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Jung parla della vita

Jung in una intervista ci parla dei valori della vita, di ciò che a suo parere la rende piena e significativa. Jung affronta in maniera semplice e in uno colloquiale i grandi temi dell’esistenza umana. Jung ci invita a una vita più piena e consapevole.
Carl Gustav Jung
Jung parla. Interviste e incontri. Adelphi

Benché oggi la durata della vita si sia allungata di molto, ci si aspetta tuttora che uno vada in pensione verso i sessant’anni, obbligando così l’anziano all’inattività forzata e a volte alla solitudine. Secondo lei, come potrebbero le persone anziane trovare un adattamento soddisfacente?
Jung : Da tanto tempo sostengo la necessità di scuole per adulti Dopotutto, ai giovani cerchiamo di fornire tutta l’istruzione necessaria per costruirsi una vita socialmente positiva. Ma questo tipo di educazione è valido fino alla metà della vita, fino a, diciamo, i trentacinque, quarant’anni. L’uomo oggi ha la possibilità di vivere due volte tanto, e per molti la seconda metà della vita ha una struttura radicalmente diversa dalla prima metà. Ma questo fatto rimane il più delle volte inconscio: non ci si rende conto che la corrente stessa della vita trascina il giovane in avanti fino a una certa vetta di sicurezza, realizzazione o successo. In quel periodo si possono ignorare le esperienze negative; la vita è ancora nuova e intatta e ogni giorno rinnova la speranza che ci saranno offerte le cose desiderate che finora non abbiamo ottenuto. È quando ci si avvicina alla fatale regione dei quarant’anni che ci si guarda indietro, al passato che si è accumulato alle nostre spalle, e ci si presenta, furtivamente o apertamente, la muta domanda: A che punto sono? Si sono avverati i miei sogni? Ho realizzato le aspettative di una vita felice e riuscita che nutrivo vent’anni fa? Sono stato forte, coerente, attivo, intelligente, fidato e paziente abbastanza da cogliere le mie opportunità o da compiere la scelta giusta ai crocevia e da fornire la giusta risposta al problema al quale il destino o il caso mi hanno posto di fronte? E poi arriva la domanda ultima: Qual è la probabilità che io venga meno nel cercare di realizzare ciò che ovviamente non sono riuscito a fare nei primi quarant’anni di vita?

E allora?
Jung : Allora, inesorabilmente, con l’inizio della seconda metà della vita, si impone un cambiamento,  impercettibile sulle prime, ma poi di peso crescente. Ciò che abbiamo conquistato finora non ci appare più uguale a come ci appariva quando ancora ci stava dinanzi: ha perduto un po’ del suo fascino, del suo splendore, della sua attrazione. Ciò che un tempo era avventura, adesso è diventato routine. Anche i fiori alla fine appassiscono ed è difficile trovare qualcosa che duri per sempre. Guardare al passato a poco a poco diventa un’abitudine, per quanto lo detestiamo e cerchiamo di rimuoverlo. Come Euridice, che, nel risalire dal mondo infero, non seppe resistere alla tentazione di gettare lo sguardo proibito alle sue spalle e per questo dovette tornare da dove era venuta. Si potrebbe chiamarlo uno « stile di vita à revers » ed è caratteristico di molte persone, che all’inizio lo adottano quasi inconsapevolmente: si continua a vivere secondo lo stile abituale, anzi, se possibile, lo si accentua, con l’idea di perfezionarlo rispetto al passato, come se il nostro temperamento, che è la causa dei fallimenti passati, potesse modificarsi in futuro.

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Ma, senza che ce ne accorgiamo, la nostra energia non è più attratta allo stesso modo verso gli obiettivi di un tempo, l’entusiasmo è diventato routine e l’ardore abitudine. Quello sguardo all’indietro non mancherà di farci vedere lati e aspetti di noi stessi che avevamo dimenticato e anche altri possibili modi di vivere che avevamo trascurato o evitato. Più la vita presente diventa rigida e abitudinaria, meno soddisfazione ci darà. Ben presto fantasie inconsce incominceranno a trastullarsi con altre possibilità che, se non si portano a coscienza in tempo, possono diventare un fattore di turbamento: può trattarsi di una pura e semplice regressione all’infanzia, che non ci aiuta certo ad affrontare il difficile compito di costruirci un nuovo scopo per la vecchiaia. Se non si ha altro da aspettarsi tranne le cose abituali, la vita non può più rinnovarsi; diventa stantia, si congela e si pietrifica, come accadde alla moglie di Lot, incapace di distogliere gli occhi dalle cose a cui aveva attribuito valore in precedenza. Tuttavia, queste insipide fantasie possono anche contenere i germi di reali nuove possibilità o di un nuovo scopo degno di essere raggiunto. C’è sempre qualcosa più avanti, e nonostante la forza schiacciante dello schema della storia, le cose non sono mai esattamente uguali. Sono sempre « come nuove », al pari degli esseri umani stessi o anche dei cristalli, i quali, nonostante la loro struttura estremamente semplice, non sono mai l’uno uguale all’altro.

