Desiderio e amore: un’antitesi psicologica

Desiderio e amore, due termini che spesso fanno fatica a stare insieme. Una logica che sembra escluderne sempre uno nel rapporto con l’altro. Umberto Galimberti ci spiega le loro logiche e il perché di questa apparente incompatibilità.
Umberto Galimberti
Le cose dell’amore. Feltrinelli

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Amore è solo la chiave che ci apre le porte della nostra vita emotiva di cui ci illudiamo di avere il controllo, mentre essa, ingannando la nostra illusione, ci porta per vie e devianze dove, a nostra insaputa, scorre, in modo tortuoso e contraddittorio, la vitalità della nostra esistenza.
Tutti, chi più chi meno, abbiamo esperienza del fatto che l’amore si nutre di novità, di mistero e di pericolo e ha come suoi nemici il tempo, la quotidianità e la familiarità. Nasce dall’idealizzazione della persona amata di cui ci innamoriamo per un incantesimo della fantasia, ma poi il tempo, che gioca a favore della realtà, produce il disincanto e tramuta l’amore in un affetto privo di passione o nell’amarezza della disillusione.
L’amore svanisce perché nulla nel tempo rimane uguale a se stesso, specialmente quando si ha a che fare con le persone che la vita costringe a un inarrestabile cambiamento. Ma non è il cambiamento a degradare l’amore, siamo piuttosto noi a fare di tutto per degradarlo. E ci sono ottime ragioni per cui siamo interessati a questo degrado. La prima ragione è l’impotenza psichica” di cui parla Freud a proposito dell’autolimitazione che noi operiamo della nostra capacità di desiderare e di sostenere il desiderio, per cui, scrive Freud: “Dove amiamo non proviamo desiderio, e dove lo proviamo non possiamo amare”.
Privo di desiderio, l’amore garantisce tenerezza , intimità, sicurezza, ma non prevede l’avventura , la tensione e il senso del rischio che alimentano la passione. Dal canto suo il desiderio senza amore è stimolante, eccitante, vibrante, ma non ha l’intensità e il senso di un’elevata posta in gioco che rendono profonda la relazione. Non ci è dato, se non per brevi attimi, di fare esperienza nello stesso tempo dell’amore e del desiderio verso la stessa persona. E questo perché l’amore, che nasce sotto il segno della stabilità e dell’eternità, vuole ciò che il desiderio rifiuta. Il desiderio, infatti , non sa cosa vuole. È un atto infondato che trova insopportabile ogni gesto della ripetizione volto a confermare se stesso. Come una forza incontrollata irrompe nella stabilità dell’ordine, producendo nel senso, da tempo codificato, quel controsenso che fa ruotare i discorsi senza immobilizzarli intorno a un dispositivo reale. Per questo nel discorso provoca la parentesi , l’interposizione. Insinuandosi come un incidente nella propria vita la fa traboccare, esponendola a un altro senso, quasi sempre fuorviante rispetto all’esigenza unitaria di una biografia.
E questo perché il desiderio, a differenza dell’amore che vuole costruzione e stabilità, è un movimento verso un punto di perdita. Non produce un altro linguaggio parallelo, autonomo o alternativo a quello dell’amore, ma solo eventi il più delle volte tra loro irrelati, che mirano alla dissoluzione di tutto ciò che pretende di porsi come unico, come esemplare, come subordinante la ricchezza e la varietà del molteplice. Per questo, nel suo impulso, il desiderio non predispone una risposta e non contiene una soluzione. Non si lascia presiedere da alcuna logica. Semmai è ciò che rompe la logica del discorso, la sua grammatica, la sua sintassi. Il desiderio è ciò che nel discorso fa problema.

