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Depressione uno sguardo oltre la malattia

La depressione non è solo una malattia e chi è depresso non è solo un malato. Eugenio Borgna ci porta al di là della semplice diagnosi, verso una comprensione esistenziale del vissuto della depressione
Eugenio Borgna e Aldo Bonomi
Elogio della depressione. Einaudi

Nell’area ambigua e indistinta delle depressioni non possono non essere isolate, in particolare, lo si accennava in apertura, tre diverse forme depressive che sono la depressione esistenziale, la depressione motivata, che nasce sulla scia di avvenimenti dolorosi e conflittuali, e la depressione psicotica, la depressione-malattia, che ha fondazioni biologiche alle quali non sono estranee, del resto, concause psicologiche ed esistenziali. Ogni volta che si abbia a parlare di depressione in psichiatria, è necessario indicare a quale delle tre aree ci si intende riferire. Un discorso generalizzante sulle depressioni non ha senso, ed è fonte di fraintendimenti e di sbandamenti senza fine: in ordine alle prospettive terapeutiche in particolare che non sono mai, e non possono essere, univoche e omogenee. (…)

La depressione esistenziale.
Ci sono stagioni, e ci sono momenti, in cui (al di fuori di ogni avvertibile motivazione) la tristezza, che è la parola tematicamente più vicina a quella di depressione, galleggia improvvisamente (nasce, o rinasce, fulminea) nella nostra anima, e dilaga nella nostra interiorità.
Questa è la depressione, che chiamiamo esistenziale, nel corso della quale ci sentiamo svuotati di interesse e di iniziativa, e soprattutto non riusciamo piú a ri-trovare un senso nella vita. Si fa fatica a pensare: risucchiati da uno stato d’animo che si nutre di tristezza e di smarrimento, e che ci oscura l’orizzonte, inaridendo gioie e speranze. Il tempo soggettivo, il tempo vissuto, che non ha nulla a che fare con il tempo dell’orologio, con il tempo misurabile, non fluisce piú spontaneamente e limpidamente: come avviene quando la tristezza non è nella nostra anima; ma tende a rallentare e a disgiungersi nelle tre dimensioni (agostiniane) che lo compongono: la dimensione del presente, quella del passato e quella del futuro. Quest’ultima, in particolare, tende ad arrestarsi (e con essa la speranza che vive solo del futuro e nel futuro) e viene, così, risucchiata dal passato che cresce nella nostra immaginazione e nei nostri pensieri.
La tristezza esistenziale non è una tristezza patologica: non ha nulla a che fare con la depressione come malattia; ma è una esperienza di vita che non è estranea a ciascuno di noi: nella misura in cui riflettiamo sul senso delle cose che ci circondano e sul senso delle cose che svolgiamo, talora effimere e inutili, talora svuotate di dedizione agli altri e impregnate di egocentrismo e di aridità. In ogni età, certo, ma soprattutto in quelle segnate dai crepuscoli, può nascere improvvisa la consapevolezza (la intuizione) della precarietà e della inadeguatezza delle nostre azioni e delle nostre speranze; e la tristezza, la malinconia (la malinconia che può essere anche creativa come ha scritto nello Zibaldone Giacomo Leopardi), toglie smalto alle cose e le annebbia: facendoci recuperare nondimeno valori che, prima della sua presenza, non coglievamo e non avvertivamo.

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La tristezza esistenziale è stata magistralmente descritta da Romano Guardini in un suo testo scritto in anni lontani ma di grande attualità, sui diversi aspetti della malinconia. Egli dice fra l’altro: «La malinconia è il prezzo della nascita dell’eterno nell’uomo»; soggiungendo: «il vero significato (della malinconia) non si rivela se non attraverso lo spirito. E mi pare che lo si debba formulare cosí: la malinconia è l’inquietudine dell’uomo che avverte la vicinanza dell’infinito».
Nel dire queste cose Romano Guardini coglie l’essenza di quella che è la depressione esistenziale; e in essa ha senso un ascolto psicoterapeutico, non necessariamente psichiatrico, orientato a rivelare quelle che sono le radici psicologiche della tristezza, e se possibile a modificarle. (…) La depressione esistenziale non è malattia: fa parte della vita, e può essere sorgente di riflessione e di creatività. Come ha scritto Kurt Schneider, uno dei grandi psichiatri del nostro tempo, ci dovremmo preoccupare non di essere stati depressi una volta in vita, ma di non esserlo stati mai.

