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Ascolto di sé : il coraggio di ritrovasi

L’  ascolto degli altri è fondamentale per costruire relazioni sane e soddisfacenti. Eppure questa capacità non può partire che dalla capacità di ascolto di noi stessi. Riflessione, calma e soprattutto sincerità verso di noi sono i prerequisiti per venire in contatto con la nostra interiorità.
Ivana Castoldi
Piccolo dizionario delle emozioni. Feltrinelli

Sappiamo come siano rare le persone che sono veramente in grado non solo di prestare ascolto alla comunicazione verbale degli altri, ma anche di interpretare correttamente intenzioni e richieste sottese ai loro comportamento. Tuttavia, qualche volta capita di incontrarne. Si tratta di interlocutori per i quali le parole che pronunciamo diventano dense di significati, perché ci “vedono” realmente e sono sinceramente interessati a colmare la distanza emotiva che spesso separa gli esseri umani e a cercare uno spazio di condivisione, facendoci sentire non più viaggiatori solitari e dispersi nel vasto mondo, ma depositari di un comune destino che ci affratella.
Questo tipo di ascolto va ben al di là delle parole, perché include un’attenzione più profonda, che viene estesa, oltre il verbale, ai diversi canali analogici da noi tutti utilizzati, perlopiù inconsapevolmente, per esprimere pensieri ed emozioni. Si tratta, dunque, di un genere di ascolto più raffinato e potente, che rivela un’evidente capacità di empatia e un desiderio sincero di ampliamento della conoscenza, rivolti a ogni persona con cui ci troviamo a interagire nell’ambito della nostra esperienza di vita.
Più spesso invece, quando avviamo un dialogo con qualcuno, non troviamo ascolto e non ne diamo, perché nella comunicazione con gli altri siamo portati a ricercare prevalentemente l’eco delle nostre parole e il riverbero delle nostre percezioni. Ascoltiamo noi stessi e non siamo in grado di recepire veramente i messaggi dei nostri interlocutori. Interpretiamo i loro discorsi e i loro comportamenti secondo le nostre esigenze e i nostri propositi, fuorviati dal pressante bisogno – oltre che magari di ottenere eventuali vantaggi concreti – di trovare conferme, di ricevere attestazioni di affetto e apprezzamento.
Anche se la diversità ci attrae e ci incuriosisce, soprattutto nell’ambito delle relazioni stabili e significative, siamo alla ricerca della somiglianza e delle analogie. Il disaccordo delle opinioni e la dissonanza degli intenti ci disturbano e ci predispongono a un atteggiamento di chiusura e di sospetto. Non c’è nulla poi che susciti in noi maggior timore o fastidio del giudizio altrui, che molto spesso tendiamo a vedere persino quando non c’è. Fosse solo anche un’ombra di biasimo che sembra trapelare da un gesto o da un’occhiata- Dobbiamo ammettere infatti che, nelle situazioni in cui percepiamo dei segnali di disapprovazione, siamo solitamente poco inclini a un dialogo costruttivo,  vale a dire: un confronto leale, teso a risolvere i contrasti, a colmare la distanza e a chiarire eventuali malintesi. Piuttosto, l’inquietudine e l’irritazione prendono il sopravvento, rendendoci incapaci di costruire un spazio di efficace condivisione con il prossimo.