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Come il vagabondo sfugge a ogni serie che pretende di includerlo come proprio elemento, e per il suo girovagare al di fuori di ogni struttura è perseguito, così il desiderio si muove al di fuori di ogni contesto che lo imprigiona, e la sua erranza è perseguita come errore. Un errore che non è il contrario della verità, ma la sua rottura.
Estraneo a ogni logica, il desiderio gioca, ma il suo gioco non ha regole, perché le regole sono la negazione del gioco, servono all’esclusione, al “fuori gioco”. Nel gioco del desiderio le mosse non rispondono a un calcolo, non hanno un esito determinato. A regolare il campo non è la correttezza con la sua funzione pedagogica e morale di cui si nutre l’amore, perché il desiderio è scorretto. Con la sua natura paradossale rompe l’ortodossia del discorso amoroso. Lasciando agire in modo eccentrico delle fascinazioni impreviste, decentra l’ordine verso linee di fuga, dove si smarrisce il senso che una biografia ha faticosamente accumulato.
Ignorando il reciproco scambio sempre sotteso a ogni relazione d’amore, il  desiderio conosce solo il furto e il dono. Per questo l’amore, che cerca sicurezza e stabilità, tende a spegnere i desideri che teme come il suo negativo più profondo, o a deviarli nella finzione dell’immaginario, come si deviano le forze temute di un fiume, scavandogli un letto artificiale o  derivandone mille rigagnoli che si disperdono nella terra.
Di qui il successo dell’amore on line. La fantasia di scatenare il proprio desiderio con una persona che non c’è o non è accessibile, con l’estraneo misterioso offre non solo la possibilità di esplorare il proibito e il precario, ma anche l’opportunità di fantasticare sul proibito e sul precario da un luogo più sicuro rispetto alle nostre relazioni reali , nelle quali non intendiamo permettere a noi  stessi di destabilizzarci. E così, per ridurre il rischio, separiamo la stabilità, a cui  l ‘amore tende, dall’avventura  che il desiderio  agogna.
E quando dico “avventura” non alludo a qualcosa di banale, ma a quel tratto che fa di un uomo un uomo che, a differenza dell’animale, è sempre proteso oltre di sé, in quella dimensione di cui si alimenta anche la cultura cristiana quando parla di “trascendenza”, di “oltrepassamento” di ciò che ci è semplicemente dato. Il desiderio è trascendenza . Ma salvo rare eccezion i , nessuno è disposto a giocare tutto se stesso nel fascino ignoto dell’avventura. Perché, anche per avventurarsi , bisogna partire da un luogo che mi dia il senso del “da dove vengo”, “a cosa appartengo” e magari un giorno “dove desidero tornare”. Non riusciamo infatti a immaginare una persona o una cultura che non si orientino a partire da un qualche senso di “casa” che Robert Lee  Frost  definisce come  “il posto in cui, quando ci devi andare, ti devono accogliere”. Per questo “famiglia” e “familiare” hanno la stessa radice. Oltre all’avventura noi cerchiamo la continuità e l’identità per ancorarci , e quindi ciascuno a modo  suo stabilisce una casa che difende dal rischio dell’avventura.

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Per questo diciamo che non sono la quotidianità, la familiarità, l’abitudine a estinguere nella casa la passione amorosa , ma siamo noi a usare la quotidianità, la familiarità e l’abitudine per estinguere nella casa la passione amorosa, allo scopo di difendere il nostro nido dal rischio destabilizzante dell’avventura , che potrebbe sottrarci la sicurezza e l’accoglienza di cu i , al pari dell’avventura , abbiamo un assoluto bisogno. Impieghiamo infatti molto tempo a delimitare uno spazio familiare e a costn1ire una casa , ma fatichiamo a pensarci così bloccati dal bisogno di sicurezza da non sentire attrazione di essere, come dice Kerouac, ancora “on the road”. Così come è difficile immaginare dei nomadi tanto attratti dall’avventura da non sentire il monito di Nietzsche: “Guai a chi non ha casa!”.
E non si dica che gli uomini dipendono meno delle donne dal senso di familiarità e sicurezza. Al contrario l’identità maschile è destabilizzata più radicalmente di quella femminile dalla mancata accoglienza in una casa, come documentano le storie dei separati che sterminano la fa­ miglia che più non li accoglie. Allo stesso modo le donne non sono meno avventurose degli uomini, ma hanno più paura dell’impatto che il loro spirito di avventura ha sugli aspetti tradizionali dell’identità femminile.
Come conciliare il bisogno di sicurezza e il desiderio di avventura? Come comporre la lacerazione di queste due istanze così profondamente radicate nel profondo della natura umana? Una strada ci sarebbe, ed è quella di accorgersi e di accettare il cambiamento continuo a cui ogni abitante della casa va soggetto nel corso della sua vita giorno dopo giorno. Un cambiamento che riconfigura la quotidianità, sbilancia la familiarità, infrange le abitudini, rende insolito e nuovo il tempo. Quanto infatti è conoscibile e prevedibile un’altra persona? Quanto siamo prevedibili e conoscibili noi stessi? Non è che la prevedibilità, la conoscibilità, la quotidianità, la familiarità, l’abitudine sono i prodotti della nostra disattenzione all’altro, o addirittura strumenti che noi usiamo per spegnere la curiosità e la passione, che sono gli ingredienti del desiderio, allo scopo di garantir­ ci la sicurezza? In fondo l’amore senza passione è noioso, ma sicuro.

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Quanta felicità barattiamo in cambio della sicurezza? Quanti cambiamenti dell’altro ignoriamo per garantirci un partner prevedibile? L’abitudine uccide il desiderio. E siccome in qualche modo lo sappiamo, non è raro che trasformiamo in abitudini le persone che amiamo, e attraverso questa degenerazione protettiva ci garantiamo la sicurezza della casa, e ci difendiamo dalla vulnerabilità intrinseca dell’amore.
Se ci  persuadiamo che  l’esperienza  u n1ana  è  per  natura mutevole e ciascuno di noi va incontro a un cambiamento continuo, allora diciamo che la sicurezza è una nostra fantasia che cerchiamo di realizzare immobilizzando l’altro in un nostro schema , mentre l’avventura che promuove il desiderio è la realtà. Ma per il timore che l’avventura ci destabilizzi non la ospitiamo in casa , al massimo le concediamo fuori casa il tempo di una notte. Troppo  poco per rispondere allo spirito d’avventura , di novità e di cambiamento che caratterizza l’uomo e il suo lacerato modo  di  amare.

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