La depressione motivata.
Le depressioni che nascono come risposta a una situazione dolorosa (alla perdita di una persona cara, a uno scacco vitale, alla perdita della patria, a un cambiamento di casa) sono depressioni motivate, o reattive; e questo le distingue dalle depressioni immotivate che insorgono, abitualmente, al di fuori di una avvertibile motivazione.
Le depressioni reattive corrispondono alla diagnosi di «disturbo distimico» seguendo la classificazione del DSM-IV-R (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), e sono contrassegnate dalla presenza di una tristezza psichica che riemerge dal fondo della vita psichica e che si esprime in un accasciamento creaturale doloroso e in una amarezza sconsolata. (…) Sono avvenimenti psichici, che si svolgono nella interiorità di ciascuno di noi, quelli che feriscono la condizione umana e la sospingono nel gorgo di una depressione reattiva. Questa si attenua, poi, fino a scomparire quando la causa (l’evento che l’ha determinata) si esaurisce nella sua influenza emozionale; anche se, ovviamente, può persistere una condizione di instabilità e di vulnerabilità emozionale.
Come dice Kurt Schneider, quando si è immersi in una depressione reattiva, è come se, nel fluire ininterrotto della vita, sia stato gettato un masso roccioso che arresta questo fluire. I pensieri sono risucchiati nel vortice di una sola idea, quella depressiva, che oscura e domina ogni altra idea e che toglie significati alla gioia: segnando ogni evento e ogni esperienza della vita con il sigillo della sofferenza, e frenando ogni realizzazione e ogni attività. (…)

La depressione psicotica.
La depressione psicotica, la depressione-malattia che non ha motivazioni riconoscibili nella sua insorgenza (…). La inibizione, e cioè la perdita di iniziativa, dilaga in ogni depressione psicotica fino a trasformare alcune pazienti e alcuni pazienti in figure umane bloccate e irrigidite. La inibizione interessa anche le articolazioni del pensiero che si fanno lente e ripetitive: risucchiate nel vortice monotematico di colpe, di timori di malattia e di catastrofi economiche. Le modificazioni del tempo vissuto (del tempo interiore), che sono state descritte già nelle depressioni reattive, si fanno qui frattura radicale e inemendabile nella misura in cui persista la depressione psicotica. La dimensione temporale del futuro (dell’avvenire) è stralciata dall’orizzonte del tempo interiore: essa è bruciata nel deserto di un tempo (soggettivo) nel quale non sopravvive se non la dimensione del passato (di ciò che è già stato ed è già avvenuto). Non c’è più spazio per le ali della speranza che si esilia sempre più lasciando che l’esistenza psicotica si nasconda, e si smarrisca, nelle sue colpe (nel passato vissuto come colpa) e nella sua solitudine autistica.

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In ogni caso, in questa forma depressiva si osservano (anche) modificazioni vegetative e somatiche che si esprimono con l’insonnia, con le sensazioni di nausea e di oppressione al capo, e con i disturbi cardiaci e gastrointestinali: questi sintomi mascherano, talora, i fenomeni psichici.
Il rifiuto della vita, e la scelta della morte volontaria, si possono delineare nella depressione psicotica. Questo rischio si ha soprattutto quando la depressione sta nascendo e quando sta esaurendosi: non quando essa ha la sua piena sintomatologia. In questo caso, infatti, la mancanza di iniziativa (la inibizione) impedisce che il desiderio della morte possa realizzarsi: ogni paziente si osserva (si vede) morire ma è inchiodato alla inerzia e alla impossibilità di agire. Quando la depressione sta guarendo, invece, si ha in genere una profonda divaricazione fra lo stato d’animo, che continua a essere accasciato e triste, e la inibizione motoria che si attenua e consente, talora, al desiderio della morte di realizzarsi.

