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Seduzione : incontrare noi stessi

Seduzione è qualcosa di più di un’esperienza saltuaria nella nostra vita sentimentale: esercitata o subita, è una costante della nostra intera esistenza, la trama stessa del nostro entrare in contatto, in sintonia col mondo. Sempre e continuamente l’uomo è sedotto. Da bambino, attraverso la sorpresa che ogni nuova acquisizione comporta, è la seduzione dei suoni, dei colori, dei profumi, di ogni cosa che accenda la sua fantasia. Da adolescente sono il potere del sogno e il richiamo dell’utopia le forze da cui lasciarsi “condurre altrove”, nella sensazione appagante e onnipotente che sia possibile conquistare il mondo e realizzare ogni aspirazione. Da adulti, la seduzione assume i mille volti del desiderio: le molteplici figure con le quali l’uomo popola il suo immaginario per padroneggiare la sua solitudine esistenziale, la sua condizione di individuo che forgia forme e simboli e che tesse racconti per darsi un’identità e una collocazione, per radicarsi nel mondo. Così è possibile parlare di seduzione non solo amorosa, ma di una seduzione delle idee, di una seduzione dello spirito, della seduzione del male o delle immagini. Dovunque si profili una promessa di riparazione, di appagamento, o l’illusione di una ricomposizione delle proprie tensioni, o anche dovunque si intraveda una possibilità di sentirsi più pienamente partecipi della vita, attraverso la sfida del perdersi e del ritrovarsi, lì è in atto la seduzione.
Aldo Carotenuto
Riti e miti della seduzione. Bompiani

C’è una forza sottile e imperscrutabile che attrae gli esseri l’uno verso l’altro, li avvicina e li avvince, che li consuma e li perde. Una forza che attraversa i singoli ma non appartiene alla coscienza: un impulso che, come accade alle traiettorie delle particelle, attira e orienta i percorsi degli uni verso gli altri, unendoli, facendoli interagire e proiettandoli oltre, dopo averli trasformati. Non sappiamo chi sia l’alchimista segreto che muove e combina gli elementi, se non attraverso gli effetti che produce.
La seduzione opera ovunque, ha molteplici sembianze e nomi, non possiamo ridurla al fenomeno dell’attrazione erotica tra due esseri, ma dobbiamo conferirle un significato molto ampio, che racchiude ogni ricerca mossa da Eros: da quella dello scienziato nel suo laboratorio, alle esplorazioni dei viaggiatori verso nuove mete, al pellegrinaggio perpetuo dei monaci, agli amorosi lamenti degli antichi trovatori. Ovunque c’è Eros, c’è seduzione.
Ma, come ci ricordano gli antichi, la seduzione non è un’attrazione armoniosa del simile per il simile, un movimento di avvicinamento che corona il sogno dell’unione perfetta, che acquieta i cuori e li sospinge l’uno verso l’altro beatamente. Essa è insidiosa, subdola, pericolosa, apre ferite, scardina gli equilibri, getta l’anima nelle tenebre. Meglio non essere toccati da lei, affermavano i tragici greci, perché non lascia indenni, al contrario, rovina, porta distruzione e perdita: Saffo per amore si lancia in mare da un’alta rupe, Pietro e Giovanni evangelista abbandonano le loro famiglie e il loro mestiere, Tristano e Isotta si lasciano morire, Orlando perde il senno, Edipo ne viene accecato.
Perché domandiamo l’amore che unendo pacifica e cerchiamo invece ciò che ci separa e ci travaglia? Perché, se ambiamo all’armonia, ci ritroviamo incamminati verso luoghi sconosciuti e minacciosi? La storia della letteratura universale ci ripropone continuamente tali domande, presentandoci personaggi che soffrono di questa insanabile contraddizione. Ciò che si presenta al nostro sguardo nelle sembianze allettanti di una promessa di compimento – sia esso un essere umano, sia esso un sogno utopico, sia esso il richiamo a un percorso particolare di ricerca – genera in noi un turbamento che ci disorienta, che seducendoci ci conduce “altrove” rispetto ai nostri precedenti progetti, fuori dal perimetro dell’ordinata quotidianità. All’inizio tale richiamo ci trascina facilmente, perché ci lusinga, accende la nostra immaginazione, si prospetta come occasione di rinnovamento, di realizzazione; e sarà davvero così, ma mai nei modi che sognavamo, mai senza tremore, errori, sofferenza.

