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Responsabilità di parole e gesti

Responsabilità, parola oggi scomoda e spesso dimenticata nelle valutare le parole che diciamo o scriviamo. Anche i gesti non dovrebbero sfuggire a questa valutazione, persino i gesti che non compiamo e che invece avremmo potuto fare. Eugenio Borgna con la sua consueta lucidità e “dolcezza” ci ricorda tutto questo.
Eugenio Borgna
Responsabilità e speranza. Einaudi

La responsabilità non è se non la possibilità di prevedere gli effetti delle nostre azioni, e delle nostre parole, di modificarle, e di correggerle, in base a tale previsione. Non è facile scegliere le parole, scritte o dette, che esprimano le cose che pensiamo, e sentiamo, e che corrispondano alle attese di chi ci ascolta, e di chi ci parla, ma dovremmo sentirci responsabili di questo. Prendere coscienza di questi problemi è premessa alla ricerca di parole gentili e umane che aprano ponti fra noi e gli altri, fra gli altri e noi. Sono i ponti di cui parla Nietzsche, e sono i ponti che ci uniscono; e questo anche perché la parola responsabilità contiene al suo interno «risposta», «rispondere», e sottintende il dialogo, il non rimanere indifferenti alle forme di vita e di esperienza dell’altro. (…) Noi non siamo solo responsabili delle nostre azioni, ma anche delle parole che diciamo, o scriviamo, e allora come conoscere, e come scegliere, le parole che fanno del bene, e quelle che fanno del male, quelle che sono donatrici di speranza, e sono di aiuto agli altri, e quelle che non lo sono? Al di là di ogni nostra intenzione, siamo sempre responsabili delle parole che diciamo, delle parole che scriviamo, delle parole che non diciamo, e che dovremmo invece dire. Sì, le parole nascono e muoiono senza fine, ed è così facile, ed è così frequente, che sulla scia di leggerezze e di dimenticanze, di disattenzioni anche involontarie, si parli senza valutare le conseguenze delle nostre parole.
Certo, siamo responsabili delle parole che diciamo, e che sono talora inconsistenti, e volubili, come farfalle che sfrecciano nell’azzurro del cielo, affascinandoci, e straziandoci, con i loro colori, la loro ebbrezza e la loro futilità; ma le parole dette lasciano talora tracce che la memoria trattiene, rielabora, o modifica, senza che si possa ricordarne l’origine e la verità, le intenzioni, con cui sono state pronunciate. Delle parole che diciamo, grande e bruciante è la nostra responsabilità, e dovremmo ogni volta tenerne presenti le conseguenze sugli stati d’animo e sulla sensibilità, sulle fragilità e sulle debolezze, di chiunque le ascolti. Una parola, una sola parola, quanta fatica a volte cercarla, e trovarla, ma quanta fatica a volte dimenticarla: quando ferisce, non si cancella dalla memoria, e continua a richiamare intono a sé come una medusa altri pensieri e altre immagini. Le angosce, che si sprigionano da una parola infelice, o sbagliata, possono talora estendersi nel tempo, e non oscurarsi più.