Quello che c’è di comune nelle diverse depressioni.
Al di là delle diverse sintomatologie, che si costituiscono come strutture portanti della depressione esistenziale, della depressione motivata e della depressione psicotica, della depressione-malattia, ci sono in esse comuni radici fenomenologiche e antropologiche. (…)Non c’è depressione se non nel contesto di una grande sensibilità, e di una stremata fragilità, che ci fanno cogliere le diverse immagini della vita: contrassegnata dalle luci della gioia e della speranza, ma, anche, dalle ombre del dolore e della sofferenza. La sensibilità, e la fragilità, sono anche la premessa a ogni conoscenza intuitiva degli altri da noi, alla comprensione delle emozioni, della tristezza e della inquietudine del cuore, della gioia e delle attese, delle angosce e delle speranze, che si animano nella interiorità, nella soggettività, degli altri: di quelli, in particolare, che chiedono il nostro aiuto: talora nel silenzio e nella solitudine. Conoscere la depressione, i suoi modi di essere, averla vissuta almeno una volta in vita, dilata le personali possibilità di dialogo e di ascolto: di immedesimazione nei mondi feriti dalla tristezza e dalla disperazione. Si creano così, solidarietà che oltrepassano le ideologie e gli egoismi individuali; e che concorrono nel fondare una comunità di destino fra chi cura e chi è curato, fra chi sta naufragando e chi si fa scialuppa di salvataggio nei mari tempestosi, e dolorosi, della vita.
La fragilità umana, che vive in noi e che fa parte della condizione umana, si esprime sino in fondo nella sua epifania dolorosissima quando su di noi scenda, ancora più che non la malattia fisica, la sofferenza psichica: la depressione in particolare. Le diverse immagini della fragilità si nascondono nella timidezza e nella insicurezza, nella sensibilità e nella ricerca di infinito che sono elementi costitutivi di ogni depressione, e che ci passano magari accanto nella vita, ogni giorno, senza che noi li riconosciamo. La fragilità, le diverse forme di vita che hanno come matrice la fragilità, contrassegnano una nascosta e radicale dimensione dell’esistenza; ed è necessario rivalutarla fino in fondo.

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Benché apparentemente scomparse dalla coscienza occidentale le immagini della fragilità sono tuttora pulsanti nei cuori di ogni persona sensibile e aperta alla trascendenza. La nostra esistenza è fragile, e in ogni relazione umana si viene in contatto con la fragilità degli altri. La ricerca, e la decifrazione (la dissezione semantica degli involucri e la rinascita dei significati nascosti), dei segni che riemergono dai modi di essere dei pazienti depressi, al di là di ogni depressione, e la captazione dei desideri e delle angosce, delle richieste di aiuto, che ci sono in essi, ci fanno ogni volta riconoscere la comune importanza di radicali modificazioni del tempo: del tempo vissuto, del tempo interiore, del tempo dell’Io, e non, certo, del tempo della clessidra, del tempo dell’orologio, del tempo obiettivo. La depressione, ogni depressione, è una malattia del tempo: in essa la dimensione temporale dominante è quella del passato (del passato della colpa, del passato come nostalgia e come rimpianto, del passato proustianamente rivissuto e trionfalizzato) che non ha se non brecce di speranza, e cioè di futuro, dinanzi a sé; e in alcuni casi ha perduta ogni trascendenza nel futuro. Di questo non si può non tenere conto nei modi con cui ci confrontiamo con ogni persona depressa che ha bisogno di ascolto e di speranza.

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