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Una prima, eccelsa risposta a tale dilemma ci viene dal passo di Proust tratto da La prigioniera, che apre il capitolo iniziale del libro: “Si ama solamente ciò in cui si persegue qualcosa di inaccessibile, quel che non si possiede”. Tradotto in termini psicologici (ahimè meno poetici) ciò significa che noi, attraverso l’incontro con l’altro, entriamo in contatto con zone ignote e oscure della nostra psiche, che possono essere contattate solo attraverso una loro proiezione sull’essere che ci sta davanti, foriero di cambiamenti. L’altro incarna allora l’occasione unica e irripetibile di un confronto con l’inconscio: del poter contemplare una dimensione ignota del nostro essere che chiede di venire integrata dalla coscienza, esplorata e riconosciuta.
L’abbaglio in cui cadiamo consiste nel ritenere che ciò che attraverso il volto dell’altro si palesa è l’immagine migliore di noi, e non è mai così. L’obliquità della seduzione di cui scrive Baudrillard consiste proprio in questo abbaglio: siamo sedotti da un’immagine che riteniamo ideale, salvo poi accorgerci che ha il volto dei nostri più riposti fantasmi.
La qualità perturbante dell’oggetto desiderato è data proprio dal fatto che non ci è possibile vederlo nella sua realtà obiettiva, perché il suo volto, come accade per i personaggi del sogno, è formato dalla sovrapposizione di nostre immagini interne, dalla condensazione di più volti. Un viso che, come tale, non riusciamo mai a focalizzare perfettamente, e che subisce continue metamorfosi a seconda dei nostri movimenti transferali. Ecco allora che l’amato o l’amata possono contemporaneamente apparirci ora come l’incarnazione di una promessa di appagamento ora come traditori delle nostre aspettative.

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La qualità dell’oggetto di seduzione, dunque, è sempre ambiva. lente: da una parte esso promette di poter appagare il desiderio, dall’altra continuamente procrastina tale momento, lo rimanda nel tempo. È questo l’inganno della seduzione, il suo fascino potente! Se ciò accade è perché solo attraverso lo scambio fecondo che la relazione rende possibile noi possiamo conoscerci, possiamo esplorare tutti i territori che compongono i nostri paesaggi interiori. E, come per i panorami che ci circondano, anche in noi ci sono “picchi e valli”, vette e abissi, oscurità che ci impauriscono per il fascino che incutono, per l’attrazione che esercitano. Il genio di Freud aveva intuito che il desiderio è mosso dalla paura, ed è per questo che la frase di Proust suona così vera alle nostre orecchie: si ama ciò che nella sua enigmaticità rende presente la nostra stessa incommensurabilità, la nostra inquietudine di esseri incompleti, continuamente in cerca di un altro che – vogliamo illuderci – ricomponga la nostra scissione, salvo poi accorgerci che lui è proprio la dimostrazione del nostro essere divisi. La caratteristica perturbante dell’oggetto di seduzione, che attrae e vincola il sedotto è, ripetiamo, la sua ambivalenza.
Freud asserisce che il perturbante sopraggiunge ogniqualvolta il confine tra realtà e fantasia si fa labile, ogniqualvolta sfumi il limite tra reale e immaginario, per cui ciò che ci attrae ha insieme la natura di una apparizione e la forza trascinante di una presenza concreta. Tale è per il sedotto l’immagine del suo oggetto desiderato, tanto più perturbante quanto più questo non può mai essere pienamente raggiunto e posseduto.

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