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In molti casi, il dissenso sfocia in aperto conflitto e in uno scontro diretto che può lasciare tracce indelebili nelle relazioni interpersonali. Oppure, l’incomprensione genera una chiusura silenziosa e ostile tra gli interlocutori che, se non risolta tempestivamente, può diventare definitiva: l’inevitabile epilogo di una storia. Come capita alle numerose coppie che non riescono a preservare l’integrità del loro rapporto attraverso la capacità di confronto e rinnovamento continuo. Oppure a genitori e figli che sembrano parlare linguaggi così incompatibili da creare solchi profondi di diffidenza e rancore, che con il passare del tempo potrebbero rendere il rapporto irrecuperabile.
La difficoltà a comunicare o addirittura l’assenza del dialogo sono da sempre grandi temi della terapia familiare, che impegnano chi svolge la mia professione in una ricerca, talvolta davvero ardua, di indicazioni e strategie volte a sbloccare situazioni di impasse ormai cristallizzate negli anni. Le cattive abitudini sono dure a morire: occorrono grande pazienza e una buona dose di creatività per riuscire a smantellare pregiudizi radicati e a modificare rigide convinzioni personali che pregiudicano le possibilità di intesa tra i componenti della famiglia o i partner della coppia.
Se nell’ambito di una relazione affettiva risulta così difficile introdurre cambiamenti nello stile della comunicazione (cioè nel linguaggio verbale e nei comportamenti), è anche perché ciascuno non si rende disponibile all’ ascolto dell’altro, alle sue richieste, ai suoi bisogni. Siamo solo sintonizzati sui nostri: sembriamo un disco rotto che ripete la stessa nota all’infinito- Se non si immette un elemento dissonante che interrompe la ripetitività, il dialogo risulterà bloccato, vanificando la speranza di trovare un accordo. Sembrerebbe dunque che siamo talmente concentrati sulle nostre convinzioni, sulle nostre pretese e sulle nostre aspettative che le parole dei nostri interlocutori rischiano di diventare solo un fluire ininterrotto di suoni che neppure ci scalfisce. É una sorta di rassicurante rumore di fondo che ci tiene compagnia e ci trasmette la consolante, per quanto illusoria, sensazione di non essere soli, di essere in contatto con altri essere umani, integrati in un sistema sociale che ci rimanda un gratificante, seppur precario, senso di appartenenza. Con tali presupposti, verrebbe da concludere che siamo almeno capaci di comunicare con noi stessi. Eppure questa autoreferenzialità, questa centratura sulla nostra personale visione del mondo e sulla nostra peculiare esperienza affettiva, non ci deve illudere. L’attenzione che rivolgiamo a noi stessi non va confusa con un’effettiva capacità di ascolto, non significa necessariamente essere in contatto con se stessi, con la propria sfera più intima e genuina.
Esiste, infatti, un tipo di ascolto più intenso e profondo che abitualmente non pratichiamo e tendiamo a ignorare. Non riguarda solo la comunicazione con il prossimo, ma, in primo luogo, il dialogo che intratteniamo con noi stessi. Chi sa ascoltare veramente la voce del proprio Io? Chi sa cogliere i propri bisogni più autentici, sa individuare e interpretare correttamente i propri stati  emotivi nella grande variabilità delle sfumature espressive? Chi può garantire a se stesso una tale competenza e un’effettiva conoscenza della propria individualità?

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Sono tanti coloro che nelle diverse circostanze della vita non riescono a essere vigili e presenti a se stessi e non sanno cogliere i significati reali delle loro intenzioni e del loro stesso agire. Rifuggono da un atteggiamento di riflessione e di ascolto dei segnali e delle suggestioni che normalmente provengono non solo dall’interazione con il prossimo, ma anche e soprattutto dalla ricettività della propria esperienza emotiva. Forse pensano, ma non “sentono”; o meglio non si soffermano a registrare e a decodificare il loro sentire. Preferiscono tenersi occupati con mille distrazioni pur di non immergersi in un’atmosfera di calma e di silenzio che favorisce appunto l’ ascolto della propria voce interiore.
La nostra consapevolezza è, troppo spesso, alquanto carente. Il più delle volte ci accontentiamo di un’approssimativa e superficiale raccolta di dati, saltando frettolosamente a conclusioni poco o nulla aderenti alla realtà della nostra essenza originaria. Lo facciamo per risparmiarci la fatica di impegnare il cuore e la mente; per paura di scoprire aspetti del nostro carattere che potrebbero imbarazzarci; o, ancora, per il bisogno di coltivare un’immagine di noi stessi idealizzata e perciò accattivante, che possa garantirci l’apprezzamento altrui. Sono invece convinta che l’ ascolto degli altri non possa prescindere dalla conquista di una consapevolezza di sé che implicherà un benefico affrancamento dall’insicurezza personale e dalle proprie paure. Non dobbiamo avere timore di indagare. Se scaviamo nel profondo del nostro animo, troveremo un tesoro di risorse che potranno alimentare la nostra autostima e la nostra competenza relazionale. Solo confidando in noi stessi, nella ricchezza della nostra vita interiore e nell’acquisita capacità di espressione delle nostre potenzialità, saremo anche finalmente in grado di avere accesso al mondo dell’altro, ponendoci in un atteggiamento di ascolto fruttuoso. É chiedere troppo?

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