Che consiglio darei alle persone avanti con gli anni?
Jung : Quello di vivere al passo con i tempi, nella consapevolezza che il tempo fornirà loro tutte le novità necessarie. Ma è un consiglio troppo semplicistico, dà per scontato che una persona anziana sia capace di percepire e di trovarsi in consonanza con le cose nuove, con le nuove abitudini e i nuovi strumenti. Invece è proprio questo il problema: nuove finalità richiedono occhi nuovi capaci di vederle e un cuore nuovo capace di desiderarle. In troppi casi la vita è deludente e neppure le illusioni più care durano per sempre; è troppo facile concludere: plus ça change, plus ça reste la meme chose. Ma è una. conclusione letale: blocca il flusso della vita e causa un’infinità di disturbi di natura fisica o psichica. I vostri inossidabili razionalisti, che basano le proprie aspettative sulle verità statistiche, rimangono sconcertati di fronte a casi del genere, perché ignorano un dato pratico decisivo: il fatto che la vita rappresenta sempre l’eccezione, è «un fenomeno statistico casuale». Ed è tale perché è sempre la vita di un particolare individuo, di un essere distinto, unico e inimitabile, e non  la vita in generale , perché la vita in generale non esiste.

Che cosa consiglia, dunque, a questo inimitabile essere, una volta oltrepassata la soglia fatale dei quarant’anni?
Jung : Una conoscenza di sé sempre più approfondita è, temo, indispensabile per una vera continuazione della vita nella vecchiaia, per quanto impopolare possa essere la conoscenza di sé. Non c’è niente di più ridicolo o di stolto di un vecchio che finge di essere giovane: si perde anche la dignità, che è l’unica prerogativa della vecchiaia. Lo sguardo deve volgersi dall’esterno verso l’interno, dentro di noi. La scoperta di noi stessi ci mette a disposizione tutto ciò che siamo, ciò che era nostro compito diventare, le basi e lo scopo della nostra vita. La totalità del nostro essere è certamente un’entità irrazionale, ma è questo appunto ciò che siamo, ciò che è destinato a esistere come esperienza unica e irripetibile. Perciò, qualunque cosa scopriamo nel temperamento che ci è stato dato, è UQ. fattore vitale a cui dobbiamo tutta la nostra considerazione. Se dovessimo scoprire in noi, per esempio, un’inestirpabile tendenza a credere in Dio o nell’immortalità, non lasciamoci turbare dalle chiacchiere dei cosiddetti liberi pensatori. E se scopriamo invece una tendenza, altrettanto radicata, a rifiutare ogni idea religiosa, ebbene non esitiamo: rifiutiamola e stiamo a vedere quali effetti ha questo sul nostro benessere generale e sul nostro stato di nutrizione mentale o spirituale. Ma attenti agli infantilismi: chiamare l’ignoto ultimo «Dio» o chiamarlo «Materia» è altrettanto futile, dal momento che non conosciamo né l’uno né l’altra, benché indubbiamente abbiamo esperienza di entrambi. Ma, al di là di questo, noi non sappiamo nulla, e non possiamo crearli noi, né l’uno né l’altra. (…)

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Quali sono a suo avviso i fattori diciamo fondamentali per la felicità interiore dell’uomo?
Jung : Primo: una buona salute fisica e mentale. Secondo: relazioni personali e intime soddisfacenti, nel matrimonio, nella famiglia, nelle amicizie. Terzo: la capacità di percepire la bellezza nell’arte e nella natura. Quarto: un livello di vita sufficiente e un lavoro soddisfacente. Quinto: un punto di vista filosofico o religioso capace di farci affrontare bene le vicissitudini della vita. Livello di vita e lavoro soddisfacenti dipendono naturalmente in gran parte dalla ragionevolezza delle nostre aspettative e dal nostro senso di responsabilità. Gli eccessi possono essere fonte di felicità come di infelicità. E la visione filosofica o religiosa deve essere accompagnata da una coerente moralità pratica, perché senza di essa filosofia e religione rimangono pure finzioni, prive di efficacia concreta. Molto più lungo sarebbe l’elenco dei fattori che determinano l’infelicità! Ciò che avversiamo e temiamo sembra aspettarci al varco e ciò che cerchiamo e desideriamo è così elusivo e quando finalmente lo otteniamo, non è mai senza difetti. La felicità non si può ottenere attraverso idee preconcette, bisognerebbe dire piuttosto che è un dono degli dèi. Viene, poi va, e ciò che ci ha reso felici una volta non è detto che ci renda felici la volta successiva. Tutti i fattori ai quali viene generalmente attribuita la capacità di dare la felicità possono, in certe condizioni, produrre l’effetto contrario: neppure una situazione ideale garantisce necessariamente la felicità. Può bastare a volte una minima interferenza nel nostro equilibrio biologico o psicologico per distruggerla. Non c’è buona salute, non ci sono condizioni economiche favorevoli né rapporti familiari sereni che possano proteggerei, per esempio, da un’indicibile noia, una noia che potrebbe renderei gradito perfino il cambiamento provocato da una malattia non troppo grave.

Dunque lei crede fermamente nella possibilità della felicità nella vita, anche nel matrimonio?
Jung : Ha toccato il più elusivo degli imponderabili! Comunque sia, una cosa è certa: le notti sono tante quanti i giorni e nel corso dell’anno la loro durata si equivale. Neppure la vita più felice è priva di una misura di tenebra, anzi la parola stessa « felicità » perderebbe significato se questa non fosse controbilanciata dalla tristezza. Beninteso è comprensibile che si cerchi la felicità e si vogliano evitare le situazioni infelici e sgradevoli, anche se la ragione ci insegna che un simile atteggiamento è illogico, perché equivale a darsi la zappa sui piedi: quanto più accanitamente si insegue la felicità, tanto più sicuramente ce ne si allontana. E molto meglio, dunque, prendere le cose come vengono, con pazienza ed equanimità. Dopotutto, di tanto in tanto ci sarà pure in serbo per noi qualcosa di bello, di felice o di piacevole nella sacca della dea Fortuna, in mezzo ai suoi doni, grandi e piccoli.

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