Coscienza : perché non siamo il nostro cervello

La coscienza umana è veramente situata nel cervello dell’individuo. Il filosofo Alva Noë ci spiega come la coscienza sia qualcosa di molto più ampio e che probabilmente va ricercata in ciò che chiamiamo esperienza.
Alva Noë
Perché non siamo il nostro cervello. Raffaello Cortina Editore

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Viviamo in un’epoca di crescente entusiasmo per il cervello. Soltanto la preoccupazione di trovare un gene per qualunque cosa compete oggi con il diffuso ottimismo che circonda le neuroscienze. Percezione, memoria, piacere o dispiacere, intelligenza, morale … il cervello è considerato l’organo responsabile di ogni cosa. Si crede comunemente che persino la coscienza, il Santo Graal della filosofia e della scienza, sarà presto fatta oggetto di una spiegazione neurale. In un’era come la nostra, contraddistinta da spettacolari e costose tecniche di brain imaging (come la risonanza magnetica funzionale e la tomografia a emissione di positroni), difficilmente passa un giorno senza che le pagine scientifiche dei principali quotidiani e delle più importanti riviste diano notizia di nuove conquiste e sensazionali scoperte. Dopo decenni di sforzi comuni da parte di neuroscienziati, psicologi e filosofi, l’unico punto che sembra rimanere non controverso circa il ruolo svolto dal cervello nel renderci coscienti, ossia il modo in cui esso dà origine alle sensazioni, ai sentimenti e alla soggettività, è che non ne sappiamo nulla. Anche i più entusiasti delle nuove neuroscienze della coscienza ammettono che, allo stato attuale delle cose, nessuno possiede ancora una spiegazione plausibile del modo in cui l’esperienza – la sensazione della rossezza del rosso! – possa emergere dal1′ azione del cervello. Nonostante la tecnologia di cui disponiamo e nonostante la sperimentazione sugli animali, non siamo oggi più vicini a comprendere le basi neurali dell’esperienza di quanto lo fossimo cent’anni fa. Ci manca una teoria che spieghi, in maniera sia pure grossolana, quale contributo possa recare il comportamento di singole cellule all’emergere della coscienza. Questo non è di per sé uno scandalo, ma può diventarlo se permettiamo che la propaganda nasconda il fatto che stiamo brancolando nel buio. Sentiamo spesso ripetere che le neuroscienze della coscienza si trovano ancora in una fase precoce del loro sviluppo. Ciò non è però corretto, in quanto suggerisce che il progresso sia in grado di prendersi cura di sé: è solo questione di tempo, di un normale processo di maturazione. Un’immagine migliore potrebbe essere quella di escursionisti inesperti che si trovano fuori da ogni sentiero senza avere alcuna idea di dove siano: si sono persi, e neppure lo sanno!(…)
Il nostro problema consiste nel fatto che abbiamo cercato la coscienza dove non c’è. Dovremmo invece cercarla là dove essa si trova. La coscienza non è qualcosa che accade dentro di noi. Piuttosto, è qualcosa che facciamo o creiamo. Meglio: è qualcosa che realizziamo. La coscienza assomiglia più alla danza che alla digestione. (…) L’idea che l’unica indagine propriamente scientifica della coscienza sarebbe quella che la identifica con eventi nel sistema nervoso è frutto di un riduzionismo ormai datato. Tale idea è analoga a quella che considera la depressione solo un male cerebrale. In un certo senso, questo è ovviamente vero. Esistono “firme” neurali della depressione. L’azione diretta sul cervello, nella forma di una terapia farmacologica, può avere effetti sulla depressione. Ma in un altro senso questo è ovviamente non vero.

