Pensare : istruzioni per l’uso

Pensare è un’attività per lo più automatica. Tutti diamo per scontato di saper pensare e, in questo modo, trascuriamo la possibilità di modificare, migliorare e potenziare questa nostra capacità. Edward De Bono, ci spiega altre modalità di pensare e come questa facoltà possa essere utilizzata in maniera più funzionale a risolvere i nostri problemi.
Edward De Bono
Sei cappelli per pensare. Biblioteca Universale Rizzoli

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Pensare è la massima risorsa dell’uomo. Tuttavia non siamo mai soddisfatti della nostra capacità fondamentale. Per quanto si diventi bravi, occorre sempre desiderare di essere migliori. Di solito le uniche persone soddisfatte del la loro capacità di pensiero sono quei poveretti che credo no che il pensieri serva a togliersi il gusto di dimostrare che hanno ragione. Solo una visione limitata di quel che il pensiero può fare, e nient’altro, può renderci soddisfatti della nostra bravura in questo campo. La maggiore difficoltà che si incontra nel pensare è la confusione. Cerchiamo di fare troppe cose alla volta. Emozioni, informazioni, logica, aspettative e creatività si affollano in noi ostringendoci a fare il giocoliere con troppe palle. (…)
Recitate la parte del pensatore: lo diventerete
Credo che uno dei due originali del Pensatore di Rodin sia a Buenos Aires nella piazza di fronte al Parlamento. Almeno così mi disse la guida indicando l’assorto pensatore congelato nel bronzo immortale. Come fatto potrebbe essere falso sotto molti aspetti. Potrebbe non trattarsi di un originale. Potrebbero non esser ci stati due originali. La guida potrebbe essersi sbagliata. Potrebbe non trovarsi nella piazza di fronte al Parlamento. Il mio ricordo potrebbe essere sbagliato. Perché allora dovrei riferire qualcosa che di fatto non è stato assolutamente accertato? Le ragioni sono tante. (…)
Voglio che voi vi raffiguriate la tanto usata — e abusata — immagine del Pensatore di Rodin. Voglio che immaginiate la posa con la mano sul mento che si suppone debba assumere ogni pensatore non del tutto frivolo. In proposito, io sono convinto che pensare dovrebbe essere qualcosa di attivo e vivace, e non di malinconico e solenne. Ma per il momento l’immagine tradizionale ci è utile.
Mettetevi in quella posa — fisicamente, non mentalmente — e diventerete pensatori. Perché? Perché se recitate la parte del pensatore lo diventerete.
I tibetani pregano girando ruote su cui sono scritte le preghiere Girando, le ruote fanno salire le preghiere su nello spazio divino. Se le ruote sono ben bilanciate un fedele può farne girare anche una dozzina come in quel numero da circo dove piatti roteanti sono tenuti in equilibrio su lunghe aste. Può darsi che, mentre la ruota gira, il tibetano pensi alla lista della lavanderia. È l’intenzione di pregare quello che conta, più dello sbandieramento emotivo e spirituale che molti cristiani chiedono a se stessi. C’è una altra cosa in cui il cristiano somiglia al tibetano: nel gesto di pregare anche in assenza di coinvolgimento emotivo. Col tempo le vostre emozioni si adegueranno ai vostri gesti. Intendo esattamente questo quando vi chiedo di recitare la parte del pensatore.
Assumete la posa del pensatore. Fate il gesto. Abbiate l’intenzione e manifestatela a voi stessi e agli altri. Ben presto il vostro cervello seguirà la parte che state recitando. Recitate la parte del pensatore, e davvero lo diventerete.(…)

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La caratteristica che più colpisce in una fotografia di gruppo scattata più di quarant’anni fa, è che tutti portano il cappello. Le foto sui giornali e primi film mostrano questa tremenda diffusione dei cappello. Oggi il cappello è una rarità, specialmente per gli uomini. Oggi il cappello tende a definire un ruolo. I cappelli sono parte di un’uniforme, che di per sé definisce un ruolo.
Di un marito tirannico che dà ordini alla famiglia si può dire che indossa il «cappello da direttore» o il «cappello da comandante in capo». Una donna manager può distinguere i due ruoli che esercita dicendo che indossa un «cappello da dirigente» o un «cappello da casalinga». La signora Thatcher, primo ministro inglese, di tanto in tanto dichiara di applicare la prudenza e la frugalità di una casalinga alla direzione del governo.
L’idea di un cappello per pensare o pensare è altrettanto plausibile.
«… Per considerare la tua proposta devo mettermi il cappello per pensare. Non sono sicuro di voler vendere quel l’edificio.»
«… Mettiti il cappello per pensare e telefonami domani.»
«… È una situazione complicata. Dobbiamo metterci i cappelli per pensare per vedere come uscirne.»
Ho sempre immaginato il cappello per pensare come una specie di berretto da notte con una nappina. Un po’ come un cappello da asino, ma senza quella rigidità che è l’unico vero tratto distintivo della stupidità.
La gente si offre di indossare il cappello per pensare o chiede ad altri di farlo.
Il mettersi intenzionalmente un cappello è un gesto ben definito.
Nei tempi andati quando la bambinaia si metteva il cappello era segno che lei — e i bambini — sarebbero usciti. Non c’era da discutere. Il segnale era definitivo. Quando un poliziotto indossa il suo cappello vuol far capire che si accinge all’adempimento del suo dovere. Un soldato senza cappello non sembra mai serio o temibile quanto uno col cappello.
È un peccato che non ci sia un autentico cappello per pensare da comprare nei negozi. In Germania e Danimarca c’è un cappello da studente, una specie di cappello da erudito. Ma raramente erudizione e pensiero si identificano. Gli eruditi sono troppo occupati a studiare il pensiero altrui per pensare essi stessi.
Considerate l’utilità di un vero cappello per pensare.
«… Non disturbarmi. Non vedi che sto pensando?»
«… Interrompo la discussione, così possiamo tutti metter ci il cappello per pensare e concentrare l’attenzione sul problema.»
«… Voglio che tu ci pensi adesso. Voglio vederti mettere il cappello per pensare.»
«… Voglio che a questo progetto tu ci pensi due volte. Rimettiti il cappello per pensare.»
«… Lei mi paga per pensare. Così sto seduto qui a pensa re. Meglio mi paga, meglio penserò.»
«… E se pensassimo a qualcosa di decisivo? Finora mi avete dato solo reazioni automatiche. Mettetevi il cappello per pensare.»
«… Pensare non è una scusa per non agire ma un modo per agire meglio. Perciò avanti con l’azione.»