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Le risonanze emozionali alle parole che diciamo si rispecchiano nei volti e negli occhi, negli sguardi e nelle lacrime, di chi le ascolti; e questo aiuta le parole a essere piú umane, e piú luminose. Essere responsabili di questo, in famiglia, nella scuola, nelle quotidiane relazioni sociali, alla radio, alla televisione, nei social network, è dovere, e nondimeno quante volte ci si dimentica di pensare alle parole che si dicono: al peso umano e psicologico che anche una sola parola può avere. Certo, il mio non è un invito a selezionare le parole, a scegliere parola per parola, nella articolazione di un discorso, perché ovviamente verrebbero meno spontaneità e naturalezza, chiarezza e comunicatività. Sí, basterebbe tenere presenti questi problemi, e, se il nostro cuore è limpido e aperto all’ascolto, non correremmo questi pericoli, e saremmo testimoni di accoglienza e di comprensione del dolore dell’anima, e della gioia, che vivano nelle relazioni che dovremmo costruire ogni giorno: nel segno della speranza. Ovviamente, non illudiamoci sulla possibilità che questa esigenza di parole aperte alla accoglienza e alla speranza possa di solito ritrovare una qualche risonanza nelle parole della televisione, o dei social network. O almeno temo che sia così in molte circostanze della comunicazione televisiva e digitale. (…)
Ma vorrei ora dire come sia diversa invece la responsabilità verso le parole scritte.
Le parole scritte non sono solo quelle dei testi di letteratura, o di filosofia, di psichiatria, o di scienze naturali, ma sono quelle delle lettere, o delle e-mail, che si inviano, e si leggono, e dovremmo sempre ricordarci delle responsabilità che abbiamo anche in queste nostre comuni forme di espressione. Ma cosa distingue la responsabilità delle parole, che si dicono, da quella delle parole che si scrivono?
Nel Fedro, uno dei suoi celebri dialoghi, Platone fa dire a Socrate cose bellissime su questo tema: «Una volta che sia stato scritto, ogni discorso rotola da tutte le parti, indifferentemente, nelle mani di chi se ne intende e in quelle di chi non è interessato, ignorando a chi deve parlare e a chi no. E se è offeso o ingiustamente vituperato, ha sempre bisogno del soccorso del padre: da solo è incapace di rintuzzare un attacco o difendersi».
Cosa può significare questo discorso se pensiamo alle cose talora banali, e ovvie, che scriviamo e leggiamo nelle nostre lettere e nelle nostre e-mail? Fra le altre cose, significa che nello scrivere un testo, di qualsiasi natura sia, e anche una semplice lettera, non dovremmo mai dimenticare che delle parole scritte siamo (forse) ancora più responsabili (ogni testo scritto non può non essere esposto a mille possibili interpretazioni) che delle parole che diciamo. Questo è il pensiero di Platone ma non so quanto sia oggi pienamente accettabile in un’epoca storica nella quale siamo immersi in un fiume inarrestabile di parole che si intrecciano alle immagini, e nella quale non si legge molto, e non si parla, ma si chiacchiera senza fine. Non è allora possibile distinguere radicalmente quelle che sono le risonanze emozionali ed esistenziali alle parole dette, e alle parole scritte? Non lo so. Ma Platone non esclude che ci siano discorsi scritti capaci di difendersi da soli, e lo fa dire ancora a Socrate: «Vogliamo vedere come nasce un altro discorso, fratello legittimo di questo, e di quanto cresce migliore e più vigoroso di questo?» E questa ne è la risposta: «Il discorso che viene scritto, grazie alla conoscenza, nell’anima di chi apprende, un discorso che sa venire in soccorso a se stesso, e che sa con chi parlare e con chi tacere». Come non dire allora che Platone ci invita a ripensare a quanto grande sia la nostra responsabilità quando parliamo, e quando scriviamo, nel creare ogni giorno relazioni umane che si aprano, o si chiudano, al dialogo e all’ascolto, alla tolleranza e alla solidarietà, alle attese e alle speranze, in una vita oggi lacerata dall’indifferenza, e dalla glaciale insensibilità ai valori, dalla violenza dilagante?

responsabilità 2

Noi siamo chiamati a rispondere delle parole, dei silenzi, dei gesti, degli sguardi, delle lacrime e del sorriso, delle forme infinite con cui parla, o tace, il nostro corpo, ma siamo anche chiamati a rispondere di parole, di gesti semplici e banali, mancati: una stretta di mano, una lacrima, un sorriso che avrebbero potuto dire la nostra capacità di partecipare alla sofferenza, o alla gioia, all’angoscia, o alla disperazione, di una persona. Sono cose molto semplici, ma sono buone azioni, e Nietzsche ha scritto una volta che, ridestandoci la mattina, dovremmo augurarci di compiere nella giornata una buona azione: basterebbe questa a farci uscire dalle barriere del nostro egoismo, e della nostra indifferenza.
Ma come non essere anche responsabili di non fare attenzione al silenzio, ai suoi molteplici significati, e in particolare al silenzio degli adolescenti, che rinasce dal male di vivere, dal dolore dell’anima, dal rifiuto di persone e di situazioni, da problematiche autistiche, dalla nostalgia dell’infanzia, da incomprensioni familiari e scolastiche, dai deserti luoghi che sono divenute talora le famiglie, dalla sfida alla autorità, e da altre cause ancora, e come riconoscerle? Un compito al quale sono chiamati genitori e insegnanti, e in casi estremi psichiatri: un compito al quale non è possibile abdicare, e al quale ci si avvicina se si riesce a fare maturare una climax di fiducia: ma come crearla? Sfuggendo alle certezze, e rimettendosi ogni volta in gioco, ripensando magari a quelle che sono state le nostre adolescenze, rivivendole, e sulla loro scia cercando di immedesimarci nei modi di fare silenzio degli adolescenti, e affidandoci alla intuizione che in alcuni di noi, al di là della nostra cultura, consente di cogliere l’indicibile nella vita.
(Il silenzio in una bellissima poesia di Ungaretti si intreccia misteriosamente alla parola: «Quando trovo | in questo mio silenzio | una parola | scavata è nella mia vita | come un abisso». Basta allora una sola parola a spalancare abissi dentro di noi?)

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