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È semplicemente impossibile comprendere in termini unicamente neurali perché una persona cada in depressione, ovvero perché proprio questo individuo qui e ora sia depresso. La depressione colpisce persone in carne e ossa, che affrontano, sulla scorta delle loro storie di vita vissuta, i problemi concreti della loro esistenza; e lo fa sullo sfondo non solo di queste storie individuali, ma anche della storia filogenetica delle specie. Il dogma che la depressione sia un male cerebrale serve agli interessi delle compagnie farmaceutiche, non c’è alcun dubbio. Serve anche a destigmatizzare la lotta contro la depressione, il che è una buona cosa. Ma esso è falso.
Per progredire nella comprensione della coscienza occorre rinunciare alla microanalisi neurale interna (…). Il luogo della coscienza è la vita dinamica dell’intera persona o dell’intero animale immersi nel loro ambiente. È solo assumendo una prospettiva olistica sulla vita attiva della persona e dell’animale che possiamo cominciare a rendere intelligibile il contributo che il cervello dà all’esperienza cosciente. (…)
Fermiamoci e prendiamo atto che è possibile credere nella coscienza – apprezzare che abbiamo delle sensazioni, dei pensieri e che un mondo si manifesta davanti a noi- senza per questo dover credere che esista un luogo, o un tempo, in cui la coscienza sarebbe o sorgerebbe dentro di noi. A mo’ di confronto, consideriamo che non c’è nulla nel pezzo di carta che ho in mano, preso di per sé, che lo renda un dollaro. Sarebbe ridicolo cercare i correlati fisici e molecolari del suo valore monetario. Dopotutto, il valore monetario non è una proprietà intrinseca del pezzo di carta in sé, ma dipende dall’esistenza di pratiche, convenzioni e istituzioni. I marchi, i franchi, i pesos o le lire contenuti in un portafoglio non hanno certo modificato il loro stato fisico quando, da un giorno ali’ altro, hanno cessato di essere legalmente accettati. Il cambiamento è stato reale, ma non è stato un cambiamento che ha riguardato le condizioni fisiche delle monete. Forse la coscienza è come il denaro. La mia coscienza- con il carattere qualitativo che ha per me ora – dipende non solo da ciò che succede nel mio cervello, ma anche dalla mia storia e dalla mia attuale posizione nel mondo nonché dalla mia interazione con esso. È sorprendente che la maggioranza degli scienziati che lavorano sulla coscienza non noti come proprio qui si celi una possibilità teorica a lungo trascurata. Essi tendono piuttosto a pensare che la coscienza, qualunque sia la sua spiegazione ultima, debba essere qualcosa che accade da qualche parte e in un qualche tempo all’interno del cervello umano, così come la digestione accade all’interno dello stomaco. Secondo l’attuale concezione standard, la nostra vita cosciente -il fatto che pensiamo e abbiamo esperienza di un mondo che si manifesta davanti a noi-è frutto dell’azione del nostro cervello. Il cervello produrrebbe immagini di ciò che ci circonda e manipolerebbe tali immagini all’interno di un processo chiamato pensiero.

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Il cervello calcolerebbe, farebbe inferenze e alla fine impartirebbe comandi neurali tali da permettere le nostre azioni. Noi realmente siamo i nostri cervelli e i nostri corpi sono, al più, strumenti robotici a disposizione dei nostri cervelli. Il cervello è l’unico autore di quanto, a tutti gli effetti, non è altro che una grande illusione: il fatto che occupiamo un mondo ricco di dettagli e significati, il fatto che siamo il tipo di cose che pensiamo di essere. Che cosa siamo? Ecco la verità: siamo cervelli immersi in vasche riempite di liquido nutriente. Le nostre teste sarebbero le vasche e i nostri corpi i sistemi di supporto vitale che ci consentono di sopravvivere. Questo almeno stando al paradigma che oggi domina tra i neuroscienziati e gli scrittori di fantascienza. Il mio corpo è davvero un robot abitato dal mio cervello? Il mondo è una grande illusione? E questa è una concezione intelligibile di noi stessi?
L’assunzione posta alla base di buona parte dell’indagine scientifica dedicata alla coscienza consiste nel considerare quest’ultima alla stregua di qualsiasi altro fenomeno neuroscientifico. Essa accade dentro di noi, nel cervello. (…) Sarebbe sorprendente venire a sapere che noi non siamo il nostro cervello. Sarebbe come sentirsi dire che il cervello non è quella cosa dentro di noi che ci rende coscienti, poiché in realtà non vi è una cosa dentro di noi che ci renda coscienti. Si evidenzierebbe in questo modo il fatto che le neuroscienze contemporanee sono rimaste vittime di una falsa dicotomia. Come se la sola alternativa all’idea che la cosa dentro di noi che pensa e sente è immateriale e sovrannaturale fosse l’idea che la cosa che dentro di noi sente e pensa è un pezzo del nostro corpo. Sarebbe sorprendente sentirsi dire che fino a oggi abbiamo concepito la coscienza nel modo sbagliato, come qualcosa che accade dentro di noi, al pari della digestione, quando invece avremmo dovuto pensare alla coscienza come a qualcosa che facciamo, proprio come a una sorta di attività. In questo libro propongo la seguente ipotesi, davvero sorprendente: per comprendere la coscienza negli esseri umani, così come negli animali, non dobbiamo guardare dentro di noi, nei recessi della nostra interiorità; dobbiamo invece guardare ai modi in cui ciascuno di noi, nella sua interezza, porta avanti la propria vita all’interno del mondo che lo circonda, con esso e in risposta a esso. Il soggetto dell’esperienza non è una parte del nostro corpo. Noi non siamo il nostro cervello. Il cervello, piuttosto, è una parte di ciò che noi siamo.

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