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L’immagine mentale di qualcuno con in testa un vero cappello per pensare può destare quello stato d’animo sereno e distaccato imprescindibile da ogni pensiero che non sia di semplice reazione a una situazione. Un pensatore coscienzioso forse potrebbe dedicare cinque minuti al giorno ad indossare intenzionalmente il cappello per pensare. Si tratta di vedere se credete di essere pagati per pensare o per seguire il pensiero di altri.
Voglio mettere a fuoco la questione del pensiero intenzionale. È questo lo scopo del cappello per pensare. Lo si indossa in maniera intenzionale.
C’è un pensiero del tipo «camminare-parlare-respirare» che si svolge di continuo. Rispondiamo al telefono. Attraversiamo la strada. Entriamo e usciamo da una routine. Non occorre gestire consapevolmente la respirazione o sa pere quale gamba segua l’altra nel camminare. Il fluire di questo tipo di pensiero automatico costituisce per noi un background costante. Ma esiste un altro tipo di pensiero molto più intenzionale e focalizzato. Il pensiero-background serve a fronteggiare la routine. Il pensiero intenzionale serve a qualcosa di meglio. Tutti possono correre, ma l’atleta corre intenzionalmente ed è allenato a questo scopo.
Non c’è una maniera semplice di segnalare a noi stessi che vogliamo uscire dalla routine, dal pensiero per fronteggiare la routine, per entrare in quello intenzionale. L’espressione «cappello per pensare» diviene così un segnale preciso da dare a noi stessi o ad altri.
Confrontiamo i due tipi di pensiero: quello per fronteggia re la routine e quello intenzionale. Quando guidate una macchina dovete scegliere una strada, seguirla e tenervi a distanza dagli altri veicoli. C’è un gran numero di gesti eseguiti momento per momento, imposti dal momento passato e da quello che seguirà. Voi cercate i segnali e ad essi reagite. Questo è pensiero di reazione. Il pensiero del tipo camminare-parlare-respirare somiglia molto alla guida di un’automobile. Guardate la segnaletica e decidete. Ma non state facendo una mappa.
L’altro tipo di pensiero concerne proprio il farsi una mappa. Esplorate il problema e ne fate una mappa. La fate in maniera oggettiva e neutrale. Per farlo dovete allargare la vostra visuale. Ciò è molto diverso dalla semplice reazione alla segnaletica.

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Il contrasto risulta evidente nell’esempio che segue.
Immaginate di star tentando di avere la meglio in una discussione. Avanzate la vostra tesi e riassumete i punti che la sostengono. Ascoltate la tesi dell’avversario solo per attaccarla e evidenziarne i punti deboli. Attacchi o difese, momento per momento. Ognuna delle due parti reagisce all’altra. (…) Il pensiero a mappatura richiede un certo distacco. Il pensiero del tipo camminare-parlare-respirare invece no. Questo tipo di pensiero reattivo funziona davvero solo quando c’è qualcosa a cui reagire. Ecco perché è molto pericoloso credere che il pensiero critico sia l’unica forma completa di. pensiero. Una stupida convinzione, nata dal fraintendimento dei grandi pensatori greci, afferma che il pensiero si basa sul dialogo e sull’argomentazione dialettica. Questa convinzione ha procurato molti danni al pensiero occidentale.
L’abitudine occidentale alla discussione e alla dialettica non funziona perché trascura la generatività e la creatività. Il pensiero critico va bene per reagire a quello che ci viene messo di fronte, ma non fa scaturire proposte.
I ragazzi a scuola si trovano costantemente a dover reagire a ciò che viene loro proposto: libri di testo, commenti degli insegnanti, programmi televisivi, ecc. Ma appena il giovane lascia la scuoia, gli viene richiesto molto di più che non semplici reazioni. Ha bisogno di iniziativa, di pro getti e di capacità d’azione. Tutte cose che non possono venire dal pensiero reattivo.
Per indicare questo «pensiero operativo» ho coniato il termine operacy: la capacità di operare — e di svolgere il pensiero che vi è connesso. Operacy suona come literacy enumeracy, i termini inglesi che indicano la capacità di leggere e scrivere e quella di far di conto. L’ho scelta per ché credo fermamente che la capacità di operare dovrebbe affiancarsi alle altre due come ingrediente fondamentale dell’educazione.

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