilità: nell’immaginare l’altro come autentica interiorità, con bisogni, intenzioni e sentimenti propri. Un’educazione che in qualunque modo trascuri l’immaginazione è un’educazione alla psicopatia. E un ‘educazione che dà come risultato una società sociopatica di sfruttamento dell’altro. Impariamo come gestire gli altri e diventiamo una società di manipolatori.

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